Barry Mc Cabe

Barry McCabe lo abbiamo visto recentemente in Italia al fianco di Mick Taylor, e assicura che presto tornerà a trovarci con le sue Gibson sottobraccio.

Chi è? Barry McCabe è un ragazzo di Virginia, un piccolo paese dell’Ulster, che un giorno acquistò una vecchia chitarra in un negozietto e strada facendo ha visto più di un sogno materializzarsi: prima il tour con Rory Gallagher, suo eroe di sempre, poi i palchi di mezzo mondo condivisi con band del calibro dei Ten Years After, Molly Hatchett, ZZ Top e Canned Heat.

Se nel suo album “The Peace Within” era Davy Spillane, già collaboratore di Van Morrison, Bryan Adams e Chris Rea, a fargli compagnia con le sue uilleann pipes, nel più recente “Beyond The Tears” per non essere da meno lo hanno raggiunto alcuni amici vecchi e nuovi: tra questi Mark Feltham, già armonicista della Rory Gallagher Band, nonché il Mama’s Boys & Celtus Pat Mc Manus e Johnny Fean degli Horslips con le loro chitarre.

 

Intervista all’irlandese Barry McCabe

Musicista sensibile e generoso, Barry ha uno stile asciutto, pulito ed essenziale in cui scorre quello speciale sapore irlandese, vigoroso e caldo, capace di avvolgere l’ascoltatore e metterlo immediatamente a proprio agio.
Rory Gallagher e Peter Green nel cuore, Barry McCabe si è avviato lungo un personale percorso musicale in cui si fondono tradizione irlandese e blues, rock ‘n’ roll e sperimentazione… quanto segue è ciò che ha da dire in proposito.

MB: Ciao Barry McCabe! Si direbbe che tu sia spesso in tour con Mick Taylor e che nel 2008 ti rivedremo in Italia proprio in sua compagnia. Quando lo hai incontrato per la prima volta? E com’è andata? Sai, sono in molti a considerarlo una leggenda vivente… me compreso.

BMC: L’ho incontrato nel marzo 2007, quando acconsentì a essere il mio “ospite speciale” al party organizzato per il lancio di “Beyond The Tears”. Ero molto eccitato all’idea di suonare con lui, ovviamente, e son felice di poter dire che lo show è riuscito davvero bene. Sai, dopo abbiamo ricevuto tanti di quei complimenti che decidere di programmare altri concerti insieme ci è parsa una scelta obbligata. L’idea è piaciuta anche a Mick, così l’anno scorso è finita che abbiamo fatto qualche show in Europa tra Germania, Olanda e Italia.
Quanto a Mick Taylor, bè, puoi includermi nella lista di chi lo considera una leggenda. Da parte mia sono anche un grande fan di Peter Green, e proprio per questo so bene che già per entrare nei Bluesbreakers doveva avere i numeri… sul fatto che se la cavò con disinvoltura e sfoggiando al contempo uno stile unico, penso che siamo tutti d’accordo.

 

MB: Ho visto il concerto di Mick Taylor a Milano nel novembre 2007, nel quale avete alternato composizioni tue e sue. Il brano di apertura era la tua “In The Dead Of Night” [da “Beyond The Tears”] e, in generale, l’impressione era che tu avessi molto spazio sul palco. Era solo “questione di un tour” o pensate di approfondire la collaborazione?

BMC: Mick ha insistito fin dall’inizio perché eseguissi alcuni miei brani durante i concerti e da questo punto di vista per me è fantastico, in quanto lo spazio per lasciare la mia impronta nello spettacolo non mi manca. Penso che a Mick piaccia avere qualcuno con cui spartire il “carico”. Quando canto, lui è davvero felice di starsene un passo indietro a fare ciò che più ama: suonare la chitarra.
Il palco milanese era molto grande e prima di cominciare gli dissi che in quelle condizioni amo muovermi un pò in giro, la sua risposta è stata un semplice “Accomodati.”. Quindi, sì, ho piena libertà di seguire l’ispirazione del momento e fare ciò che sento.

