Il fiordo di Killary di Barry Kevin è «uno spaccato di vita di quell’Irlanda da cui l’autore proviene, affrontato con irresistibile comicità».
Dodici racconti imprevedibili, sottili, disturbanti, che compongono – fra intrusioni inaspettate, mortificanti rassegnazioni, insularità devianti, esplosioni liriche, promesse spezzate, istinti di autointossicazione e schietta malvagità – una formidabile ed eterogenea galleria di personaggi, scenari e situazioni attraversati da una tetra, irresistibile comicità.
Nulla, però, inclina al buffonesco: quello di Barry è semmai un sogghignante e memorabile contrappunto a dolorose epifanie che discendono in linea diretta dalla migliore tradizione irlandese del racconto breve.

Kevin Barry, Il fiordo di Killary

La carriera letteraria di Kevin Barry nasce dalla congiunzione di un sogno e di un incubo, entrambi precoci. Il sogno era, racconta Barry, “diventare il più grande scrittore ebraico della mia generazione, un autore del livello di Roth o di Malamud, anzi meglio. Solo che per un ventenne lentigginoso di Cork, Irlanda, la faccenda si presentava un po’ complicata”. Quanto all’incubo, coincideva col “pensum” imposto dall’industria editoriale a qualsiasi debuttante: trovare una voce (e poi vivere di quella).
Bene, dal momento che la sola idea “di sentirsi frastornare per i successivi trenta o quarant’anni da quella benedetta voce, sempre uguale” gli faceva accapponare la pelle, Barry ha tempestivamente optato per una via diversa: scrivere, con la stessa gioia selvaggia che il lettore, per osmosi, prova leggendole, le storie in cui si imbatteva più o meno tutti i giorni, fra le strade e i pub della sua Irlanda. Storie nere, quasi sempre, i cui personaggi non solo sbagliano, ma perseverano, diabolicamente, nell’errore.
Un ragazzo esce da un carcere minorile dopo una condanna per spaccio di anfetamine, e ha un’idea luminosa per cominciare una nuova vita: spacciare anfetamine. Un suo coetaneo, sui tetti di Cork, pensa di baciare una sua amica talmente a lungo, e così tormentosamente, da disintegrare anche solo la possibilità di farlo. Due vecchiette battono la campagna in quello che sembra un incantevole road movie della terza età, finché non scopriamo che si tratta di due predatrici…
Genere: letteratura internazionale
Listino: €17,00
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Data uscita: 17/09/2014
Pagine: 171
Formato: brossura
Lingua: Italiano
EAN: 9788845929137

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«Dubliners» festeggia cento anni e Minimum Fax presenta un’opera polifonica che lo celebra. Si chiama «Dubliners 100» ed è un’antologia di racconti che riunisce alcune delle migliori penne dell’Irlanda contemporanea da John Boyne a Pat Mc Cabe, passando per Donal Ryan, Eimear McBride e Paul Murray, fino ad arrivare a Peter Murphy.
Sono tutti giovani talenti che hanno scelto di confrontarsi con il capolavoro joyciano, una delle più importanti raccolte di racconti del Novecento europeo. Dentro quell’opera c’è tutto la paralisi, il desiderio di fuga, il profondo senso di stagnazione e la frustrazione dei “Dubliners” di Joyce proiettano la loro luce obliqua sull’odierna vicenda esistenziale del Paese e del suo popolo ferito, scosso dalla violenta perdita d’identità e da un senso di regressione e isolamento.
Dal 1 gennaio 2012, in base alle leggi sul copyright UE, sono decaduti i diritti delle opere pubblicate da James Joyce il che significa che chiunque può adattare i racconti dello scrittore irlandese. È possibile adattare in un cortometraggio sperimentale ogni racconto del libro Dubliners, si può sviluppare un gioco per computer, stile Second Life, basato su Ulisse e chiamare una band con il nome di uno dei capolavori dello scrittore: Finnegans Wake.

15 autori irlandesi si confrontano con Joyce.

Genere: letteratura internazionale
Listino: €15,00
Editore: Minimum Fax
Collana: Sotterranei
Data uscita: 13/11/2014
Pagine: 240
Formato: brossura
Lingua: Italiano
EAN: 9788875216160

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L’isola che scompare (Nutrimenti) di Fabrizio Pasanisi è un itinerario geografico e letterario, una vera guida, in una delle terre più affascinanti d’Europa: l’Irlanda.

Luoghi, parole, emozioni, sulle tracce dei grandi scrittori e fino ai nostri giorni, in un itinerario che, partendo dal Sud, da Cork, risale fino a Galway e Sligo, toccando le Cliffs of Moher, le isole Aran, il Connemara, per concludersi infine a Dublino, l’anima del paese.

Tra panorami mozzafiato e improvvisi mutamenti atmosferici, una guida alla scoperta dei luoghi che hanno segnato la cultura d’Irlanda, sulle tracce degli immortali, da Joyce a Yeats, da Beckett a Wilde, ma anche dei tanti minori che hanno dato impulso al Rinascimento celtico. Una lettura appassionante e un prezioso compagno di viaggio, ricco di spunti e curiosità.

 

L’isola che scompare di Fabrizio Pasanisi

Genere: critica letteraria e teatrale
Listino: €18,00
Editore: Nutrimenti
Collana: Tusitala
Data uscita: 12/11/2014
Pagine: 224
Formato: brossura
Lingua: Italiano
EAN: 9788865943564

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#guardianfirstbookaward è la prima edizione del premio letterario varato dal quotidiano britannico The Guardian vinta dallo scrittore irlandese Colin Barrett con Young Skins.

