La band irlandese è tornata da Fabio Fazio a Che Tempo che Fa a presentare il loro ultimo album Songs of Experience, il quattordicesimo in studio, uscito il 1 dicembre.
Dopo Songs of Innocence, che si è aggiudicato un doppio platino, gli U2 ripercorrono una raccolta di poesie ispirate dal poeta William Blake.
La copertina del disco di Songs of Experience, scattata da Anton Corbijn, che ha già collaborato ampiamente con i quattro di Dublino, ritrae Eli Hewson e Sian Evan, rispettivamente figlio di Bono e figlia di The Edge.
 
Dopo la presentazione del conduttore di Rai1, il duo ha eseguito una versione acustica di “You’re the Best Thing About Me” con The Edge alla chitarra e seconda voce, seguita da “Get Out of Your Own Way”.


Poi, un ritorno alla questione irlandese, questa volta citata come pace ritrovata, a agli scenari di guerra che affliggono il mondo. “Sunday Bloody Sunday” corona un momento del LIVE e dell’intervista. Qualche giorno fa il duo si era esibito a sorpresa nella metropolitana di Berlino.

Che Tempo Che Fa: presentazione Songs of Experience, il video completo

Che Tempo Che Fa ospita gli U2 in occasione dell’uscita del disco “Songs of Experience”, ideale seguito del precedente “Songs of Innocence” (certificato doppio platino in Italia) e presentato, sempre in anteprima, a Che tempo Che fa nel 2014. Continua la lettura su Raiplay.it

Ogni gruppo ha i propri aneddoti e i Wooden Legs non fanno certo eccezione, così, durante il concerto di inaugurazione del ponte dedicato a James Joyce, a Trieste, l’archetto del violinista finisce magicamente in acqua.

Il musicista si fa coraggio, resta in mutande e si tuffa nel canale per recuperarlo.

Partendo da questo video, annunciamo il secondo album dei Wooden Legs dal titolo «What are you looking for?» pubblicato nell’estate 2015.

Il simpatico promo a base di crowdfunding

La band che spazia da ballate tradizionali, contaminate da fusioni reel e gigs, a brani di propria composizione, si dice pronta a farvi ballare anche se avete una gamba di legno. Il gruppo, formato da cinque musicisti, è attivo dal 2008, anno in cui si sono fatti conoscere partecipando al festival Triskell. Nonostante la giovane età, tutti i membri della band vantano grandi doti tecniche, essendosi formati al conservatorio di Trieste.

La copertina del nuovo album ‘What are you looking for’

What are you looking for?

Wooden Legs

 

Il brano ‘What are you looking for my friend’

La formazione attuale vede Giovanni Settimo alla voce e alla chitarra, Andrea Monterosso al violino, Alice Porro ai flauti e ai whistles, Anselmo Luisi al bodhran, percussioni e batteria, e Giovanni Gregoretti al basso, contrabbasso e mandolino.
Il brano Follow me up to Carlow

Nel 2011, i Wooden Legs hanno pubblicato il loro primo cd «If it doesn’t last forever», che raccoglie l’esperienza pluriennale sui palchi dei festival italiani e stranieri e le serate trascorse con i gomiti appoggiati sui banconi dei pub.

Ascolta le canzoni dei Wooden Legs su Soundcloud

 

Altre risorse interessanti

Siamo lieti di presentare, in anteprima mondiale, sul portale Irlandaonline, l’album Whiskey ‘n Beer degli Alban Fuam, dodici cover rivisitate di canzoni e ballate della musica tradizionale irlandese, del calibro di “The Irish Rover”, “Whiskey in the Jar”, “The Wild Rover” e “Molly Malone”.
Ecco cosa ci hanno detto:
Scaldiamoci la voce: meglio birra, poitín o whiskey?
«Questa domanda non ci era mai stata fatta! Beh, io direi birra. Alcuni di noi preferiscono le scure, come la Guinness, altri le bionde come la Harp. Whiskey? Sì, ma non troppo pesanti. Provate l’Irish Mist!»
Raccontate l’Irlanda ma siete una band veronese. Come nasce questa vocazione per l’Isola Verde?
«Tutto nasce dai numerosi viaggi in Irlanda fatti, sin da bambino, dal nostro Davide, chitarrista e leader fondatore. La musica, i colori, le sensazioni provate in quelle terre si sono innestate nella sua mente e si sono poi trasformate nel progetto musicale Alban Fuam, che dal gaelico significa “festa di luce e di suono”. Nel 2009 scopre che Cecilia, un’amica violinista, condivide la stessa passione. Di lì a poco, decidono di coinvolgere anche gli altri musicisti che tuttora formano il gruppo, capendo che quella era la strada che volevano percorrere».
Da chi è formato il gruppo, chi suona cosa?
«Siamo un quintetto, e i membri sono: Davide Florio (chitarra e Bouzouki), Cecilia Zanchetta (Fiddle e flauto), Manuel Sanavio (Fiddle a Viola), Alessandro Romagnoli (Bodhran e rullante) e Piero Facci (voce e armonica). Il nostro genere di riferimento ovviamente è l’irish music, ma l’abbiamo arricchito inserendo ritmi swing, riff funky, e sonorità bluegrass creando un tessuto musicale non privo di sfumature».
Ascolta il brano The Irish Rover interpretato dalla band

Il vostro ultimo lavoro è l’ennesimo omaggio che fate all’Irlanda?
«Esatto. È il nostro quarto album ed è il primo con un’etichetta discografica (MaxySound)».
Nell’album ci sono ballate e canzoni irlandesi davvero celebri. Non è un po’ come vincere facile?
«È una scelta che abbiamo fatto con il produttore Max Titi. Siamo una band relativamente giovane e non volevamo debuttare sugli store digitali con materiale troppo ricercato o sofisticato. Stiamo iniziando a farci conoscere all’estero, dobbiamo farlo con brani conosciuti, probabilmente nessuno ascolterebbe un nostro inedito adesso come adesso. Portiamo comunque qualcosa di nuovo e fresco, cioè nuove versioni di brani che tanti altri hanno interpretato. Essere artisti non basta, bisogna sapersi vendere, ed è qui che subentrano le strategie di web marketing».
La celebre Whiskey in the Jar

Ci svelate qualche curiosità sugli arrangiamenti?
«Nell’album Whiskey n’ Beer troverete arrangiamenti più completi rispetto ad una nostra performance live perché Max (il sesto Alban!) ha impreziosito i nostri brani con la sua creatività musicale. È stato aggiunto il banjo, il basso e qualcosa con la fisarmonica, e nonostante siano stati usati tutti strumenti folk abbiamo voluto dare, su alcune canzoni, un taglio leggermente pop».
Come nasce il vostro rapporto con il produttore Max Titi e le collaborazioni con altri artisti presenti in alcune canzoni del disco?
«Non capita tutti i giorni di imbattersi in personaggi come Max Titi. Autore, compositore, arrangiatore, fonico, un secondo posto a Sanremo; un giorno ci telefona dicendoci che vuole produrci un disco. Era la svolta che stavamo aspettando da tempo! Abbiamo instaurato con lui un rapporto professionale e di amicizia, abbiamo lavorato sodo in questi sei mesi sulla qualità del suono, restando affascinati dalla sua passione e dal suo enorme bagaglio di esperienza. Abbiamo creato, a nostro parere, un prodotto competitivo, ma non si smette mai di crescere e di imparare a fare meglio. Alessandro e Giulia, gli special guest, sono nostri grandi amici e colleghi musicisti. Ci tenevamo a far cantare loro qualcosa nel disco e ne sono usciti dei duetti fantastici!»
Ascolta il brano Molly Malone estratto dal disco Whiskey n’ Beer

La presentazione di Whiskey n’ Beer in Irlanda?
«Ufficialmente no, ma chiunque potrà ascoltare la nostra musica sugli store digitali in tutto il mondo. È un po’ come se un giapponese presentasse in Italia un disco di musica lirica cantata in italiano. Personalmente sarei un po’ titubante».
Qual è la città irlandese o il luogo che più amate?
«Amiamo Galway, una città a misura d’uomo, piena di giovani e di musica. Ma siamo molto più affezionati alla piccola Drumshanbo dove nel 2012 e 2013 abbiamo conosciuto molti musicisti da tutto il mondo studiando musica al Joe Mooney festival».
Ascolta la canzone Dirty Old Town

Di gaelico avete il nome del gruppo, ma sapreste contare fino a dieci in quella lingua?
«Khrah, Ojss.. Dryn…. scherzavamo, il gaelico non lo conosciamo, dovremmo prendere ripetizioni! Un abbraccio a tutti, ascoltate il nuovo disco Whiskey n’ Beer su Spotify e seguiteci su FaceBook. Slàinte!»