Spero che potremo approfondire la collaborazione, certamente. Subito dopo il nostro primo show Mick disse che gli sarebbe piaciuto suonare in “Beyond The Tears”, offrendomi i suoi servizi qualora decidessi di registrare qualcos’altro. Wow! Si parlò anche di comporre a quattro mani e penso che potremmo fare molte cose, compatibilmente coi nostri programmi e col fatto che si prenda la decisione di ragionarci un pò su.

MB: Sei cresciuto a Virginia, una piccola città nella Contea di Cavan, Ulster, e hai avuto la possibilità di suonare al fianco di uno degli eroi nazionali irlandesi: Rory Gallagher! Ti va di parlare un pò di quei giorni?

BMC: È vero, è a Virginia che sono cresciuto, e ai tempi era un villaggio davvero grazioso e tranquillo. Da allora si è un pò espanso, ma è riuscito a conservare gran parte del suo fascino. È stato un bel posto in cui crescere. Là potevi percepire un senso di comunità, e a casa avevo il permesso di suonare la mia chitarra a volume molto, molto alto (benché abitassimo nella strada principale)! Poi, lo so, coi miei capelli lunghi e gli albums di Rory Gallagher sottobraccio io certamente ero quello strano, però mi hanno tollerato! [ride] Ho messo in piedi una band e già prima di lasciare la scuola suonavo da semi-professionista. Poi girai per tutto il paese e poi ancora me ne partii per l’Europa continentale. Il resto, come si dice, è storia!

Rory lo conobbi bazzicando i suoi concerti e riuscendo infine a incontrarlo. Lui era una delle poche “superstars” disponibili a passare del tempo coi fans dopo gli spettacoli. Fu al National Stadium di Dublino nei primi anni ‘70. Ho avuto il piacere di essere al Carlton Cinema quando registrò l’album “Irish Tour ‘74”, e ciò significa che anch’io sono in quel disco famoso, là da qualche parte a sgolarmi e applaudire.
Lo rividi tempo dopo nell’Europa continentale, in occasione di un mio tour in Germania. Lui suonava ad Amburgo e io decisi di fare un salto a salutarlo. Era sorpreso di trovarmi là. Quando seppe che ero impegnato nelle stesse esperienze che toccarono a lui anni prima, cioè facendomi i denti nel circuito dei club, cominciò a nutrire un profondo rispetto per me. Da allora, infatti, si interessò sempre a ciò che facevo.
Partecipai al suo tour del ‘91-’92. Era un sogno che si avverava, e nessuno di noi pensava che pochi anni dopo se ne sarebbe andato. Rory era una persona davvero gentile e la sua morte fu una grande perdita per il mondo della musica.

MB: La prima volta che mi capitò di ascoltare una registrazione di Gallagher restai senza fiato: la sua energia e il suo talento sono/erano doni rari, molto difficili da trovare. Sfortunatamente, il suo nome non sembra essere conosciuto quanto meriterebbe. Come lo spieghi?

BMC: Bè, Rory era assolutamente contrario alla pubblicazione di “singoli” (45 giri), e la cosa ebbe un effetto nocivo sulla sua popolarità. Questa scelta praticamente dimezzò il “tempo radiofonico” a sua disposizione perché in America, per esempio, gli album vengono trasmessi su FM, ma devi avere un singolo per passare su AM. Va anche ricordato che lui era una persona estremamente timida, certo non lo avresti mai trovato nei “posti che contano” a farsi fotografare, etc.

MB: Col tuo album “The Peace Within” hai cominciato a esplorare le frontiere del “Celtic Blues”, un’affascinante miscela di folk, blues e rock ‘n’ roll. Hai fatto un gran lavoro con gli strumenti tradizionali… ho impiegato un sacco di tempo per convincermi che una cornamusa potesse suonare in quel modo!