Colin Barrett con il suo libro «Young Skins», una raccolta di racconti sulla vita quotidiana in un piccolo centro irlandese, si è aggiudicato il premio messo in palio dal Guardian. Il giovanissimo scrittore, classe ’82, è cresciuto nella Contea di Mayo.

Il giovane ha lavorato per una società di telefonia mobile a Dublino prima di tornare al college per studiare scrittura creativa. Le sue storie iniziarono ad apparire nella rivista letteraria irlandese «The Stinging Fly» nel 2009.

 

#guardianfirstbookaward

 

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Le antiche pietre di Dalriada

Le antiche pietre di Dalriada è il nuovo volume di Diletta Nicastro (Il mondo di Mauro & Lisi), attesissimo seguito de ‘Il complotto di Roma’ e prima parte della trilogia ‘Le nebbie di Meteora’, ottavo incarico dell’Ispettore Unesco Mauro Cavalieri. Seguiranno nel 2015 Le memorie perdute di Kori e Il libro segreto di Valdur.

Dal 5 dicembre arriva l’attesissimo seguito de ‘Il complotto di Roma’ con sei storie mozzafiato: Le antiche pietre di Dalriada

Le antiche pietre di Dalriada
Il volume è una raccolta di sei storie: Primula Rossa vs Nigel Taylor, Il giorno dell’Etna, Come un leone, Le antiche pietre di Dalriada, Non ne rimarrà uno e La villa sul lago. Molti protagonisti noti (tra cui Mauro, Lisi, Kieran, Primula Rossa o l’amatissimo Jürgen Lohmann, tornato perché richiesto con insistenza da molti lettori) ed altri sconosciuti, che diventeranno dei pilastri nel nuovo capitolo della saga. Tra questi, il più importante è senz’altro l’agente della CIA Alexander Armstrong (Non ne rimarrà uno), chiamato a catturare Karim Usman Malik, il terrorista inglese di origine pakistana, mente dell’attentato al Selciato del Gigante sventato in Dio salvi il Gigante, e che ora è sulle tracce di Kieran Moynihan, unico testimone che può riconoscerne il volto.

Il titolo, viceversa, è tratto dal racconto centrale della raccolta, Le antiche pietre di Dalriada, avventura che vede come protagonisti Lisi, Kieran e i loro amici d’Irlanda. Dalriada è un antico regno (IV-VIII secolo d.C. circa), situato nelle tradizionali contee scozzesi di Argyll e Bute e nella contea di Antrim nell’Irlanda del Nord, la cui storia è immersa nel mito. In trasferta a Glasgow per vedere una partita del Celtic, Lisi e Kieran si imbattono in questo luogo misterioso, che sembra essere stato abbandonato all’improvviso.

Particolare attenzione anche alla Sicilia, con il racconto Il giorno dell’Etna, che narra di come “uno dei vulcani più emblematici e attivi del mondo” sia diventato Patrimonio Naturale dell’Umanità e che svela per la prima volta cosa sia accaduto a Maarja Tender, promessa sposa di Mauro Cavalieri.

La Nicastro, una delle più innovative autrici italiane, supera se stessa e conferma perché ‘Il mondo di Mauro & Lisi’ è una delle serie letterarie più amate degli ultimi anni.

Scene mozzafiato, ritmo serrato, stile moderno, ‘Le antiche pietre di Dalriada’ trascina il lettore dalla prima all’ultima pagina in un turbine infinito di emozioni e ancora una volta lascia con la frenetica voglia di prendere in mano subito il libro successivo per scoprire cosa accadrà ai personaggi più amati.

I racconti Come un leone e Non ne rimarrà uno sono disponibili anche separatamente come e-book sulla piattaforma Kindle di Amazon.

Cinquanta pasticceri, si ritroveranno a Temple Bar Venue per presentare le loro composizioni: torte magiche.

Si festeggia così il capolavoro dello scrittore inglese Roald Dahl, “Charlie e la fabbrica di cioccolato” la cui prima pubblicazione risale al 1964.

Con oltre 50 milioni di copie nel mondo e tradotto in 50 lingue, il romanzo popolare che ha ispirato anche il film di Tim Burton sarà al centro della festa Roald Dahl Day in programma nella capitale irlandese il prossimo sabato e domenica. Charlie ant the Chocolate FactoryI più piccoli avranno la possibiità di immergersi nel mondo fantastico creato dallo scrittore mentre nelle librerie del Regno Unito è già disponibile una versione del romanzo con un taglio per adulti.

 
Roald Dahl Day
 
Inoltre secondo alcune indiscrezioni riprese dalla stampa britannica, l’autore del libro avrebbe volutamente eliminato dalla versione finale del libro, il capitolo quinto dove invece comparirebbe un’altra stanza della fabbrica, la Vanilla Fudge Room.

 

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La giustizia dei Celti”, diritto e società celtica in un nuovo libro Matteo Passeri ricostruisce per l’Italia i fondamenti giuridici di una società oggi riscoperta Un percorso per conoscere, comprendere e riscoprire nel mondo contemporaneo e in Italia lo spirito della “Brehon Law”, l’antico diritto gaelico: è uscito in questi giorni il libro “La giustizia dei Celti” di Matteo Passeri, saggio storico su un tema poco approfondito in Italia, ovvero il sistema giuridico e sociale di una popolazione appartenente alla famiglia delle genti celtiche che penetrarono anche nel nostro paese.