Ascolta le altre tracce su Spotify

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Biografia

Gli Alban Fuam sono un gruppo di musicisti che racconta l’Irlanda attraverso coinvolgenti musiche irlandesi e celtiche, da loro sapientemente riarrangiate in una chiave più contemporanea che tradizionale. Influenze folk, country e swing si mescolano a quelle irish e danno vita ad un tessuto musicale ricco di sfumature. Il gruppo è all’attivo dal Giugno 2009.
Dopo molti concerti ed ore spese in sala prove, il gruppo registra “Festa di luce e di suono” (2010) e “The Rusty Mackerel” (2011), quest’ultimo con la presenza di Frankie Gavin, leader dello storico gruppo irlandese De Dannan dal 1974. Un sogno che diventa realtà, perorato dalla vittoria del concorso “Bande Sonore” 2011 e dalla finale del “Verona Talent Show”. Il live del novembre 2011 al teatro Astra di S. Giovanni Lupatoto (VR) con Frankie Gavin e la cantante Michelle Lally è un successo che spinge alla ristampa di “The Rusty Mackerel”, con tre canzoni registrate live durante il concerto.
Il Music Village a Lecce (agosto 2012) è un’altra tappa prima del successo del 16 settembre: i ragazzi accompagnano Frankie Gavin & De Dannan sul prestigioso palco del teatro Romano, suonando davanti ad una platea numerosa. L’amore per la musica irlandese è talmente forte che li spinge a perfezionare ritmi e melodie con un intenso periodo di studio nella “Joe Mooney Summer School” di Drumshanbo, nel Nord dell’Irlanda.
Il 2012 è foriero del nuovo cantante Piero Facci, messo subito alla prova con l’EP “The Wild Rover”. La voce calda di Facci permette agli Albam Fuàm di proporre anche chicche della tradizione folk “da pub” e di esibirsi nel concerto di capodanno 2014 in piazza Bra a Verona davanti a più di 40.000 persone. Dopo tante soddisfazioni arriva l’ennesima: il 2015 è l’anno di “Whiskey ‘n Beer” prodotto da Max Titi e pubblicato dall’etichetta Maxy Sound. Prossima fermata: il mondo.
 

Alban Fuam e altre risorse

Vi proponiamo il testo dell’intervista di Gianni Sartori a Ronan Bennett (1994), autore de “La seconda prigione”, pubblicato in Italia da Gamberetti editrice.

La denuncia del caso di Gerry Conlon e dei «quattro di Guildford» di Ronan Bennett che in carcere conobbe, prima dello sciopero della fame del 1981, uno dei protagonisti dell’Hunger Strike, Patsy O’Hara (INLA).

Ronan BennettRonan Bennett (Belfast, 14 gennaio 1956) è uno scrittore e ex militante dell’IRA. Nato e cresciuto a Belfast, dopo aver vissuto una sofferta esperienza di militanza politica (accusato di appartenenza all’Official IRA) ed essersi laureato in Storia presso il King’s College, di Londra, ha intrapreso una carriera di scrittore che non si è mai allontanata dall’impegno civile e dall’esigenza di testimoniare la difficile realtà sociale e politica del suo o di altri Paesi. Ronan Bennett scrive regolarmente per The Guardian e The Observer.

 

LA VERA SFIDA

“Uscire dal carcere non è che l’inizio. Evadere dal proprio passato, questa è la vera sfida”
Ronan Bennett, irlandese di Belfast, a causa del suo impegno per la causa repubblicana, ha conosciuto due volte l’esperienza del carcere: a Long-Kesh e a Brixton, negli anni Settanta. Una prima volta venne arrestato con l’accusa, poi risultata infondata, di aver ucciso un poliziotto. Venne condannato all’ergastolo in base alla testimonianza di una persona che in un secondo tempo (al processo d’appello) riconobbe di essersi confusa. Un classico esempio di errore di identificazione usato strumentalmente per imprigionare i militanti repubblicani. In seguito, trasferitosi in Gran Bretagna, venne nuovamente arrestato per cospirazione e subì un lungo periodo di carcerazione preventiva. Anche in questo caso le accuse risultarono una montatura e il suo processo acquistò una certa notorietà sulla stampa come “il processo a persone non identificate che, in luoghi non identificati, progettavano attentati contro altre persone non identificate”.

 

Qualche tua considerazione sulle recenti dichiarazioni del governo inglese che, finalmente, ha detto di essere disposto a dialogare con il Sinn Féin. Cosa ne pensi?
Le dichiarazioni rese da Major verso la metà di ottobre sono la conferma che senza il Sinn Féin non è possibile trovare una soluzione al problema dell’Irlanda del Nord. Negli ultimi anni il Governo inglese aveva sempre cercato una soluzione che escludesse il partito.

Puoi riassumere quali sono state le diverse strategie adottate dalla Gran Bretagna?
Per la prima parte di questo conflitto (Ronan si riferisce agli ultimi venticinque anni, ndr) la Gran Bretagna ha adottato una politica di sistematica repressione: processi senza giuria, internamento, uso dei proiettili di plastica anche contro manifestazioni pacifiche, la strategia adottata dai Servizi britannici di “sparare per uccidere”, ecc. Nella seconda fase del conflitto, accanto a questi metodi, hanno adottato anche una strategia diversa, di “soluzione politica”, ma sempre con l’esclusione del partito repubblicano. I vari segretari di stato per l’Irlanda del Nord hanno imbastito tavole rotonde con i partiti irlandesi, tavole rotonde a cui però il Sinn Féin non poteva partecipare. Questi colloqui venivano sempre salutati con ottimismo dalla propaganda. Ogni volta i media davano l’impressione che ormai la soluzione definitiva era a portata di mano.

Questa era anche la tua impressione?
Personalmente ogni volta ero del parere che tutto si sarebbe concluso con un niente di fatto. Cosa che poi accadeva regolarmente.

I conati di vomito di Major
Quando e perché le cose hanno cominciato a cambiare?
Le cose sono rimaste sostanzialmente inalterate fino a poco tempo fa. Ancora l’anno scorso Major sosteneva che non avrebbe mai parlato con esponenti del Sinn Fein; anzi dichiarò che “solo l’idea di parlare con Gerry Adams mi fa venire il voltastomaco”. Ad uso e consumo del suo elettorato, evidentemente. Quello che al popolo inglese non veniva detto era che già in quel momento tra il Governo britannico e il Sinn Féin si svolgevano colloqui segreti. Proprio mentre Major rilasciava queste interessanti dichiarazioni sul suo stomaco, Gerry Adams rendeva pubblici i documenti che provavano l’esistenza dei colloqui. In un primo momento, superato l’iniziale imbarazzo, il Governo inglese cercò di negare l’evidenza. Poi ammise che c’erano stati dei “contatti”.

Come giustificarono la cosa?
Uno dei motivi addotti per giustificare questi “contatti” era che ormai l’IRA sarebbe stata sul punto di arrendersi, di consegnare le armi. A questo punto l’IRA sfidò pubblicamente, ma invano, il Governo inglese a fornire le prove, i documenti di quanto andava sostenendo. In compenso furono i Repubblicani a contrattaccare dichiarando che i rappresentanti del Governo avevano riconosciuto in sede di colloqui che l’unità dell’Isola era ormai un fatto inevitabile e che bisognava convincere gli unionisti.
Naturalmente il Governo negò e il Sinn Féin rese pubblici altri documenti inoppugnabili a sostegno di quanto aveva dichiarato. Per questo ancora in marzo Martin Mc Guinness ha potuto dichiarare alla stampa che in quel momento la politica del Governo inglese era di considerare l’Irlanda come unica.

L’IRA non si è arresa

Quanto stai dicendo mi sembra smentisca l’ipotesi che la scelta della tregua in fondo è stato un atto di debolezza dell’IRA, il riconoscimento di una mezza sconfitta…
In effetti si è cercato anche di dare questa interpretazione. Io penso invece che le cose siano andate esattamente nel modo opposto, che la Gran Bretagna abbia capito di non poter sostenere ulteriormente l’occupazione militare delle sei contee, di non poter sconfiggere l’IRA. Per tutti questi anni il Governo inglese e i comandanti dell’esercito hanno dichiarato ripetutamente di essere sul punto di stroncare l’IRA, che ogni azione dell’esercito repubblicano era “l’ultimo colpo di coda” (più o meno quanto si dice dei baschi dell’ETA, ndr). Ma da documenti riservati giunti in nostro possesso, risulta che anche allora l’IRA era considerata praticamente invincibile sul piano militare. Questa è una delle ragioni per cui il Governo inglese ha dovuto riconoscere che la sua posizione era ormai insostenibile.

