Vagabondo in Irlanda. Il poeta e premio Nobel William Butler Yeats, nelle sue Autobiografie, racconta come un suo consiglio salvò il genio del giovane John Millington Synge (Rathfarnham, Dublino 1871 – Dublino 1909) dall’estinzione, portandolo a diventare uno dei più grandi autori del teatro irlandese. Era il 1896 e Synge era a Parigi, dove frequentava i corsi della Sorbona su lingue celtiche e critica letteraria.

Aveva deciso, infatti, di dedicarsi a tempo pieno allo studio della letteratura, dopo aver tentato, con risultati a quanto pare poco soddisfacenti, la carriera di musicista in Germania (in precedenza aveva vinto varie borse di studio alla Royal Irish Academy of Music). Proveniva da un’antichissima famiglia irlandese, cosa di cui andava molto orgoglioso, ma all’epoca viveva in ristrettezze. “Io ero poverissimo,” scrive Yeats “ma lui molto più povero[…]. Aveva appena il minimo indispensabile per non fare la fame, e qualche volta la faceva. Era andato in giro per l’Europa, viaggiando in terza classe o a piedi, suonando il violino per i poveri, in strada o nelle loro stamberghe”.

Fatto sta che qualcuno disse a Yeats che all’ultimo piano del suo albergo alloggiava un altro irlandese e i due si conobbero. Yeats aveva trentun anni e Synge ventiquattro. Quest’ultimo era in viaggio da sei mesi con sole cinquanta sterline. Era stato a suonare il violino per i contadini della Foresta Nera ed era passato anche per l’Italia (Synge tradurrà poi dodici sonetti di Petrarca in gaelico). La sua “opera” all’epoca consisteva solo in qualche poesia che Yeats stesso definì “morbosa e malinconica”. Nulla lasciava intravedere la maturità delle opere successive. Eppure Yeats diede a Synge un consiglio dei cui risultati, a posteriori, il poeta stesso si stupì.

“Lo esortai ad andare nelle isole Aran,” scrive Yeats “a scoprire una vita che mai era stata espressa in forma letteraria, anziché una vita di cui era stato espresso tutto”. Era un consiglio che probabilmente avrebbe dato a ogni giovane scrittore irlandese, perché lui stesso aveva appena visitato le isole di Inishmaan e Insishmoore e in quei giorni ne parlava con tutti in continuazione.

John Synge: diari di viaggio, vita, opere

Tra le altre cose, a Inishmaan, Yeats aveva conosciuto l’uomo più anziano dell’isola. Questi si era presentato così: “Se uno di lor signori ha commesso un delitto, noi lo nasconderemo. C’era un signore che aveva ucciso suo padre, e io lo tenni in casa mia sei mesi, finché non scappò in America”3. Questa frase, riferita da Yeats a Synge, fu, come vedremo, la scintilla che fece nascere il capolavoro del drammaturgo irlandese, The Playboy of The Western World (in italiano tradotto da Gigi Lunari col titolo Quel ragazzaccio venuto da lontano), la commedia che scatenò disordini e risse il giorno della sua prima all’Abbey Theatre.

Passò un anno, era il maggio del 1897, e Synge partì per le Aran (facendo ritorno a Parigi ogni inverno, fino al 1903). Ne nacque un resoconto, il primo diario di viaggio di Synge, dal titolo Aran Islands, scritto nel 1901 e pubblicato nel 1907 (con illustrazioni del fratello di Yeats, Jack).

John, che considerava questa la sua prima vera opera, fece leggere il manoscritto a Lady Augusta Gregory, altra grande autrice di teatro irlandese e, soprattutto, una delle massime studiose di folklore (protagonista con lo stesso Synge, Yeats e George William Russell del Rinascimento Celtico). Lady Gregory, sempre attenta a valorizzare in primis il patrimonio di leggende e fiabe irlandesi, suggerì a Synge di eliminare i nomi dei posti visitati e di aggiungere più racconti popolari. Questo non era l’intento del drammaturgo. A differenza di Yeats e di Lady Gregory, Synge propendeva per un approccio realistico. La leggenda e la tradizione dovevano mischiarsi con la realtà del suo tempo. O, per dirla meglio: realtà e tradizione dovevano parlare l’una attraverso l’altra.