Illustrando i valori, le fonti, il funzionamento della “Senchus Mor”, la grande tradizione su cui si basava anche il sistema della giustizia, l’autore ripercorre con il lettore tutti gli elementi che servono a capire la società dei Celti dal punto di vista del diritto e delle leggi: le norme consuetudinarie applicate per secoli e considerate “naturali”, le assemblee per interpretare le norme esistenti e affrontare questioni straordinarie, gli status sociali, le gerarchie, le figure religiose, i cultori, il clan e la famiglia, le funzioni del re, che addirittura poteva perdere il suo status se non era “giusto”.

Due ampi capitoli sono invece dedicati alle aree fondamentali del diritto gaelico, ovvero i contratti, la proprietà terriera e il diritto delle persone, che a sua volta spiega come fossero concepiti e funzionassero lo status della donna, i contratti di matrimonio, il divorzio, la ripartizione dei beni, l’adulterio i soggetti deboli e il fosterage, ovvero l’affidamento di un figlio a un’altra famiglia del clan incaricata di crescerlo ed educarlo. Addentrandosi nello studio del suo diritto, Passeri introduce quindi alla comprensione di una civiltà dai tratti molto moderni anche se antecedente al Cristianesimo, e i cui valori di responsabilità personale, libertà, solidarietà, merito oggi andrebbero rivalutati.

 

 

Il libro La giustizia dei Celti

Come scrive Silvano Danesi nella prefazione, sono le “regole di un mondo apparentemente lontano”, ma “la presenza celtica in Italia è stata significativa”.
Avvocato cassazionista del foro di Bergamo, membro della scuola dell’Accademia Bardica e Druidica O.L.N.O. Oltre la Nona Onda, l’autore porta in Italia uno spaccato sui celti dal punto di vista giuridico, utile a completare un percorso di riscoperta su questa civiltà che già sta avvenendo da alcuni decenni.

“La giustizia dei Celti – Lo spirito della Brehon Law” di Matteo Passeri, 15 euro, 132 pagine, brossura, Ean 9788891076212.

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Vi proponiamo il testo dell’intervista di Gianni Sartori a Ronan Bennett (1994), autore de “La seconda prigione”, pubblicato in Italia da Gamberetti editrice.

La denuncia del caso di Gerry Conlon e dei «quattro di Guildford» di Ronan Bennett che in carcere conobbe, prima dello sciopero della fame del 1981, uno dei protagonisti dell’Hunger Strike, Patsy O’Hara (INLA).

Ronan BennettRonan Bennett (Belfast, 14 gennaio 1956) è uno scrittore e ex militante dell’IRA. Nato e cresciuto a Belfast, dopo aver vissuto una sofferta esperienza di militanza politica (accusato di appartenenza all’Official IRA) ed essersi laureato in Storia presso il King’s College, di Londra, ha intrapreso una carriera di scrittore che non si è mai allontanata dall’impegno civile e dall’esigenza di testimoniare la difficile realtà sociale e politica del suo o di altri Paesi. Ronan Bennett scrive regolarmente per The Guardian e The Observer.

 

LA VERA SFIDA

“Uscire dal carcere non è che l’inizio. Evadere dal proprio passato, questa è la vera sfida”
Ronan Bennett, irlandese di Belfast, a causa del suo impegno per la causa repubblicana, ha conosciuto due volte l’esperienza del carcere: a Long-Kesh e a Brixton, negli anni Settanta. Una prima volta venne arrestato con l’accusa, poi risultata infondata, di aver ucciso un poliziotto. Venne condannato all’ergastolo in base alla testimonianza di una persona che in un secondo tempo (al processo d’appello) riconobbe di essersi confusa. Un classico esempio di errore di identificazione usato strumentalmente per imprigionare i militanti repubblicani. In seguito, trasferitosi in Gran Bretagna, venne nuovamente arrestato per cospirazione e subì un lungo periodo di carcerazione preventiva. Anche in questo caso le accuse risultarono una montatura e il suo processo acquistò una certa notorietà sulla stampa come “il processo a persone non identificate che, in luoghi non identificati, progettavano attentati contro altre persone non identificate”.

 

Qualche tua considerazione sulle recenti dichiarazioni del governo inglese che, finalmente, ha detto di essere disposto a dialogare con il Sinn Féin. Cosa ne pensi?
Le dichiarazioni rese da Major verso la metà di ottobre sono la conferma che senza il Sinn Féin non è possibile trovare una soluzione al problema dell’Irlanda del Nord. Negli ultimi anni il Governo inglese aveva sempre cercato una soluzione che escludesse il partito.

Puoi riassumere quali sono state le diverse strategie adottate dalla Gran Bretagna?
Per la prima parte di questo conflitto (Ronan si riferisce agli ultimi venticinque anni, ndr) la Gran Bretagna ha adottato una politica di sistematica repressione: processi senza giuria, internamento, uso dei proiettili di plastica anche contro manifestazioni pacifiche, la strategia adottata dai Servizi britannici di “sparare per uccidere”, ecc. Nella seconda fase del conflitto, accanto a questi metodi, hanno adottato anche una strategia diversa, di “soluzione politica”, ma sempre con l’esclusione del partito repubblicano. I vari segretari di stato per l’Irlanda del Nord hanno imbastito tavole rotonde con i partiti irlandesi, tavole rotonde a cui però il Sinn Féin non poteva partecipare. Questi colloqui venivano sempre salutati con ottimismo dalla propaganda. Ogni volta i media davano l’impressione che ormai la soluzione definitiva era a portata di mano.