Naturalmente non è l’unica…
Un’altra ragione determinante sta nell’evidenza dell’appoggio popolare di cui godono i Repubblicani. All’inizio quelli dell’IRA e del partito venivano descritti dalla propaganda come assassini sanguinari, mezzi psicopatici, gente che uccide per una sorta di odio ancestrale. In seguito vennero dipinti come una gang di delinquenti comuni. Certo che come banda criminale devono aver avuto poco successo dato che nessuno dei leader repubblicani ha mai sfoggiato ricchezza e benessere; anzi molti di loro vivono in condizioni di indigenza… In entrambe le versioni i Repubblicani erano presentati come una minoranza che poteva sopravvivere solo terrorizzando la propria comunità.
In ogni conflitto la propaganda detiene naturalmente un ruolo importante. Ma è molto pericoloso finire con il credere alla propria propaganda, come hanno fatto gli Inglesi.

 

Centomila persone al funerale di Bobby Sands

Che cosa li ha costretti a ricredersi?
Molte cose. Per esempio il fatto che Sands venisse eletto al Parlamento e che un cittadino cattolico su cinque dell’Irlanda del Nord abbia partecipato ai suoi funerali. In seguito la doppia elezione di Gerry Adams e le dozzine e dozzine di consiglieri comunali eletti nelle liste del partito. Ci volle un po’ di tempo ma alla fine il governo britannico fu costretto a convincersi che i Repubblicani godevano di un notevole appoggio; che non era possibile trattare senza tener conto di questa fetta dell’elettorato. Questo riconoscimento è alla base del cambiamento di rotta del Governo inglese.

Immagino che anche la questione economica abbia avuto un certo peso…
Certamente. Quando ci sono di mezzo i soldi anche gli Inglesi cambiano politica. Mantenere l’apparato di sicurezza ormai costa cifre altissime. Inoltre ricordiamoci che nel Nord il Governo ha foraggiato con miliardi di sterline una economia fallimentare, un vero e proprio “pozzo di San Patrizio”…
Naturalmente questo è avvenuto per ragioni politiche, non certo perché Londra avesse a cuore i bisogni della gente. Il Governo cercava così di comprare la lealtà della popolazione, in particolare degli unionisti. Anche per questo nel nordirlanda il thatcherismo non ha mai attecchito. I finanziamenti dovevano anche garantire una certa moderazione in politica. Si può tranquillamente affermare che per un quarto di secolo la gente si è presa i soldi restituendo in cambio poca lealtà e non votando più di tanto i partiti moderati. Venticinque anni di questa politica si sono rivelati fallimentari. Sarà poi compito degli storici stabilire con precisione quando e come il Governo britannico ha deciso di cambiare politica; resta il fatto incontestabile che ha cambiato atteggiamento sul ruolo del partito repubblicano.

Quanto ha influito sulle trattative la decisione dell’IRA di estendere il conflitto alla Gran Bretagna, attaccando in modo molto pesante (tra gli altri obiettivi) anche la City?
Sicuramente la campagna militare in Gran Bretagna è stata molto efficace, in particolare le due bombe alla City. Ricordo che, dopo la seconda bomba, alla televisione c’erano state dichiarazioni molto allarmate di finanzieri tedeschi e giapponesi che prendevano seriamente in considerazione l’ipotesi di trasferire altrove le loro banche. Evidentemente il Governo inglese ha preferito non correre questo rischio.

Allora è tutto risolto; d’ora in poi la strada è in discesa…
In realtà ci sono ancora delle resistenze da parte inglese. Bisogna dire che, nonostante i passi avanti, il Governo britannico ha dato prova di poca fantasia e elasticità nel rispondere al “cessate il fuoco” dell’IRA. Evidentemente è stato colto alla sprovvista e non sapeva cosa rispondere.
La prima cosa che ha fatto è stata quella di infilarsi in un vicolo cieco, mettendosi a discutere se l’IRA avesse o meno usato la parola “permanente” (in riferimento alla tregua ovviamente, ndr). Major ha ripetutamente dichiarato che non ci sarebbero stati colloqui con Adams se non avesse esplicitamente pronunciato la parola “permanente” e finché l’IRA non avesse consegnato le armi. In un secondo tempo si sarebbero accontentati almeno dell’esplosivo. Questa era ancora la posizione ufficiale dopo la prima metà di ottobre (il “cessate il fuoco” dell’IRA risale al 31 agosto, ndr). L’IRA, come è noto, non ha consegnato un bel niente e alla fine Major ha ugualmente riconosciuto che era tempo di iniziare i colloqui anche con i repubblicani.
A tuo avviso, in questo tergiversare, c’è stata solo incapacità politica o anche malafede?
Io penso che da parte del Governo inglese ci sia stata anche una certa dose di disonestà rispetto al processo di pace. Ora evidentemente sta cercando di recuperare terreno, di mascherare l’imbarazzo per non aver saputo trovare subito una soluzione adeguata. Quindi, se ti capiterà di leggere le dichiarazioni di qualche ministro sulla presunta vittoria del Governo inglese, sai cosa pensare in proposito.

 

Il tradimento dei chierici

Questa evidentemente è la posizione del Sinn Féin. E la tua opinione come scrittore? Cosa pensi dell’atteggiamento tenuto dagli intellettuali irlandesi rispetto al conflitto?
Ho parlato come scrittore, non solo come membro del partito; come scrittore la cui vita è stata fortemente segnata da quello che accadeva in Irlanda del Nord. I miei libri, articoli, le mie sceneggiature sono stati fortemente influenzati dal conflitto e dal carcere. Non credo che il conflitto sia stato ben compreso dalla maggioranza degli intellettuali nordirlandesi. C’è naturalmente qualche eccezione ma la stragrande maggioranza ha cercato di evitare ogni coinvolgimento politico. Nel mio caso, invece, l’impegno politico (e le sue conseguenze: il carcere soprattutto) è stato determinante, cruciale. Adesso questo atteggiamento, che finora era stato fatto proprio solo da una minoranza intellettuale, viene riscoperto e rivalutato proprio grazie al processo di pace. Soprattutto da coloro che hanno avuto esperienze analoghe. È come se questi primi mesi del processo di pace abbiano dato coraggio alla comunità, e cominciare a credere che vi siano possibilità concrete di una pace giusta ha ridato fiducia anche a molti artisti.

Molti scrittori nordirlandesi sono di origine cattolica e provengono dai quartieri proletari di Belfast o Derry. Cosa è cambiato nel loro modo di scrivere?
Finora, per la maggior parte degli scrittori irlandesi di origine operaia, valeva l’esigenza di doversi in qualche modo “imporre”, anche all’interno della propria comunità. Ora mi sembra che questa idea stia scomparendo. Insieme all’idea che, per poter essere pubblicati, bisogna mettere in luce gli aspetti peggiori della vita (la violenza, il degrado…). Naturalmente questo non significa passare ad una visione idilliaca della situazione. Molti lavori scritti in questi ultimi tempi sono carichi di tensione, come a mio avviso dovrebbe essere tutta la buona letteratura.

 

Dalla parte degli oppressi

E della tua produzione letteraria cosa puoi dirci? Come viene accolta dalla critica?
Soprattutto dopo l’esperienza del carcere, nei miei lavori non mi pongo dal punto di vista delle persone di successo, dei “rampanti”, “borghesi”, ma da quello della gente semplice, sfruttata e oppressa (come gli abitanti di West Belfast), gente con problemi quotidiani, piena di dubbi… Un critico sostiene che io scrivo della vita “a un livello basso”; l’ho preso come un complimento. Inoltre, nei miei libri, cerco di privilegiare gli aspetti collettivi, solidali (delle lotte ma anche della vita quotidiana) rispetto all’individualismo. Sicuramente questo è dovuto alla mia esperienza nel campo di Long-Kesh. Ricordo bene quando vi giunsi, vent’anni fa, dopo il mio primo arresto. Un prigioniero al suo primo arresto è una delle persone più vulnerabili che esistano sulla terra: improvvisamente gli è stato tolto l’intero controllo sulla propria vita. Quella prima volta per me è stata molto dolorosa… E i primi giorni di isolamento hanno aggiunto paura alla paura. Le cose però sono cambiate quando sono stato trasferito con gli altri compagni prigionieri. Questi erano già riusciti a raggiungere un livello tale di autorganizzazione da aver praticamente escluso l’autorità carceraria dalle celle. Restando uniti, solidarizzando tra loro, difendendosi insieme dalle aggressioni delle guardie, i prigionieri politici erano riusciti a ricreare un ambiente più favorevole anche dentro il campo di prigionia. Era la messa in pratica del vero concetto di solidarietà: io difendo te, tu difendi me. E dentro Long-Kesh la solidarietà tra i prigionieri era tutto fuorché un vuoto slogan. Eravamo in costante protesta e rivolta contro le autorità carcerarie e questo ci permise di sopravvivere conservando la nostra identità.