BMC: Bè, non sei l’unico! [ride] Penso di aver disorientato un bel pò di gente con quell’album. Le uilleann pipes, le cornamuse irlandesi, sono state usate nel rock in passato (a suonarle nel mio album era Davy Spillane, già membro di una band folk-rock di grande successo, i Moving Hearts), io desideravo portarle in una sfera blues. Sentivo alcune similitudini tra la musica irlandese e il blues ed ero curioso di sapere se potevano rimpiazzare l’armonica, il sax o altri strumenti normalmente associati a quel genere di musica.

Devo ammettere che le uilleann pipes sono estremamente difficili da suonare e Davy Spillane un vero genio, sono stato molto fortunato ad averlo con me. Pochi riescono a ripetere ciò che lui sa fare con una cornamusa e, cosa ancor più importante, aveva addosso una gran voglia di sperimentare qualcosa di diverso.

MB: Si direbbe che i musicisti irlandesi abbiano un legame con le proprie radici musicali più forte rispetto a quelli inglesi o europei. Sbaglio?

BMC: Potrebbe essere. Non dimenticare che la musica è stata una componente importantissima della nostra storia (nel periodo dell’occupazione i messaggi segreti venivano trasmessi in forma di canzone, per esempio) perciò non trovo affatto strano che permanga un legame emozionale con essa. Poi la nostra storia ci rende un popolo estremamente malinconico, talvolta, e suonare o ascoltare musica è una grande forma di terapia per questo tipo di cose. Molti di noi vedono la musica come un qualcosa che va ben oltre l’intrattenimento, penso.

MB: L’industria musicale ha molte similitudini con quella dei fast food, oggi, ma il tuo CD “Beyond The Tears” si muove in una direzione completamente diversa: ci vuole coraggio per produrre un album “sensibile” in questi tempi “insensibili”.

BMC: Suppongo di sì, volendo guardare le cose da questo punto di vista. Onestamente, l’unico criterio che ho per quanto riguarda il fare musica è che deve piacermi e venire dal cuore. Va anche bene produrla e distribuirla poi, ma non lo faccio con in testa idee o strategie commerciali. Non fraintendermi, sono felicissimo quando i miei dischi vendono, ma si tratta di un bonus, non dell’obbiettivo.

MB: Ascoltando “Beyond The Tears” ho avuto l’impressione di trovarmi a trascorrere una giornata al pub in compagnia di un vecchio amico, alternando gli scherzi ai ricordi dei tempi buoni e di quelli cattivi, addosso la sensazione che tutto andrà bene – anche là fuori. Una giornata intera, sino al tramonto che, al tempo di un valzer, accompagna il commiato.

Barry McCabe: Mi piace questa spiegazione dell’album. Penso che tu abbia colto esattamente quello che mi premeva trasmettere con il disco. Sì, è davvero la storia della vita, dalla prima canzone sino all’ultima. L’inizio è affidato a una melodia rock’ n’ roll abbastanza semplice (anche se i versi sono un pò più pesanti rispetto agli standard del genere), si attraversano un po’ di umori cupi nella parte centrale e si conclude con un valzer, che dovrebbe trasmettere un senso di pace o soddisfazione all’ascoltatore. L’album è una metafora del viaggio della vita. Parti pieno di entusiasmo, strada facendo finisci a terra e affronti giorni bui, ma se mantieni viva la fede potresti venirne fuori e, chissà, andartene danzando nel tramonto. Non è un finale eccessivamente felice (non siamo a Hollywood) ma è più ottimista che pessimista, e penso sia questo ciò che importa. L’ascoltatore non dovrebbe cadere in depressione dopo averlo ascoltato, ma piuttosto sentire che c’è speranza, una ragione per continuare a camminare.

MB: Grazie, Barry McCabe! C’è qualcosa che vorresti aggiungere?

BMC: Non mi pare, direi che abbiamo trattato un pò tutti gli argomenti. Vorrei solo ricordare il mio indirizzo web – www.barrymccabe.com – e ringraziarti per l’interesse: spero che la gente troverà piacevole leggere di me e della mia musica.

Virginia, County Cavan, 3 gennaio 2008

Su concessione di Massimo Baraldi