Questa era anche la tua impressione?
Personalmente ogni volta ero del parere che tutto si sarebbe concluso con un niente di fatto. Cosa che poi accadeva regolarmente.

I conati di vomito di Major
Quando e perché le cose hanno cominciato a cambiare?
Le cose sono rimaste sostanzialmente inalterate fino a poco tempo fa. Ancora l’anno scorso Major sosteneva che non avrebbe mai parlato con esponenti del Sinn Fein; anzi dichiarò che “solo l’idea di parlare con Gerry Adams mi fa venire il voltastomaco”. Ad uso e consumo del suo elettorato, evidentemente. Quello che al popolo inglese non veniva detto era che già in quel momento tra il Governo britannico e il Sinn Féin si svolgevano colloqui segreti. Proprio mentre Major rilasciava queste interessanti dichiarazioni sul suo stomaco, Gerry Adams rendeva pubblici i documenti che provavano l’esistenza dei colloqui. In un primo momento, superato l’iniziale imbarazzo, il Governo inglese cercò di negare l’evidenza. Poi ammise che c’erano stati dei “contatti”.

Come giustificarono la cosa?
Uno dei motivi addotti per giustificare questi “contatti” era che ormai l’IRA sarebbe stata sul punto di arrendersi, di consegnare le armi. A questo punto l’IRA sfidò pubblicamente, ma invano, il Governo inglese a fornire le prove, i documenti di quanto andava sostenendo. In compenso furono i Repubblicani a contrattaccare dichiarando che i rappresentanti del Governo avevano riconosciuto in sede di colloqui che l’unità dell’Isola era ormai un fatto inevitabile e che bisognava convincere gli unionisti.
Naturalmente il Governo negò e il Sinn Féin rese pubblici altri documenti inoppugnabili a sostegno di quanto aveva dichiarato. Per questo ancora in marzo Martin Mc Guinness ha potuto dichiarare alla stampa che in quel momento la politica del Governo inglese era di considerare l’Irlanda come unica.

L’IRA non si è arresa

Quanto stai dicendo mi sembra smentisca l’ipotesi che la scelta della tregua in fondo è stato un atto di debolezza dell’IRA, il riconoscimento di una mezza sconfitta…
In effetti si è cercato anche di dare questa interpretazione. Io penso invece che le cose siano andate esattamente nel modo opposto, che la Gran Bretagna abbia capito di non poter sostenere ulteriormente l’occupazione militare delle sei contee, di non poter sconfiggere l’IRA. Per tutti questi anni il Governo inglese e i comandanti dell’esercito hanno dichiarato ripetutamente di essere sul punto di stroncare l’IRA, che ogni azione dell’esercito repubblicano era “l’ultimo colpo di coda” (più o meno quanto si dice dei baschi dell’ETA, ndr). Ma da documenti riservati giunti in nostro possesso, risulta che anche allora l’IRA era considerata praticamente invincibile sul piano militare. Questa è una delle ragioni per cui il Governo inglese ha dovuto riconoscere che la sua posizione era ormai insostenibile.

Naturalmente non è l’unica…
Un’altra ragione determinante sta nell’evidenza dell’appoggio popolare di cui godono i Repubblicani. All’inizio quelli dell’IRA e del partito venivano descritti dalla propaganda come assassini sanguinari, mezzi psicopatici, gente che uccide per una sorta di odio ancestrale. In seguito vennero dipinti come una gang di delinquenti comuni. Certo che come banda criminale devono aver avuto poco successo dato che nessuno dei leader repubblicani ha mai sfoggiato ricchezza e benessere; anzi molti di loro vivono in condizioni di indigenza… In entrambe le versioni i Repubblicani erano presentati come una minoranza che poteva sopravvivere solo terrorizzando la propria comunità.
In ogni conflitto la propaganda detiene naturalmente un ruolo importante. Ma è molto pericoloso finire con il credere alla propria propaganda, come hanno fatto gli Inglesi.

 

Centomila persone al funerale di Bobby Sands

Che cosa li ha costretti a ricredersi?
Molte cose. Per esempio il fatto che Sands venisse eletto al Parlamento e che un cittadino cattolico su cinque dell’Irlanda del Nord abbia partecipato ai suoi funerali. In seguito la doppia elezione di Gerry Adams e le dozzine e dozzine di consiglieri comunali eletti nelle liste del partito. Ci volle un po’ di tempo ma alla fine il governo britannico fu costretto a convincersi che i Repubblicani godevano di un notevole appoggio; che non era possibile trattare senza tener conto di questa fetta dell’elettorato. Questo riconoscimento è alla base del cambiamento di rotta del Governo inglese.

