La capitale è la patria europea della tecnologia: qui sono sbarcati i colossi dell’informatica, attirati dagli sgravi fiscali e dagli investimenti statali.

Apple, Facebook, Google. E ancora Ibm, Oracle, Microsoft hanno scelto l’Irlanda, in predominanza Dublino, come quartiere europeo. E ora è boom di informatici, anche italiani: li cercano come il pane, anche senza laurea. Lo racconta in un articolo, pubblicato su Il Fatto Quotidiano, Ludovica Liuni.
Secondo l’Aire (Anagrafe Italiani residenti all’estero), da 8.545 nel 2012 sono arrivati a 12 mila, gli italiani che hanno deciso di trasferirsi in Irlanda. Le stime dell’ambasciata italiana sono più alte: almeno 20 mila. «In Italia al massimo prendevo 1.500 euro al mese – spiega uno degli intervistati – qui arrivo a 3.400».
Nonostante la crisi economica degli ultimi anni, durante i quali l’Irlanda è stata costretta a chiedere aiuti di stato e accettare le condizioni imposte dalla Troika (costituita da rappresentanti della Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale, ndr), l’esecutivo si è battuto per non modificare l’imposta sul reddito delle società e multinazionali, bloccata al 12,5%. Una politica di sgravi fiscali senza eguali, che fa da calamità sugli investitori esteri, visto che la media europea si attesta al 25,5%.
«Quando l’Irlanda è arrivata sull’orlo del fallimento, il governo ha fatto riforme importanti, senza tagliare ricerca e sviluppo», spiega – a ilfattoquotidiano.it – Giovanni Adorni Braccesi Chiassi, ambasciatore d’Italia nella capitale. «Le imprese crescono in maniera stabile e questo spiega perché tre anni fa la disoccupazione era al 15% e ora siamo al 9%», aggiunge il diplomatico. Ad essere attratti dalla vasta offerta di lavoro che arriva dall’Isola di Smeraldo sono i professionisti dell’information technology. In particolare si tratta di figure altamente qualificate, come ingegneri e laureati in informatica, che sempre più spesso sono affiancante da autodidatti anche privi di laurea. Le aziende cercano appassionati della tecnologia, profili orientati alla programmazione e allo sviluppo web, applicazioni telefoniche e altri device. E così Dublino cresce, anche grazie ai nostri connazionali.
«L’Italia non investe più sui nostri laureati. Negli anni ’90 il nostro Paese ospitava i laboratori delle maggiori aziende informatiche, da Ibm a Microsoft», spiega al giornale Roberto Baldoni. «Nel decennio successivo abbiamo perso il treno dell’informatica. Come pensiamo di sopravvivere come Paese nel futuro? Solo con il cibo e le borse?», si chiede il docente di Ingegneria dell’Informazione della Sapienza.
A quanto pare oltre al lavoro anche il salario attrae i giovani italiani. Luca, 27 anni, un ragazzo di Vigevano che lavora a Cork, con una laurea in matematica ancora da prendere e con tanta passione per l’informatica, spiega al Fatto: «Nel nostro Paese, dove ho lavorato per varie aziende, sono arrivato al massimo a guadagnare 1.500 euro al mese, qui arrivo a 3.400». E poi aggiunge: «Non sempre serve la laurea, qui ci sono tanti autodidatti». Un’altra testimonianza spiega come la laurea sia diventata un surplus.
 

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