 

La rivolta di Long-Kesh

Tu hai anche preso parte a una delle maggiori rivolte carcerarie degli anni Settanta, conclusasi con la quasi distruzione del campo di Long-Kesh…
Fu una delle esperienze più drammatiche ma anche più importanti. Un secondino era entrato in una cella e aveva cominciato a pestare un prigioniero. Come reazione a quel pestaggio l’intero campo venne bruciato, nel corso di una rivolta.
Naturalmente la reazione fu molto dura, feroce: venimmo attaccati con i lacrimogeni e con proiettili di plastica, ci aizzarono contro i cani… Dopo l’incendio del carcere (nell’ottobre del ’74) rimanemmo per settimane in celle scoperte (senza il tetto ma con il filo spinato, ndr), con la neve, praticamente senza cibo e senza coperte… Però posso affermare con sicurezza che nessuno di noi pensò mai di aver fatto la cosa sbagliata. Se non avessimo reagito a quel pestaggio poi ne sarebbero venuti altri; sarebbe potuto capitare a chiunque. Questa è l’etica della solidarietà collettiva che ho ricavato dalla mia esperienza e che cerco di riprodurre nei miei libri.

Qualche critico l’ha definita una visione del mondo e dei rapporti sociali “fascista”…
E la cosa mi ha fatto incazzare parecchio. Si può dire che scrivo male ma non accetto di essere definito “fascista”. Credo che con questa definizione si sia volontariamente frainteso quello che scrivo, considerandolo una minaccia per l’individuo. È esattamente il contrario: cerco di esprimere la ricerca di una situazione in cui ciascuno possa vivere meglio. Questo naturalmente a volte comporta dei sacrifici. Tornando al carcere, il sacrificio maggiore è stato sicuramente quello pagato dai dieci militanti dell’IRA e dell’INLA dell’81, morti in sciopero della fame per conservare l’autonomia che i prigionieri repubblicani avevano conquistato con le loro lotte. Credo che solo pensare di definire “fascista” questo modo di difendersi dall’oppressione (caratteristico del proletariato irlandese) sia aberrante.

Patsy O’Hara

Tra l’altro tu hai avuto modo di conoscere bene uno dei dieci Hunger Striker, Patsy O’Hara dell’INLA di Derry, con cui hai condiviso per un anno la cella…

Ho conosciuto Patsy quando è entrato per la prima volta a Long-Kesh, nel ’75. Era stato arrestato assieme ad un altro compagno (mi pare si chiamasse Brian…) per dei proiettili rinvenuti nella loro auto. Quando uno arrivava in carcere, per prima cosa gli si chiedeva che cosa avesse detto alla polizia. Non avevano dato altro che il loro nome. Questo, dati i metodi usati abitualmente dalle forze di repressione (percosse, tortura…), era abbastanza raro e venne considerato un segno di forza, di determinazione. Questa impressione venne poi confermata dal comportamento tenuto in carcere da Patsy e dall’altro compagno. Patsy in particolare era un leader nato, anche se non in modo ostentato; era sempre molto calmo, non alzava mai la voce…

La cella N.14

Nonostante fosse molto giovane, si capiva che era molto preparato politicamente. Siamo stati nella stessa cella, la N.14, per circa un anno e abbiamo parlato a lungo di come ognuno di noi fosse arrivato alle sue convinzioni politiche. Sostanzialmente avevamo gli stessi punti di riferimento: “Bloody Sunday” (la “Domenica di sangue”; Derry, 30 gennaio 1972), l’internamento, l’incendio di Long-Kesh… Io sono uscito di prigione prima. In seguito Patsy e Brian vennero assolti (sembra che le pallottole fossero state messe nell’auto a loro insaputa, ndr).
Poi Patsy è stato arrestato di nuovo e non ci siamo più rivisti. Quando ho saputo che aveva iniziato lo sciopero della fame, ho subito pensato che sarebbe andato fino in fondo.

Un’ultima considerazione sul rapporto tra la tua esperienza del carcere e i libri che scrivi…
Mi rendo conto che dalle mie parole questa esperienza del carcere può apparire quanto mai tetra… In realtà con i compagni prigionieri c’erano anche momenti di estrema gioia… Contemporaneamente c’erano anche esperienze negative: rivalità personali e politiche, esasperate dalla detenzione… Nei miei libri cerco di ricreare tutto questo, esprimere sia l’impegno che il divertimento. Altrimenti sarebbe solo propaganda.

 

L’incognita loyalista

Quali sono le tue previsioni a lungo termine? Potrà durare stabilmente questo stato di non-belligeranza? Cosa faranno i loyalisti?
A mio avviso il Governo inglese dovrà riconoscere che la sua presenza in Irlanda del Nord è stata un disastro e che il Popolo Irlandese deve poter decidere del suo futuro. Inoltre i protestanti, che sono parte integrante del Popolo Irlandese, dovranno scegliere se intendono restare legati alla Gran Bretagna o piuttosto vivere in una Irlanda unita, portando la loro esperienza, la loro cultura e conservando la propria identità. La prima ipotesi sarebbe un disastro anche per loro. In tutto sono un milione di persone che vivono confinati in un angolino dell’isola. Penso che lo capiscano anche loro e che sceglieranno l’altra possibilità. Personalmente sono molto ottimista sull’eventualità che cattolici e protestanti riescano a trovare un terreno comune. Non dimentichiamo che attualmente la leadership politica protestante è molto screditata. In particolare gode di scarsa considerazione da parte della sua maggiore base elettorale, la classe operaia protestante. I proletari di Shankill Road e delle altre aree unioniste chiamano i dirigenti politici unionisti “la brigata pellicce e gioielli”, dato che si sono serviti della politica per arricchirsi. Lentamente si sta formando una classe politica alternativa che sembra possedere una buona dose di coscienza di classe. Credo che troverà una risposta adeguata nella classe operaia cattolica. Le condizioni materiali di vita sono analoghe: disoccupazione, case fatiscenti… Credo che finiranno per unirsi nella ricerca di soluzioni comuni.

 

Divide et impera

Tra l’altro mi sembra che anche in passato ci siano state lotte comuni: scioperi, occupazioni…
In passato ci sono stati molti episodi di questo genere, sia agli inizi del secolo che negli anni Trenta e Quaranta. Ma ogni volta gli Orangisti (la classe dirigente protestante, ndr) sono riusciti a sabotare queste alleanze. Enfatizzando le differenze tra cattolici e protestanti, discriminando, facendo sì che i proletari protestanti considerassero l’Ulster “roba loro” da difendere dagli attacchi dei “papisti”, gli Orangisti hanno mantenuto saldamente il potere. Ma ormai è tempo che anche la classe operaia protestante si chieda che cosa ha ottenuto in questi ultimi settant’anni di collaborazione con la propria borghesia. Hanno ottenuto case decrepite, invivibili, prima dei cattolici; hanno ottenuto lavori malpagati, prima dei cattolici. Direi che la classe operaia protestante ha fatto un pessimo affare. Dimenticavo: gli è anche stato concesso una volta all’anno, il 12 luglio, di sfilare per le strade di Belfast urlando quanto sono superiori ai cattolici, ma, francamente, non mi sembra molto.

Da questo punto di vista come giudichi il “cessate il fuoco” delle organizzazioni paramilitari protestanti (UDA, UVF…)? In un primo tempo sembrava che fossero disposti a scatenare la guerra civile, pur di non mettere in discussione lo Stato delle sei contee…
Lo spettro del “bagno di sangue” è stato più volte evocato dal Governo inglese come alibi per non fare nulla. Anche gran parte dell’opinione pubblica pensava che i protestanti sarebbero letteralmente impazziti e avrebbero scatenato la guerra civile. Ma c’è una grossa differenza tra ammazzare persone inermi nella loro casa o per strada (in genere le squadre della morte loyaliste scelgono i loro obiettivi tra la popolazione cattolica indiscriminatamente, indipendentemente dall’impegno o dalle simpatie politiche delle vittime, ndr) e entrare nella prospettiva di sconfiggere militarmente esercito e polizia nel corso di una guerra civile.