Immagino che anche la questione economica abbia avuto un certo peso…
Certamente. Quando ci sono di mezzo i soldi anche gli Inglesi cambiano politica. Mantenere l’apparato di sicurezza ormai costa cifre altissime. Inoltre ricordiamoci che nel Nord il Governo ha foraggiato con miliardi di sterline una economia fallimentare, un vero e proprio “pozzo di San Patrizio”…
Naturalmente questo è avvenuto per ragioni politiche, non certo perché Londra avesse a cuore i bisogni della gente. Il Governo cercava così di comprare la lealtà della popolazione, in particolare degli unionisti. Anche per questo nel nordirlanda il thatcherismo non ha mai attecchito. I finanziamenti dovevano anche garantire una certa moderazione in politica. Si può tranquillamente affermare che per un quarto di secolo la gente si è presa i soldi restituendo in cambio poca lealtà e non votando più di tanto i partiti moderati. Venticinque anni di questa politica si sono rivelati fallimentari. Sarà poi compito degli storici stabilire con precisione quando e come il Governo britannico ha deciso di cambiare politica; resta il fatto incontestabile che ha cambiato atteggiamento sul ruolo del partito repubblicano.

Quanto ha influito sulle trattative la decisione dell’IRA di estendere il conflitto alla Gran Bretagna, attaccando in modo molto pesante (tra gli altri obiettivi) anche la City?
Sicuramente la campagna militare in Gran Bretagna è stata molto efficace, in particolare le due bombe alla City. Ricordo che, dopo la seconda bomba, alla televisione c’erano state dichiarazioni molto allarmate di finanzieri tedeschi e giapponesi che prendevano seriamente in considerazione l’ipotesi di trasferire altrove le loro banche. Evidentemente il Governo inglese ha preferito non correre questo rischio.

Allora è tutto risolto; d’ora in poi la strada è in discesa…
In realtà ci sono ancora delle resistenze da parte inglese. Bisogna dire che, nonostante i passi avanti, il Governo britannico ha dato prova di poca fantasia e elasticità nel rispondere al “cessate il fuoco” dell’IRA. Evidentemente è stato colto alla sprovvista e non sapeva cosa rispondere.
La prima cosa che ha fatto è stata quella di infilarsi in un vicolo cieco, mettendosi a discutere se l’IRA avesse o meno usato la parola “permanente” (in riferimento alla tregua ovviamente, ndr). Major ha ripetutamente dichiarato che non ci sarebbero stati colloqui con Adams se non avesse esplicitamente pronunciato la parola “permanente” e finché l’IRA non avesse consegnato le armi. In un secondo tempo si sarebbero accontentati almeno dell’esplosivo. Questa era ancora la posizione ufficiale dopo la prima metà di ottobre (il “cessate il fuoco” dell’IRA risale al 31 agosto, ndr). L’IRA, come è noto, non ha consegnato un bel niente e alla fine Major ha ugualmente riconosciuto che era tempo di iniziare i colloqui anche con i repubblicani.
A tuo avviso, in questo tergiversare, c’è stata solo incapacità politica o anche malafede?
Io penso che da parte del Governo inglese ci sia stata anche una certa dose di disonestà rispetto al processo di pace. Ora evidentemente sta cercando di recuperare terreno, di mascherare l’imbarazzo per non aver saputo trovare subito una soluzione adeguata. Quindi, se ti capiterà di leggere le dichiarazioni di qualche ministro sulla presunta vittoria del Governo inglese, sai cosa pensare in proposito.

 

Il tradimento dei chierici

Questa evidentemente è la posizione del Sinn Féin. E la tua opinione come scrittore? Cosa pensi dell’atteggiamento tenuto dagli intellettuali irlandesi rispetto al conflitto?
Ho parlato come scrittore, non solo come membro del partito; come scrittore la cui vita è stata fortemente segnata da quello che accadeva in Irlanda del Nord. I miei libri, articoli, le mie sceneggiature sono stati fortemente influenzati dal conflitto e dal carcere. Non credo che il conflitto sia stato ben compreso dalla maggioranza degli intellettuali nordirlandesi. C’è naturalmente qualche eccezione ma la stragrande maggioranza ha cercato di evitare ogni coinvolgimento politico. Nel mio caso, invece, l’impegno politico (e le sue conseguenze: il carcere soprattutto) è stato determinante, cruciale. Adesso questo atteggiamento, che finora era stato fatto proprio solo da una minoranza intellettuale, viene riscoperto e rivalutato proprio grazie al processo di pace. Soprattutto da coloro che hanno avuto esperienze analoghe. È come se questi primi mesi del processo di pace abbiano dato coraggio alla comunità, e cominciare a credere che vi siano possibilità concrete di una pace giusta ha ridato fiducia anche a molti artisti.

Molti scrittori nordirlandesi sono di origine cattolica e provengono dai quartieri proletari di Belfast o Derry. Cosa è cambiato nel loro modo di scrivere?
Finora, per la maggior parte degli scrittori irlandesi di origine operaia, valeva l’esigenza di doversi in qualche modo “imporre”, anche all’interno della propria comunità. Ora mi sembra che questa idea stia scomparendo. Insieme all’idea che, per poter essere pubblicati, bisogna mettere in luce gli aspetti peggiori della vita (la violenza, il degrado…). Naturalmente questo non significa passare ad una visione idilliaca della situazione. Molti lavori scritti in questi ultimi tempi sono carichi di tensione, come a mio avviso dovrebbe essere tutta la buona letteratura.