“Nessun dramma” scrisse Synge “può nascere da nient’altro che le fondamenta della vita reale; che non sono mai fantastiche, né moderne, né inattuali”. E sarà proprio questa differenza a segnare la modernità delle opere drammaturgiche di Synge rispetto a quelle degli altri autori del nuovo teatro irlandese.

Quello che è più importante sottolineare, adesso, è come furono proprio questi primi diari a fare da fondamenta e sorgente per le opere destinate al palcoscenico. I viaggi nelle Aran, come i successivi nel Wicklow e nel West Kerry (quelli contenuti in questo volume) e nel Connemara, furono un vero e proprio serbatoio per la descrizione di una realtà vista in modo quasi antropologico. Intendendo il termine “antropologico” da un punto di vista moderno.

Synge si immerse nel mondo da lui descritto; se ne fece partecipe

È lui il protagonista dei suoi racconti, rimettendosi al nostro giudizio, come ogni buon antropologo moderno farebbe. Ciò che c’è di prezioso nel suo sguardo è la partecipazione a trecentosessanta gradi a tutto ciò che è vita. Da musicista si interessa alle canzoni e alle danze e registra le sue osservazioni (studiava il violino, o meglio la fidula, strumento tipico della cultura popolare irlandese). Ci racconta di quando incontra un altro musicista in un’osteria e si mettono a parlare di come si acquista un violino e del perché bisogna provarlo all’aria aperta. Da appassionato di ornitologia ci descrive tutte le varie razze di uccelli da lui osservate sull’isola del Grande Blasket (famosa per la fauna). Riaffiora in lui, dunque, la curiosità che aveva da bambino per la natura, quando, in compagnia di Florence Floss, annotava fiori e animali su una piccola agenda, a Rathfarnham, zona rurale nei dintorni di Dublino, oppure a Glanmore Castle, nella contea di Wicklow..

E non è un caso che sia stata proprio la natura l’argomento dei suoi primi tentativi letterari.

C’è in Synge, anche nelle sue opere teatrali, un rapporto con il mondo fisico molto profondo. Nei suoi testi la natura è una vera e propria protagonista. Non è un paesaggio sullo sfondo, dialoga con altri “characters”, ne influenza le scelte. In tutto questo influisce la passione precoce dell’autore per l’opera di Darwin che, letta a quattordici anni, lo fece orientare verso una sorta di liberalismo agnostico.

Era impossibile per lui essere un vero protestante, così come sarà impossibile poi aderire pienamente a un movimento nazionale irlandese.

L’Opera

C’è da sottolineare, infatti, che l’opera di Synge, come quella degli americani Thoureau o Emerson, nasconde in sé anche una profonda idea libertaria. Non a caso, questa trova espressione nel libro di viaggio. C’è tutto un filone letterario che collega idee libertarie e viaggio e che fa da trait d’union fra autori del passato, come appunto Thoureau o Jack London, e autori del presente, come William Least Heat Moon (il cui bellissimo Praterie, con tutti i suoi elenchi, ricorda molto da vicino questo libro) e Jon Krakauer (quello, per intenderci, di Into the Wild). Il viaggio è sintomo di curiosità e di apertura.

Si tratta di un tipo di letteratura che non è fatta di schemi, non è, in questo senso, letteraria. è una letteratura che attende sorprese. E le registra, con una curiosità capace di vedere vita anche in un filo d’erba. È libertaria perché è al di là del buonismo e del politicamente corretto: nel mondo di Synge rientrano antipatie e simpatie, amore per ciò che di selvaggio c’è nel mondo e gusto della cultura più raffinata. Synge crea il suo personaggio proprio attraverso le cose che gli stanno attorno.

Anche le tragedie e le commedie di Synge, oltre ai diari, rivelano questa fusione. Lo vediamo, per esempio, in quel piccolo capolavoro che è l’atto unico di Riders to the Sea (Cavalcata a mare, nella traduzione italiana di Gigi Lunari). Qui, con toni che richiamano l’antica tragedia greca (su tutti l’Edipo a Colono), è il mare ad essere il grande protagonista. Incombe sulla vicenda delle donne che, chiuse nella loro casa, attendono o apprendono notizie sui destini degli uomini, partiti per mare e poi annegati.

È come se il realismo di Verga si mischiasse con il senso del destino di Bergman. Tutto è pervaso da una ieratica bellezza, mentre ascoltiamo i dialoghi delle protagoniste.