I gruppi paramilitari protestanti non hanno mai dato prova di esser in grado di ingaggiare una guerra vera e propria. Per questo non sono sufficientemente attrezzati, neanche a livello psicologico. Dovrebbero chiedere alla comunità protestante di sostenerli anche contro la Corona: una situazione insostenibile per gran parte degli unionisti, al limite della schizofrenia. Bisogna poi tener conto delle infinite prove di collusione dei gruppi paramilitari unionisti con la polizia. Si è sempre sospettato che queste bande fossero creature dei servizi segreti, usati come arma di terrorismo di stato. Ora il Governo inglese vuole la pace e non bisogna sorprendersi che anche gli unionisti si adeguino.

Intervista a cura di Gianni Sartori (1994)

 

Hunger strikers

I partecipanti all’Hunger Strike: Bobby Sands, Francis Hughes, che morì dopo 59 giorni di digiuno; Patsy O’Hara, 61 giorni; Raymond McCreesh, 61 giorni; Joe McDonnell, 61 giorni; Martin Hurson, 46 gorni; Kevin Lynch, 71 giorni; Kieran Doherty, dopo 73 giorni; Tom McElwee, 62 giorni e Mickey Devine, 60 giorni.

Intervistiamo la scrittrice romana Diletta Nicastro sull’affascinante e poliedrico tema dell’Irlanda, isola impreziosita da bellezze naturali “mozzafiato” (termine di cui il Mondo di M&L è custode, rispondendo all’appello lanciato dalla Società Dante Alighieri di Firenze1), chiedendole di disegnarci una ideale finestra sul suo libro “Dio salvi il gigante”.
Laureata in Sociologia (cattedra di Storia delle Comunicazioni di Massa), con la sua tesi ‘Gianluca Vialli, un eroe moderno veicolato dai mass media’, ha vinto nel 2000 il Premio di Laura Stefano Benetton come miglior tesi sportiva dell’anno. Dal 2003 è Giornalista Pubblicista e nel 2007, durante un viaggio in Lussemburgo con l’allora fidanzato (ed ora marito) ha l’ispirazione che darà vita alla saga de “Il Mondo di Mauro & Lisi”.
Da sempre attenta al sociale, Diletta Nicastro ha sostenuto tramite M&L la Croce Rossa Italiana subito dopo il terremoto in Abruzzo (2009) e ad Haiti (2010). Attualmente appoggia il progetto ‘M&L per l’Aula Manfredi’ per la costruzione di una scuola in Africa tramite l’Onlus Se.A.Mi. Nel 2011 ha vinto il Premio Bastet per la diffusione della cultura del gatto nella letteratura grazie a ‘I segreti di Tallinn – Il quinto incarico’. Nel 2012 ha vinto il Booktrailer Online Award per ‘Dio salvi il Gigante – Il sesto incarico’.
La saga de “il Mondo di Mauro & Lisi” è incentrata intorno alla storia di due fratelli: Mauro Cavalieri, il maggiore, ispettore dell’Unesco ai suoi primi incarichi, ed Elisabetta (detta Lisi), che con la sua spontaneità, profondo intuito e tenacia, diverrà di incarico in incarico l’insostituibile compagna d’avventure. La coppia di investigatori in missione per preservare i siti protetti del patrimonio dell’Unesco – dalla fortezza medievale del Gran Ducato di Lussemburgo al centro storico di Roma nel Settimo Incarico uscito a febbraio 2013 – diventa un trio quando all’improvviso le loro vite si incrociano con quella dell’irlandese Kieran Moynihan, alla ricerca della sua storica armatura di famiglia, in un incalzare di eventi e trame che a tratti e nello stile ricorda le atmosfere dei romanzi di Agata Christie. Uno degli aspetti che affascina il lettore che si accosta al Sesto incarico della saga – “Dio salvi il gigante” – è il profondo amore degli irlandesi per la propria terra e per l’antica lingua gaelica dei loro padri, che ispira al fuggitivo Cuchullin (personaggio il cui nome trae origine dalla leggenda dell’omonimo eroe celtico difensore dei confini dagli invasori del Nord che volevano deporre il re bambino Cormac per conquistare il trono irlandese) questo bellissimo elogio dei suoi abitanti: “Qualunque sia lo scontro politico che ci separa, l’Irlanda è la nostra terra. Nessuno di noi, nessuno, la ferirebbe..”. E’ questo uno dei motivi per cui Mauro e Lisi riceveranno concitate telefonate dalla contea irlandese del Donegal, in cui sarà loro richiesto di agire da intermediari tra i repubblicani irlandesi del gruppo di Patrick O’Hara (a cui appartengono Kieran e i suoi amici Charlie, Greer, Una, Penny e Lawrence) e i servizi segreti inglesi dell’MI6. La missione, spinta inizialmente dal profondo desiderio di liberare un loro caro amico (di cui non rivelo qui il nome per lasciare la suspense ai lettori) colto da un’imboscata di un misterioso gruppo di terroristi in uno shed locale, li porterà a trovarsi a vivere al centro un gioco molto più grande di loro, che vedrà coinvolto anche il sito naturalistico Unesco del Selciato del Gigante, confinante con il castello di Dunsverick (che, secondo una tradizione locale, fu visitato anche da san Patrizio).
Diletta, ci puoi aiutare ad entrare maggiormente nelle corde che muovono il cuore dei protagonisti, parlandoci più’ a fondo della passione per la verde Irlanda che muove le scelte del gruppo di Patrick a Letterkenny..motivazione che va al di là di un semplice credo politico per affondare le proprie radici nella fierezza dei propri antenati che con dignità protessero i valori della loro terra natia?
“Patrick O’Hara fa politica da quando è giovanissimo. La sua storia viene narrata ed approfondita nel racconto ‘La vendetta di Sam Campbell’, inserito nella raccolta ‘Verso Roma’. E’ un uomo dal carisma naturale, che raccoglie attorno a sé giovani irlandesi che si rispecchiano nelle sue idee. E’ da poco stato eletto nel consiglio comunale di Letterkenny (città del Donegal dove è nato e cresciuto Kieran Moynihan). Non ha mai nascosto di sognare un’Irlanda libera e del suo passato si sa che è stato arrestato in Irlanda del Nord con la scusa di guida in stato di ebbrezza. Dopo tre giorni in prigione, che Patrick mai ha voluto raccontare a nessuno, è stato rilasciato. Dal carattere forte e pacato, potrebbe maturare un sentimento di naturale avversione nei confronti dell’MI6. Tuttavia, al momento della scoperta di reali minacce al sito del Selciato del Gigante, è lui ad accettare il dialogo con l’MI6 per salvare la sua terra, spingendo tutti i suoi uomini, che si fidano di lui, a fare lo stesso. Una scelta che probabilmente gli cambierà la vita, ma che è stata dettata anche da quell’amore profondo della sua terra che deve essere protetta, sempre e comunque.
“Kieran arriva a Patrick O’Hara quando è ancora al liceo. Cresciuto nel culto della storia irlandese, si rispecchia nelle sue idee ed è pronto a sostenerlo in qualsiasi modo. Nel corso del romanzo sarà sempre più evidente il legame che Kieran prova per la sua terra. E narrerà molte storie che affondano le radici in tempi perduti. Da Cuchullin, alle guerre per proteggere il Re bambino Cormac, fino alle lotte del Cinquecento degli O’Donnell (di cui i Moynihan erano alleati) contro la regina Elisabetta”.
“Sotto di noi uno spettacolo che non potrò mai raccontare. Un colpo al cuore per la bellezza, la forza e la maestosità. Non avevo mai visto nulla che potesse anche lontanamente somigliargli. E si trattava solo di ombre, di spuma bianca che si stagliava senza sosta su un tappeto di colonnine basaltiche che si protendevano geometriche e ribelli verso l’Oceano..”: queste sono solo alcune pennellate con cui descrivi la maestria con la quale la natura nei millenni ha modellato il sito naturalistico del Selciato del Gigante – antichissimo affioramento roccioso situato sulla costa nord est irlandese a pochi chilometri a nord della cittadina di Bushmills – entrato nella World Heritage List Unesco nel 1986.
Ci puoi raccontare che emozioni ti ha ispirato questo gioiello naturalistico irlandese nello stesura di “Dio salvi il gigante” e come è nata l’ispirazione del sesto incarico, in cui inserisci anche un interessante omaggio al libro “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen ?
“Il Selciato del Gigante è di una bellezza straordinaria. Impossibile descrivere la potenza del suo impatto emotivo mentre si osservano le colonnine di basalto che si gettano in mare o svettano verso l’alto creando formazioni mozzafiato tra cui l’Organo (presente nel romanzo). Ho avuto la fortuna di visitarlo in una grigia giornata di novembre (periodo in cui si svolge il romanzo, tra l’altro), quando batteva un vento freddo e si alzava la spuma dell’Oceano. Nessun altro era presente lungo il sentiero ed ho potuto sentire il pulsare del sito, che mi ha mostrato le azioni dei miei protagonisti, azioni che cambieranno le loro vite.
“Come ogni sito Unesco descritto nei miei libri, il Selciato del Gigante diventa protagonista. E’ descritto nei minimi particolari, e vi è nel libro una mappa per seguire l’azione sia mentre si legge, sia qualora qualcuno volesse vederlo dal vero e ripercorrere gli avvenimenti sul luogo reale.
“Ma l’Irlanda tutta è stata di ispirazione per ‘Dio salvi il Gigante’. Una storia d’amore e passione, per il mondo, per la propria Terra, per la propria storia e per le persone che sono attorno. L’Irlanda vive e respira tra le pagine del libro.
“L’idea di ambientare nell’isola verde un’avventura era nata da tempo. Da quando è comparso, ne ‘Il mistero di Lussemburgo’ (il primo romanzo della saga), il personaggio di Kieran Moynihan, che ha assunto un ruolo sempre più importante nella storia (e nel cuore di Lisi Cavalieri). Da tempo i lettori attendevano di sapere chi fosse realmente questo misterioso irlandese. Chi i suoi amici. Quali i suoi ideali, tramandati dal nonno e insegnatagli dal padre. Già ne ‘I segreti di Tallinn’ vi sono le prime avvisaglie del suo legame con Patrick O’Hara e la profondità e l’intensità del suo interesse per la questione irlandese.
La questione irlandese viene trattata qui in maniera non macro-sociale, ma come storia di individui. Individui costretti ad affrontare qualcosa che va al di là dei credo e dalle storie personali (la possibilità di un attentato terroristico sul suolo irlandese) e porterà alcuni uomini a trovare un’alleanza dove, viceversa, solitamente regna solo la tensione e il sospetto.
In questo contesto è stato inserito anche il mio personale omaggio a Jane Austen, altro tema importante del libro. Di primo acchito l’omaggio a Miss Austen, autrice così inglese, può sembrare in dissonanza con un libro così profondamente radicato nel mondo irlandese. Ma Jane Austen è autrice attualissima sebbene siano passati 200 anni esatti dalla pubblicazione del suo ‘Orgoglio e Pregiudizio’. E se allora nel suo romanzo più celebre era narrato con arguzia e penna delicata lo scontro sociale tra l’altero Fitzwilliam Darcy e la vivace Elizabeth Bennet, separati per status sociale, in ‘Dio salvi il Gigante’ la separazione tra i protagonisti è dettata dalla contrapposizione politica-sociale. Ritroviamo così il freddo Jonathan ‘Fitz’ Darcy, agente segreto dell’MI6, alle prese con i pregiudizi e la passionalità di Penelope Hughes, braccio destro di Patrick O’Hara. Lo scontro tra i due cerca di rispecchiare la difficoltà di dialogo, ma rappresenta anche la possibilità di una mano tesa tra le parti”.
Intervista a cura di Donatella Cerboni