 

Dalla parte degli oppressi

E della tua produzione letteraria cosa puoi dirci? Come viene accolta dalla critica?
Soprattutto dopo l’esperienza del carcere, nei miei lavori non mi pongo dal punto di vista delle persone di successo, dei “rampanti”, “borghesi”, ma da quello della gente semplice, sfruttata e oppressa (come gli abitanti di West Belfast), gente con problemi quotidiani, piena di dubbi… Un critico sostiene che io scrivo della vita “a un livello basso”; l’ho preso come un complimento. Inoltre, nei miei libri, cerco di privilegiare gli aspetti collettivi, solidali (delle lotte ma anche della vita quotidiana) rispetto all’individualismo. Sicuramente questo è dovuto alla mia esperienza nel campo di Long-Kesh. Ricordo bene quando vi giunsi, vent’anni fa, dopo il mio primo arresto. Un prigioniero al suo primo arresto è una delle persone più vulnerabili che esistano sulla terra: improvvisamente gli è stato tolto l’intero controllo sulla propria vita. Quella prima volta per me è stata molto dolorosa… E i primi giorni di isolamento hanno aggiunto paura alla paura. Le cose però sono cambiate quando sono stato trasferito con gli altri compagni prigionieri. Questi erano già riusciti a raggiungere un livello tale di autorganizzazione da aver praticamente escluso l’autorità carceraria dalle celle. Restando uniti, solidarizzando tra loro, difendendosi insieme dalle aggressioni delle guardie, i prigionieri politici erano riusciti a ricreare un ambiente più favorevole anche dentro il campo di prigionia. Era la messa in pratica del vero concetto di solidarietà: io difendo te, tu difendi me. E dentro Long-Kesh la solidarietà tra i prigionieri era tutto fuorché un vuoto slogan. Eravamo in costante protesta e rivolta contro le autorità carcerarie e questo ci permise di sopravvivere conservando la nostra identità.

 

La rivolta di Long-Kesh

Tu hai anche preso parte a una delle maggiori rivolte carcerarie degli anni Settanta, conclusasi con la quasi distruzione del campo di Long-Kesh…
Fu una delle esperienze più drammatiche ma anche più importanti. Un secondino era entrato in una cella e aveva cominciato a pestare un prigioniero. Come reazione a quel pestaggio l’intero campo venne bruciato, nel corso di una rivolta.
Naturalmente la reazione fu molto dura, feroce: venimmo attaccati con i lacrimogeni e con proiettili di plastica, ci aizzarono contro i cani… Dopo l’incendio del carcere (nell’ottobre del ’74) rimanemmo per settimane in celle scoperte (senza il tetto ma con il filo spinato, ndr), con la neve, praticamente senza cibo e senza coperte… Però posso affermare con sicurezza che nessuno di noi pensò mai di aver fatto la cosa sbagliata. Se non avessimo reagito a quel pestaggio poi ne sarebbero venuti altri; sarebbe potuto capitare a chiunque. Questa è l’etica della solidarietà collettiva che ho ricavato dalla mia esperienza e che cerco di riprodurre nei miei libri.

Qualche critico l’ha definita una visione del mondo e dei rapporti sociali “fascista”…
E la cosa mi ha fatto incazzare parecchio. Si può dire che scrivo male ma non accetto di essere definito “fascista”. Credo che con questa definizione si sia volontariamente frainteso quello che scrivo, considerandolo una minaccia per l’individuo. È esattamente il contrario: cerco di esprimere la ricerca di una situazione in cui ciascuno possa vivere meglio. Questo naturalmente a volte comporta dei sacrifici. Tornando al carcere, il sacrificio maggiore è stato sicuramente quello pagato dai dieci militanti dell’IRA e dell’INLA dell’81, morti in sciopero della fame per conservare l’autonomia che i prigionieri repubblicani avevano conquistato con le loro lotte. Credo che solo pensare di definire “fascista” questo modo di difendersi dall’oppressione (caratteristico del proletariato irlandese) sia aberrante.

Patsy O’Hara

Tra l’altro tu hai avuto modo di conoscere bene uno dei dieci Hunger Striker, Patsy O’Hara dell’INLA di Derry, con cui hai condiviso per un anno la cella…

Ho conosciuto Patsy quando è entrato per la prima volta a Long-Kesh, nel ’75. Era stato arrestato assieme ad un altro compagno (mi pare si chiamasse Brian…) per dei proiettili rinvenuti nella loro auto. Quando uno arrivava in carcere, per prima cosa gli si chiedeva che cosa avesse detto alla polizia. Non avevano dato altro che il loro nome. Questo, dati i metodi usati abitualmente dalle forze di repressione (percosse, tortura…), era abbastanza raro e venne considerato un segno di forza, di determinazione. Questa impressione venne poi confermata dal comportamento tenuto in carcere da Patsy e dall’altro compagno. Patsy in particolare era un leader nato, anche se non in modo ostentato; era sempre molto calmo, non alzava mai la voce…

La cella N.14

Nonostante fosse molto giovane, si capiva che era molto preparato politicamente. Siamo stati nella stessa cella, la N.14, per circa un anno e abbiamo parlato a lungo di come ognuno di noi fosse arrivato alle sue convinzioni politiche. Sostanzialmente avevamo gli stessi punti di riferimento: “Bloody Sunday” (la “Domenica di sangue”; Derry, 30 gennaio 1972), l’internamento, l’incendio di Long-Kesh… Io sono uscito di prigione prima. In seguito Patsy e Brian vennero assolti (sembra che le pallottole fossero state messe nell’auto a loro insaputa, ndr).
Poi Patsy è stato arrestato di nuovo e non ci siamo più rivisti. Quando ho saputo che aveva iniziato lo sciopero della fame, ho subito pensato che sarebbe andato fino in fondo.

