Sono ferme a guardare dal buco della serratura, Galles e Irlanda del Nord. Il prossimo 18 settembre la Scozia si recherà alle urne per votare l’indipendenza da Londra. Una vittoria dei «Sì» potrebbe stravolgere gli equilibri politici e interrompere un’unione durata ben 307 anni.

Gli scozzesi, chiamati alle urne, dovranno rispondere alla seguente domanda: «Dovrebbe la Scozia essere uno stato indipendente?». L’accordo, quello del referendum, raggiunto dal primo ministro scozzese Alex Salmond e il premier britannico David Cameron sta spaccando a metà l’opinione pubblica inglese e soprattutto ha “seminato” scompiglio a Westminster, dove il parlamento chiede a gran voce un’intervento della regina Elisabetta II.

L’allarme degli unionisti è cresciuto dopo la divulgazione degli ultimi sondaggi che danno in ascesa gli indipendentisti che avrebbero raggiunto quota 51%. Una svolta avvenuta nell’ultimo mese che, secondo le rilevazioni YouGov, mostrano un guadagnato da parte del fronte dei sì di 10 punti, passando dal 18% a oltre il 30%.

 

Tremano gli inglesi

Ma, tra numeri, sondaggi e libere opinioni ad essere seriamente preoccupati sono soprattutto i capitali stranieri, pronti a lasciare l’Inghilterra. Sterlina in ribasso, dunque, dopo il fiasco della campagna «Better Together» che invita gli elettori ad esprimersi per il «No». Ma l’uscita della Scozia dal Regno Unito potrebbe essere un’apripista anche per gli altri stati dove la Union Jack (La bandiera del Regno Unito) ha già subito un forte ridimensionamento: può essere sventolata soltanto 18 giorni l’anno.

 

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