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Vi proponiamo l’intervista al Premier irlandese Enda Kenny, realizzata a Bruxelles dalla TV EuroNews.

Kenny ha ripercorso i forti legami con i ‘fratelli’ inglesi, soffermandosi sulla partnership strategica e il coinvolgimento della Gran Bretagna in Europa.

E poi ancora, la stabilità dell’Eurozona e il mercato del lavoro temi che affronterà l’Irlanda in questo semestre europeo.

Le domande alle quali ha risposto Enda Kenny:

  • Lei si è detto fiducioso sul fatto che una soluzione riguardo al problema del debito delle banche possa essere trovata entro fine marzo. Rimanete dello stesso avviso anche dopo le voci arrivate da Berlino?
  • Il presidente francese Hollande a dicembre ha auspicato un’armonizzazione della fiscalità delle imprese a livello europeo. L’Irlanda è pronta ad accettare? e perchè?
  • E a chi dice che le banche sono all’origine della crisi cosa risponde? Non dovrebbero pagarsi da sole i loro debiti?
  • Abbiamo assistito a una discussione sulle garanzie d’impiego per i giovani. Lo Stato può davvero garantire il lavoro in questo modo?

 

L’Irlanda guida l’Europa per 6 mesi: intervista al premier Enda Kenny

 

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Intervista a Jim Sheridan di CinemaItaliano.info al regista sei volte candidato all’Oscar, autore di “Nel nome del padre” e “Il mio piede sinistro”.
Ospite di maggior prestigio al Sottodiciotto 2012, il regista irlandese Jim Sheridan ha incontrato stampa e pubblico per parlare di sé, del suo cinema e del suo futuro, ma anche di politica e delle preoccupazioni per l’economia mondiale.
Davanti a una abbondante tazza di caffé nero, Jim Sheridan ha ricordato i suoi primi approcci con il mondo delle immagini. “Ho sempre amato lavorare coi giovani, e sono molto felice di essere stato invitato qui al Sottodiciotto, c’è un festival simile a Belfast, Cinemagic, e sono molto onorato di questo omaggio”, ha detto esordendo.

 

Parla Jim Sheridan

“Mi ricordo di quando avevo 15-16 anni, di quando mio padre installò la tv e l’antenna in casa, cercando di evitare l’interferenza dell’unico grattacielo possibile in Irlanda, la chiesa. Da allora le cose sono cambiate molto: prima da noi era la tradizione orale a dominare, poi la mia generazione – la prima a crescere su entrambi i versanti, tra parola e immagine – è cresciuta e io e Neil Jordan ne siamo stati i primi rappresentanti al cinema”.
La tv si è sostituita presto al pulpito. “La gente a messa è drasticamente scesa in poco tempo, e l’Europa ha iniziato a subire l’influenza della televisione, i cui contenuti arrivano principalmente dagli Stati Uniti. Si è verificato un auto-consumo delle potenzialità dei nostri giovani, sempre più allineati – anche se inconsapevolmente – su quelli statunitensi”.
I suoi primi quattro film sono profondamente legati alla tradizione e alla storia d’Irlanda (“Il mio piede sinistro”, “Il campo”, “Nel nome del padre” e “The Boxer“). “La realtà è molto più complessa dei film, è come una radiografia, non si tratta solo di un’immagine ma di qualcosa di più complicato e profondo. Bisogna tenerne conto quando la si vuole raccontare, senza sminuirla ma rendendola semplice: si deve camminare su due versanti, quello emotivo e quello del racconto, e quando si racconta il proprio paese è molto difficile riuscire ad essere equilibrati, forse lo può fare meglio chi è straniero. Non è semplice raccontare qualcosa che ti appartiene”.
“I miei sono family movies, che vanno bene in Europa e – per gli Stati Uniti – solo nelle città come New York, Boston e Chicago, fondate da immigrati irlandesi e italiani, ebrei e neri, le stesse città in cui “arriva” anche il cinema indipendente statunitense. Dove ci sono i repubblicani, gli ambienti creati dai ricchi, un certo cinema non va: quello che faccio io è un viaggio spirituale, qualcosa di molto più profondo che raccontare una storia. La mia Irlanda è intrappolata in una rete di rabbia, furia e di appoggio all’IRA, un’atmosfera da cui ogni tanto bisogna anche staccarsi un po’. Quando ho fatto il film sapevo che avrei avuto molti problemi da parte inglese, cercando di rendere umani i miei personaggi, facendo un eroe del padre non violento”.
E come giudica quindi la sua esperienza negli Stati Uniti da “In America” in poi, anche alla luce dei problemi avuti con “Dream House”. “In generale lavorare negli USA è come lavorare in Irlanda, specie se lavori a film a basso (relativamente) budget. Il mio primo film là, “In America”, è stato con Fox, e non ho avuto alcun problema da parte di nessuno, è stata una bella esperienza. “Get rich or die tryin'” mi ha visto lavorare con 50 Cent e con la Paramount, e per fortuna avevano appena licenziato la persona che doveva interagire con me, ho potuto districarmi abbastanza liberamente. Per “Brothers” ho lavorato con Relativity, e in quel periodo c’era uno sciopero degli sceneggiatori per cui non era possibile avere interferenze nel lavoro!”.
Diverso il discorso per “Dream House”, da cui si è allontanato e che ha disconosciuto così come i due co-protagonisti, Daniel Craig e Rachel Weisz. “In quel caso ho assistito a momenti di follia collettiva, con richieste folli di “ripulire” i dialoghi a pochi giorni dalle riprese, senza curarsi minimamente della sostanza. Mi hanno cambiato lo sceneggiatore, ho dovuto lavorare senza alcun appoggio e a un certo punto ho preferito tornare a Dublino e girare con altri attori circa 45 minuti del film per mostrare ai produttori cosa volevo. Non l’hanno neanche guardato, è stato un po’ frustrante, ma non per questo – se capitasse – rifiuterei di lavorare ancora negli USA”.
Qualche considerazione sugli attori. “Daniel Day Lewis è un poeta, tecnicamente credo sia il più bravo di tutti i tempi. Insieme forse a Charles Laughton, con De Niro migliore per la sua potenza e Brando per la sua geniale animalità incontrollabile: Daniel è il più bravo di tutti a concentrarsi sul personaggio, ha bisogno di avere il controllo. Tra le attrici avrei voglia di lavorare con Saorsie Ronan”.
Nel prossimo futuro due progetti. “Uno più autobiografico, che racconta la storia della mia famiglia dopo la morte di mio fratello Frankie, quando aveva 10 anni. C’era questo orfano che si avvicinò a mia madre, ma io non lo accettavo e facevo di tutto per respingerlo: sarà un film sul crescere a Dublino. L’altro – sempre da girare in Irlanda – è sul processo di pace che l’IRA ha portato avanti dopo la morte di Bobby Sands”.
Autore dell’intervista Carlo Griseri.
 