Un’ultima considerazione sul rapporto tra la tua esperienza del carcere e i libri che scrivi…
Mi rendo conto che dalle mie parole questa esperienza del carcere può apparire quanto mai tetra… In realtà con i compagni prigionieri c’erano anche momenti di estrema gioia… Contemporaneamente c’erano anche esperienze negative: rivalità personali e politiche, esasperate dalla detenzione… Nei miei libri cerco di ricreare tutto questo, esprimere sia l’impegno che il divertimento. Altrimenti sarebbe solo propaganda.

 

L’incognita loyalista

Quali sono le tue previsioni a lungo termine? Potrà durare stabilmente questo stato di non-belligeranza? Cosa faranno i loyalisti?
A mio avviso il Governo inglese dovrà riconoscere che la sua presenza in Irlanda del Nord è stata un disastro e che il Popolo Irlandese deve poter decidere del suo futuro. Inoltre i protestanti, che sono parte integrante del Popolo Irlandese, dovranno scegliere se intendono restare legati alla Gran Bretagna o piuttosto vivere in una Irlanda unita, portando la loro esperienza, la loro cultura e conservando la propria identità. La prima ipotesi sarebbe un disastro anche per loro. In tutto sono un milione di persone che vivono confinati in un angolino dell’isola. Penso che lo capiscano anche loro e che sceglieranno l’altra possibilità. Personalmente sono molto ottimista sull’eventualità che cattolici e protestanti riescano a trovare un terreno comune. Non dimentichiamo che attualmente la leadership politica protestante è molto screditata. In particolare gode di scarsa considerazione da parte della sua maggiore base elettorale, la classe operaia protestante. I proletari di Shankill Road e delle altre aree unioniste chiamano i dirigenti politici unionisti “la brigata pellicce e gioielli”, dato che si sono serviti della politica per arricchirsi. Lentamente si sta formando una classe politica alternativa che sembra possedere una buona dose di coscienza di classe. Credo che troverà una risposta adeguata nella classe operaia cattolica. Le condizioni materiali di vita sono analoghe: disoccupazione, case fatiscenti… Credo che finiranno per unirsi nella ricerca di soluzioni comuni.

 

Divide et impera

Tra l’altro mi sembra che anche in passato ci siano state lotte comuni: scioperi, occupazioni…
In passato ci sono stati molti episodi di questo genere, sia agli inizi del secolo che negli anni Trenta e Quaranta. Ma ogni volta gli Orangisti (la classe dirigente protestante, ndr) sono riusciti a sabotare queste alleanze. Enfatizzando le differenze tra cattolici e protestanti, discriminando, facendo sì che i proletari protestanti considerassero l’Ulster “roba loro” da difendere dagli attacchi dei “papisti”, gli Orangisti hanno mantenuto saldamente il potere. Ma ormai è tempo che anche la classe operaia protestante si chieda che cosa ha ottenuto in questi ultimi settant’anni di collaborazione con la propria borghesia. Hanno ottenuto case decrepite, invivibili, prima dei cattolici; hanno ottenuto lavori malpagati, prima dei cattolici. Direi che la classe operaia protestante ha fatto un pessimo affare. Dimenticavo: gli è anche stato concesso una volta all’anno, il 12 luglio, di sfilare per le strade di Belfast urlando quanto sono superiori ai cattolici, ma, francamente, non mi sembra molto.

Da questo punto di vista come giudichi il “cessate il fuoco” delle organizzazioni paramilitari protestanti (UDA, UVF…)? In un primo tempo sembrava che fossero disposti a scatenare la guerra civile, pur di non mettere in discussione lo Stato delle sei contee…
Lo spettro del “bagno di sangue” è stato più volte evocato dal Governo inglese come alibi per non fare nulla. Anche gran parte dell’opinione pubblica pensava che i protestanti sarebbero letteralmente impazziti e avrebbero scatenato la guerra civile. Ma c’è una grossa differenza tra ammazzare persone inermi nella loro casa o per strada (in genere le squadre della morte loyaliste scelgono i loro obiettivi tra la popolazione cattolica indiscriminatamente, indipendentemente dall’impegno o dalle simpatie politiche delle vittime, ndr) e entrare nella prospettiva di sconfiggere militarmente esercito e polizia nel corso di una guerra civile.

I gruppi paramilitari protestanti non hanno mai dato prova di esser in grado di ingaggiare una guerra vera e propria. Per questo non sono sufficientemente attrezzati, neanche a livello psicologico. Dovrebbero chiedere alla comunità protestante di sostenerli anche contro la Corona: una situazione insostenibile per gran parte degli unionisti, al limite della schizofrenia. Bisogna poi tener conto delle infinite prove di collusione dei gruppi paramilitari unionisti con la polizia. Si è sempre sospettato che queste bande fossero creature dei servizi segreti, usati come arma di terrorismo di stato. Ora il Governo inglese vuole la pace e non bisogna sorprendersi che anche gli unionisti si adeguino.