Per quest’opera Synge fu accusato dai contemporanei di non idealizzare i propri personaggi (ed è curioso pensare come una delle accuse che a posteriori gli venne mossa fu proprio di avere fatto il contrario).

Vita

Tornando alla sua vita, il tempo dei viaggi nel Wicklow e nel West Kerry fu, purtroppo per Synge, anche il tempo della malattia (le sofferenze fisiche cominciarono già nel 1897, anno in cui partì per le Aran, e lo accompagnarono fino agli ultimi giorni).

Synge soffriva del morbo di Hodgkin, una forma di cancro all’epoca incurabile, che lo fece morire a soli trentotto anni. Da qui, forse, gli derivava quella sorta di fatalismo che pervade la sua opera e che si riscontra anche nell’osservazione di alcuni paesaggi desolati dell’Irlanda nei suoi articoli. Paesaggi che lasciano un senso di inquietudine e di mistero. Quella che Synge stesso definisce una bellezza ammantata di malinconia.

“Provavo una specie di dolore” scrive descrivendo il West Kerry “nel sentire la solitudine e la desolazione di quello stesso posto che conferiva a quella gente le loro migliori qualità”.

In Synge la spinta vitale è sempre equilibrata da questo senso del tragico. Humour e dramma vanno a braccetto, così come ispirazione lirica e realismo. Ne scaturisce una sorta di accettazione che diventa spinta a godere del mondo. “Non c’è nessuno che possa vivere per sempre,” dice Synge alla fine di Riders to the Sea “e noi dobbiamo saperci accontentare”.

Luci e ombre

Lo stesso Synge era uomo di luci e ombre, silenzioso e duro a volte, semplice e cordiale altre. Così lo immortala Yeats nei versi della poesia In memoria del maggiore Robert Gregory:

“E poi viene John Synge, quell’uomo indagatore
Che, morente, scelse il mondo vivente come testo
E mai avrebbe riposato nella tomba
Se all’imbrunire, dopo lungo viaggio,
non fosse giunto fra gente appartata
nel più desolato e petroso dei luoghi,
all’imbrunire, in mezzo ad una razza
semplice e appassionata come il suo cuore”

È un ritratto molto efficace. Particolarmente centrata è la definizione di Synge come uomo indagatore. Ciò che più stupisce nel leggere dei suoi vagabondaggi è vedere il tipo di intellettuale con cui stiamo avendo a che far e il modo di fare cultura che ci propone.

È lui stesso a dire che vorrebbe “essere nello stesso tempo Shakespeare, Beethoven e Darwin”. Ma è significativo anche quel morente con cui Yeats inserisce Synge in una particolare dimensione terreste, disposta ad accettare tutto.

Yeats definì Synge l’autore più apolitico che avesse mai conosciuto. “Era l’uomo che ci serviva,” scrisse “perché era l’unico, fra tutti quelli che ho conosciuto, incapace di qualsiasi pensiero politico o fine umanitario. Poteva succedere che se ne stesse tutto il giorno per strada in compagnia di un poveraccio senza alcun desiderio di fargli del bene, ma solo perché quel tipo gli piaceva […]. Ha descritto, con un simbolismo esagerato, una realtà che amava proprio perché amava ogni realtà. Lungi dall’essere quel politicante legato agli interessi inglesi che hanno voluto farne i suoi detrattori, era tanto poco un politico che il mondo lo muoveva solo al sorriso e alla compassione”5. Per questo Synge scatenò le ire dei giornali e di molti intellettuali irlandesi. La sua ‘autonomia’ di intellettuale non gli permetteva di essere davvero partecipe di nessun gruppo. Lui stesso si descriveva così a Maud Gonne: “La mia teoria di rinascita dell’Irlanda è differente dalla vostra. Io voglio lavorare in autonomia per la causa dell’Irlanda e non sarò mai capace di farlo se tutto questo si mischia con movimenti rivoluzionari e semi-militari”. Paradossalmente questo rendeva il nostro autore meno nazionalista eppure più vicino alla tradizione.

Fu un preveggente, in un certo senso. La sua opera è arrivata fino a Beckett (che da giovane frequentava l’Abbey Theatre e rimase profondamente colpito dalle piece di Synge, Yeats e Lady Gregory) ed è l’unica che ha conservato freschezza, fra le tante di quell’epoca.