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Barry McCabe lo abbiamo visto recentemente in Italia al fianco di Mick Taylor, e assicura che presto tornerà a trovarci con le sue Gibson sottobraccio.

Chi è? Barry McCabe è un ragazzo di Virginia, un piccolo paese dell’Ulster, che un giorno acquistò una vecchia chitarra in un negozietto e strada facendo ha visto più di un sogno materializzarsi: prima il tour con Rory Gallagher, suo eroe di sempre, poi i palchi di mezzo mondo condivisi con band del calibro dei Ten Years After, Molly Hatchett, ZZ Top e Canned Heat.

Se nel suo album “The Peace Within” era Davy Spillane, già collaboratore di Van Morrison, Bryan Adams e Chris Rea, a fargli compagnia con le sue uilleann pipes, nel più recente “Beyond The Tears” per non essere da meno lo hanno raggiunto alcuni amici vecchi e nuovi: tra questi Mark Feltham, già armonicista della Rory Gallagher Band, nonché il Mama’s Boys & Celtus Pat Mc Manus e Johnny Fean degli Horslips con le loro chitarre.

 

Intervista all’irlandese Barry McCabe

Musicista sensibile e generoso, Barry ha uno stile asciutto, pulito ed essenziale in cui scorre quello speciale sapore irlandese, vigoroso e caldo, capace di avvolgere l’ascoltatore e metterlo immediatamente a proprio agio.
Rory Gallagher e Peter Green nel cuore, Barry McCabe si è avviato lungo un personale percorso musicale in cui si fondono tradizione irlandese e blues, rock ‘n’ roll e sperimentazione… quanto segue è ciò che ha da dire in proposito.

MB: Ciao Barry McCabe! Si direbbe che tu sia spesso in tour con Mick Taylor e che nel 2008 ti rivedremo in Italia proprio in sua compagnia. Quando lo hai incontrato per la prima volta? E com’è andata? Sai, sono in molti a considerarlo una leggenda vivente… me compreso.

BMC: L’ho incontrato nel marzo 2007, quando acconsentì a essere il mio “ospite speciale” al party organizzato per il lancio di “Beyond The Tears”. Ero molto eccitato all’idea di suonare con lui, ovviamente, e son felice di poter dire che lo show è riuscito davvero bene. Sai, dopo abbiamo ricevuto tanti di quei complimenti che decidere di programmare altri concerti insieme ci è parsa una scelta obbligata. L’idea è piaciuta anche a Mick, così l’anno scorso è finita che abbiamo fatto qualche show in Europa tra Germania, Olanda e Italia.
Quanto a Mick Taylor, bè, puoi includermi nella lista di chi lo considera una leggenda. Da parte mia sono anche un grande fan di Peter Green, e proprio per questo so bene che già per entrare nei Bluesbreakers doveva avere i numeri… sul fatto che se la cavò con disinvoltura e sfoggiando al contempo uno stile unico, penso che siamo tutti d’accordo.

 

MB: Ho visto il concerto di Mick Taylor a Milano nel novembre 2007, nel quale avete alternato composizioni tue e sue. Il brano di apertura era la tua “In The Dead Of Night” [da “Beyond The Tears”] e, in generale, l’impressione era che tu avessi molto spazio sul palco. Era solo “questione di un tour” o pensate di approfondire la collaborazione?

BMC: Mick ha insistito fin dall’inizio perché eseguissi alcuni miei brani durante i concerti e da questo punto di vista per me è fantastico, in quanto lo spazio per lasciare la mia impronta nello spettacolo non mi manca. Penso che a Mick piaccia avere qualcuno con cui spartire il “carico”. Quando canto, lui è davvero felice di starsene un passo indietro a fare ciò che più ama: suonare la chitarra.
Il palco milanese era molto grande e prima di cominciare gli dissi che in quelle condizioni amo muovermi un pò in giro, la sua risposta è stata un semplice “Accomodati.”. Quindi, sì, ho piena libertà di seguire l’ispirazione del momento e fare ciò che sento.

Spero che potremo approfondire la collaborazione, certamente. Subito dopo il nostro primo show Mick disse che gli sarebbe piaciuto suonare in “Beyond The Tears”, offrendomi i suoi servizi qualora decidessi di registrare qualcos’altro. Wow! Si parlò anche di comporre a quattro mani e penso che potremmo fare molte cose, compatibilmente coi nostri programmi e col fatto che si prenda la decisione di ragionarci un pò su.

MB: Sei cresciuto a Virginia, una piccola città nella Contea di Cavan, Ulster, e hai avuto la possibilità di suonare al fianco di uno degli eroi nazionali irlandesi: Rory Gallagher! Ti va di parlare un pò di quei giorni?

BMC: È vero, è a Virginia che sono cresciuto, e ai tempi era un villaggio davvero grazioso e tranquillo. Da allora si è un pò espanso, ma è riuscito a conservare gran parte del suo fascino. È stato un bel posto in cui crescere. Là potevi percepire un senso di comunità, e a casa avevo il permesso di suonare la mia chitarra a volume molto, molto alto (benché abitassimo nella strada principale)! Poi, lo so, coi miei capelli lunghi e gli albums di Rory Gallagher sottobraccio io certamente ero quello strano, però mi hanno tollerato! [ride] Ho messo in piedi una band e già prima di lasciare la scuola suonavo da semi-professionista. Poi girai per tutto il paese e poi ancora me ne partii per l’Europa continentale. Il resto, come si dice, è storia!

Rory lo conobbi bazzicando i suoi concerti e riuscendo infine a incontrarlo. Lui era una delle poche “superstars” disponibili a passare del tempo coi fans dopo gli spettacoli. Fu al National Stadium di Dublino nei primi anni ‘70. Ho avuto il piacere di essere al Carlton Cinema quando registrò l’album “Irish Tour ‘74”, e ciò significa che anch’io sono in quel disco famoso, là da qualche parte a sgolarmi e applaudire.
Lo rividi tempo dopo nell’Europa continentale, in occasione di un mio tour in Germania. Lui suonava ad Amburgo e io decisi di fare un salto a salutarlo. Era sorpreso di trovarmi là. Quando seppe che ero impegnato nelle stesse esperienze che toccarono a lui anni prima, cioè facendomi i denti nel circuito dei club, cominciò a nutrire un profondo rispetto per me. Da allora, infatti, si interessò sempre a ciò che facevo.
Partecipai al suo tour del ‘91-’92. Era un sogno che si avverava, e nessuno di noi pensava che pochi anni dopo se ne sarebbe andato. Rory era una persona davvero gentile e la sua morte fu una grande perdita per il mondo della musica.

MB: La prima volta che mi capitò di ascoltare una registrazione di Gallagher restai senza fiato: la sua energia e il suo talento sono/erano doni rari, molto difficili da trovare. Sfortunatamente, il suo nome non sembra essere conosciuto quanto meriterebbe. Come lo spieghi?

BMC: Bè, Rory era assolutamente contrario alla pubblicazione di “singoli” (45 giri), e la cosa ebbe un effetto nocivo sulla sua popolarità. Questa scelta praticamente dimezzò il “tempo radiofonico” a sua disposizione perché in America, per esempio, gli album vengono trasmessi su FM, ma devi avere un singolo per passare su AM. Va anche ricordato che lui era una persona estremamente timida, certo non lo avresti mai trovato nei “posti che contano” a farsi fotografare, etc.

MB: Col tuo album “The Peace Within” hai cominciato a esplorare le frontiere del “Celtic Blues”, un’affascinante miscela di folk, blues e rock ‘n’ roll. Hai fatto un gran lavoro con gli strumenti tradizionali… ho impiegato un sacco di tempo per convincermi che una cornamusa potesse suonare in quel modo!

BMC: Bè, non sei l’unico! [ride] Penso di aver disorientato un bel pò di gente con quell’album. Le uilleann pipes, le cornamuse irlandesi, sono state usate nel rock in passato (a suonarle nel mio album era Davy Spillane, già membro di una band folk-rock di grande successo, i Moving Hearts), io desideravo portarle in una sfera blues. Sentivo alcune similitudini tra la musica irlandese e il blues ed ero curioso di sapere se potevano rimpiazzare l’armonica, il sax o altri strumenti normalmente associati a quel genere di musica.

Devo ammettere che le uilleann pipes sono estremamente difficili da suonare e Davy Spillane un vero genio, sono stato molto fortunato ad averlo con me. Pochi riescono a ripetere ciò che lui sa fare con una cornamusa e, cosa ancor più importante, aveva addosso una gran voglia di sperimentare qualcosa di diverso.

MB: Si direbbe che i musicisti irlandesi abbiano un legame con le proprie radici musicali più forte rispetto a quelli inglesi o europei. Sbaglio?

BMC: Potrebbe essere. Non dimenticare che la musica è stata una componente importantissima della nostra storia (nel periodo dell’occupazione i messaggi segreti venivano trasmessi in forma di canzone, per esempio) perciò non trovo affatto strano che permanga un legame emozionale con essa. Poi la nostra storia ci rende un popolo estremamente malinconico, talvolta, e suonare o ascoltare musica è una grande forma di terapia per questo tipo di cose. Molti di noi vedono la musica come un qualcosa che va ben oltre l’intrattenimento, penso.

MB: L’industria musicale ha molte similitudini con quella dei fast food, oggi, ma il tuo CD “Beyond The Tears” si muove in una direzione completamente diversa: ci vuole coraggio per produrre un album “sensibile” in questi tempi “insensibili”.

BMC: Suppongo di sì, volendo guardare le cose da questo punto di vista. Onestamente, l’unico criterio che ho per quanto riguarda il fare musica è che deve piacermi e venire dal cuore. Va anche bene produrla e distribuirla poi, ma non lo faccio con in testa idee o strategie commerciali. Non fraintendermi, sono felicissimo quando i miei dischi vendono, ma si tratta di un bonus, non dell’obbiettivo.

MB: Ascoltando “Beyond The Tears” ho avuto l’impressione di trovarmi a trascorrere una giornata al pub in compagnia di un vecchio amico, alternando gli scherzi ai ricordi dei tempi buoni e di quelli cattivi, addosso la sensazione che tutto andrà bene – anche là fuori. Una giornata intera, sino al tramonto che, al tempo di un valzer, accompagna il commiato.

Barry McCabe: Mi piace questa spiegazione dell’album. Penso che tu abbia colto esattamente quello che mi premeva trasmettere con il disco. Sì, è davvero la storia della vita, dalla prima canzone sino all’ultima. L’inizio è affidato a una melodia rock’ n’ roll abbastanza semplice (anche se i versi sono un pò più pesanti rispetto agli standard del genere), si attraversano un po’ di umori cupi nella parte centrale e si conclude con un valzer, che dovrebbe trasmettere un senso di pace o soddisfazione all’ascoltatore. L’album è una metafora del viaggio della vita. Parti pieno di entusiasmo, strada facendo finisci a terra e affronti giorni bui, ma se mantieni viva la fede potresti venirne fuori e, chissà, andartene danzando nel tramonto. Non è un finale eccessivamente felice (non siamo a Hollywood) ma è più ottimista che pessimista, e penso sia questo ciò che importa. L’ascoltatore non dovrebbe cadere in depressione dopo averlo ascoltato, ma piuttosto sentire che c’è speranza, una ragione per continuare a camminare.

MB: Grazie, Barry McCabe! C’è qualcosa che vorresti aggiungere?

BMC: Non mi pare, direi che abbiamo trattato un pò tutti gli argomenti. Vorrei solo ricordare il mio indirizzo web – www.barrymccabe.com – e ringraziarti per l’interesse: spero che la gente troverà piacevole leggere di me e della mia musica.

Virginia, County Cavan, 3 gennaio 2008

Su concessione di Massimo Baraldi

Era il 1986 quando Ivano Fossati presenta al pubblico 700 giorni, un album ricco di contaminazioni musicali e impreziosito da stili e impulsi musicali differenti.

Nel disco ci sono due canzoni. Gli amanti d’Irlanda e Giramore: due dediche alla musica popolare irlandese, alle sue ballate e ai suoi strumenti.

Da allora, spesso nelle canzoni di Ivano Fossati si ritrovano richiami a questi ritmi e a queste sonorità. Dopo di lui molti altri musicisti italiani hanno usato le modalità dell’irish music, fra i tanti Modena City Ramblers e a Massimo Bubola. Gli abbiamo rivolto qualche domanda per capire il suo rapporto con l’Isola di Smeraldo.

Intervista a Ivano Fossati

Domanda di rito: quanto e cosa le piace della musica irlandese?
Amo moltissimo la musica folk targata Irlanda. Sono un ammiratore degli artisti irlandesi. Troppo semplice sarebbe parlare degli U2. Il mio interesse per questi ritmi nasce ben prima: per molti anni ho ascoltato i Clannad e molti altri; ne sono sempre rimasto affascinato pur senza entrarci dentro completamente. Ho cercato di conoscerla perché è una linea musicale molto particolare e soprattutto molto intensa: pensiamo ai Them con Van Morrison, è praticamente impossibile sfuggire a una musica tanto intensa.

Dice di non essere riuscito ad entrare completamente dentro alla musica folk irlandese, eppure, in alcune sue canzoni, pensiamo a Gli amanti d’Irlanda, ma anche a Giramore, sembra che sia riuscito non solo ad entrarci, ma a fare questi ritmi e queste sonorità completamente sue, tanto da saperle restituire al pubblico con estrema padronanza…
Gli amanti d’Irlanda è un gioco, è una ricostruzione, anzi, una teatralizzazione fatta utilizzando dei piccoli schemi di musica irlandese presa a prestito. Di fatto non sono un esperto, però mi piace, rispetto questa cultura e subisco il grande fascino dei musicisti capaci ed esperti che la fanno. E come me sono molti i musicisti e i cantanti italiani che amano questi ritmi e sonorità. La mia amica Fiorella Mannoia, per esempio, che ha cantato una canzone proprio su “Il cielo d’Irlanda”, conosce bene questa terra e la sua musica e adora l’una e l’altra.

La sua musica non ha mai chiuso gli occhi di fronte alla realtà del mondo. I mesi appena passati sono stati per l’Irlanda del Nord fondamentali per il rispristino di una democrazia autonoma e di una gestione condivisa dello Stato tra le varie forze politiche. Prima gli accordi di Saint Andrew, poi le elezioni, infine la costituzione di un Governo al quale siedono cattolici e protestanti, repubblicani e unionisti…
Non posso che apprezzare gli sforzi compiuti e i risultati ottenuti. Ma vorrei riflettere su un fatto: della questione nord-irlandese qui in Italia è arrivato molto poco, in questi mesi, ma anche in periodi più violenti. Quando ho visto l’ultimo bellissimo film di Ken Loach, Il vento che accarezza l’erba, non ho potuto evitare di riflettere sul fatto che la maggior parte di noi della questione nordirlandese non sa quasi nulla.

Come mai da noi non è arrivato oggi come in passato quasi nulla della sofferenza di questa gente che lottava per difendere la propria identità? Perché i mass-media non sono interessate a queste storie reali? Il Nord e le sue vicende, da quaggiù sembrano poco interessanti, forse. Viviamo nella certezza di sapere tutto… E invece…
E invece non è così. Quello che capita con l’Irlanda del Nord capita anche con altre nazioni. Ci sono delle parti del mondo, per giunta a volte molto vicine a noi, di cui sappiamo molto poco. Senza saperlo ignoriamo il dolore e le ingiustizie subite proprio in questo momento da alcune popolazioni. La storia del Nord Irlanda è di una ferocia inaudita, enorme il dolore del suo popolo, eppure è un dolore che a noi quasi non arriva. Il dolore inascoltato di un popolo: questa è un’immagine che mi colpisce e ferisce.

Intervista di Elisa Cerasoli.
Le foto di Ivano Fossati sono si proprietà di C.Pistelli e C.Fossati

 

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