Rinascita celtica

Partecipò alla rinascita celtica, alla lega gaelica e alla fondazione del teatro nazionale ma rimase sempre e profondamente autonomo. Dell’Abbey Theatre divenne condirettore e consulente letterario. Ma il suo atteggiamento era ben diverso da quello degli altri. Quando alcune delle donne del teatro lo convinsero a scrivere un lavoro sulla ribellione del 1898, Synge sparì e tornò due settimane dopo con un canovaccio.

La storia da lui inventata era questa: due donne, una protestante e una cattolica, si rifugiano in una caverna e cominciano a discutere delle rispettive religioni. Parlano a bassa voce perché una teme di essere violentata dai soldati lealisti e l’altra dai ribelli. Ma, alla fine, una delle due si alza ed esce, dicendo che per lei qualsiasi destino è meglio che subire la compagnia dell’altra.

Il dramma non venne mai rappresentato, ovviamente, e Synge, a detta di Yeats, sembrò non capire lo scalpore che avrebbe potuto suscitare.

La cosa, tuttavia, fu solo rimandata.

Nel 1907 Synge presentò all’Abbey Theatre Playboy of the Western World, il suo capolavoro. Al centro di questa commedia irriverente e brillante c’era un uomo che diceva di aver ammazzato il padre e che veniva ospitato in un’osteria da una ragazza che se ne innamorava. Lo spunto era proprio quella frase sentita da Yeats sulle Aran. La commedia mostrava i tratti tipici della gente irlandese, radicata nella terra ma facile alla fantasticheria. La cosa suscitò tumulti nel pubblico cattolico e nazionalista. Yeats era ad Aberdeen e dovette tornare indietro. “Pittoresco, poetico, fantastico, un capolavoro di stile e musicalità,” scrisse Yeats “opera somma del nostro teatro dialettale, il Playboy scatenò le ire del popolino. Dovemmo rappresentarlo sotto la protezione della polizia, l’ultima sera con settanta agenti in sala e cinquecento, secondo un giornale, a mantenere l’ordine nelle strade. Non accade mai che vada in scena davanti a un pubblico irlandese senza che qualcosa venga lanciato addosso agli attori. A New York volarono una torta al ribes e un orologio, ma il proprietario dell’orologio si presentò alla porta di servizio per recuperarlo dopo lo spettacolo. Da tempo, però, il pubblico di Dublino ha accettato il Playboy. Si è reso conto, penso, che ogni personaggio in scena è amabile e simpatico, per un verso o per l’altro”.

Come si capisce da questo passo, il pubblicò, anche se dopo molto tempo, finì per capire che “non idealizzare” gli irlandesi più che un demerito era un merito. Era un accettarsi finalmente per ciò che si era.

Così Synge finì, senza cercarlo a tutti i costi, per essere un simbolo della nuova Irlanda, un autore di riferimento sia per Beckett che per il recente premio Nobel Seamus Heaney. Finì per essere colui che aveva reso quel mondo poetico irlandese un linguaggio universale.

È un autore mai didattico, mai astratto, mai filosofeggiante. Al contrario è vigile, concreto, drammatico. Nei suoi articoli di viaggio non c’è nulla che possa accostarsi alla definizione di “crepuscolo celtico”. Calato in quel mondo, Synge ne rivisse i valori, la storia, la lingua, con un atteggiamento molto simile a quello dell’umanesimo italiano.

Ferma un contadino o un marinaio o un tinker (i famosi ‘zingari’ irlandesi qui spesso documentati) e si mette a parlare. Rievoca grandi episodi storici: la Grande Carestia, le ribellioni, il colera, l’Home Rule. Parla dei manicomi e degli ospizi. Descrive il dolore e la rabbia dei vecchi che vedono i figli partire per l’America. Discute di pesca e di currach (le canoe irlandesi). Parla di morti affogati o scomparsi nella nebbia della torbiera. Si ferma nei pub e ascolta le conversazioni sulla birra irlandese. Soprattutto sente conversazioni in irlandese, registra una lingua che sembra sempre sul punto di morire. Fa parlare la gente e lui ascolta. Oppure si ferma a guardare il paesaggio lasciando che sia questo a parlare attraverso la scrittura.

Ci sono, in queste poche pagine, decine e decine di nomi di uccelli diversi. Ci sono le corse ai cavalli. C’è il movimento della nebbia sulle valli. C’è la marea che si alza. Ci sono le tante strade isolate e quel sensus mortis di alcuni luoghi appartati, abbandonati o deserti.

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