Intervista a cura di Gianni Sartori (1994)

 

Hunger strikers

I partecipanti all’Hunger Strike: Bobby Sands, Francis Hughes, che morì dopo 59 giorni di digiuno; Patsy O’Hara, 61 giorni; Raymond McCreesh, 61 giorni; Joe McDonnell, 61 giorni; Martin Hurson, 46 gorni; Kevin Lynch, 71 giorni; Kieran Doherty, dopo 73 giorni; Tom McElwee, 62 giorni e Mickey Devine, 60 giorni.

Sono uno scrittore. Roddy Doyle. Uno scrittore irlandese.
Sono un uomo a cui è capitato di essere scrittore. Sono un uomo che ha scelto di essere scrittore.
Sono un uomo di mezza età. Sono un uomo di mezza età a cui è capitato di essere irlandese, un uomo che non è sempre stato di mezza età ma che è sempre stato irlandese. Sono abbastanza vecchio da ricordarmi zone dell’Irlanda che, negli anni Sessanta, non avevano l’elettricità.

Sono un uomo di Dublino.
Sono un uomo di Dublino a cui non piace quasi niente della musica irlandese.
Potrei continuare così a lungo, per pagine e pagine.
Potrei riempire un pessimo libro. Io sono due o tre sostantivi e forse il doppio degli aggettivi.

Nel suo libretto dal titolo Stronzate. Un saggio filosofico, il filosofo Harry G. Frankfurt scrive: «È impossibile che una persona menta se non crede di conoscere la verità. Produrre stronzate non richiede questa convinzione». Se mi allontano dalla fiction, spesso temo di avventurarmi nelle stronzate. Quando scrivo un romanzo o un racconto esamino, e riesamino, ogni parola. Ciascuna è un mattone solido: resta là dove la metto. Quando scrivo non fiction riempio le pagine perché devo o perché sono stato invitato a farlo, di rado perché mi va o perché ne sento il bisogno. Le parole cominciano a scivolare. Io le spingo sulla pagina e spero che restino là e che, con un pizzico di fortuna, in quel caos ci sia qualcosa di non troppo sdolcinato o banale. La mia più grande e, a volte, unica speranza è di cavarmela. Quando racconto storie mi sento sicuro, molto meno quando cerco di catturare la verità. Dopotutto sono uno scrittore irlandese.

Essere irlandesi. La mia strada per Mandalay

Altre stronzate.
Sono uno scrittore che ha perso il padre proprio quando cominciava a pensare, con apprensione, a questo saggio. La sua morte mi ha pervaso di una profonda tristezza, una tristezza più cupa e prolungata di qualunque altra avessi mai provato. Mi ha anche dato un po’ di conforto, ma solo quando scrivo e penso a questo saggio. Adesso sento il forte desiderio di scrivere di mio padre e, tramite lui, di accostarmi al tema dell’identità. Posso fidarmi delle cose che scrivo. Saranno anche stronzate, ma almeno sono stronzate scritte con convinzione.
Mio padre è nato nel 1923 a Dublino. È nato cittadino irlandese. Se fosse nato poco più di un anno prima sarebbe stato suddito britannico. È arrivato a meno di un anno dalla fine della guerra civile. Le vittime non furono tantissime, ma la frattura fu profonda e molto dolorosa. Mio padre è cresciuto su un versante di quella frattura, il versante repubblicano. Perciò era irlandese, ma essere irlandesi era una novità assoluta. Ed è cresciuto fra persone per le quali il nuovo stato non era abbastanza irlandese. La sua era una famiglia numerosa e, a quanto ne so, felice, ma su una cosa regnava il silenzio.

Due fratelli, gli zii di mio padre, avevano combattuto nella guerra civile, l’uno contro l’altro. Uno di loro, Johnny Doyle, schierato con i repubblicani, era morto in maniera molto violenta.
Mio padre si chiamava Rory. Gli hanno dato questo nome perché è nato il giorno del primo anniversario dell’esecuzione del leader repubblicano Rory O’Connor. La faccenda si complica e, spero, diventa più interessante ora che vi dico che lo stesso Rory O’Connor non era sempre stato Rory O’Connor. Aveva scelto la versione gaelica «Rory» del suo nome «Roderick» per esprimere il suo nazionalismo irlandese.
Quel cambio di nome era una dichiarazione d’indipendenza.
Mio padre è nato al Rotunda Maternity Hospital in fondo a O’Connell Street, strada che fino a qualche anno prima si chiamava Sackville Street: anche in questo caso il cambio di nome è stata una dichiarazione. Il General Post Office, o G.P.O., teatro della Rivolta di Pasqua del 1916, è in O’Connell Street. Fu lì che, nelle parole di William Butler Yeats, «ogni cosa è mutata, mutata interamente: una terribile bellezza è nata».
La strada mostrava ancora i segni dei danni inflitti dai bombardamenti britannici del 1916 e dalla più recente guerra civile. L’indipendenza, la rottura dall’Impero britannico, è facile da individuare: il 6 dicembre 1922.

Come si fa a sapere, però, quando finisce una guerra civile? Rory O’Connor era schierato con la parte che perse quella guerra, per cui il nome di mio padre era un piccolo atto eversivo.
Mio padre è nato un anno e due giorni dopo che tre quarti dell’isola dell’Irlanda erano diventati lo «Stato Libero d’Irlanda» ed è morto il 16 marzo di quest’anno, in un luogo chiamato «Repubblica d’Irlanda». È morto in un ospedale a circa cinque chilometri da quello in cui era nato e ha vissuto l’intera vita a Dublino, la capitale. È sempre stato irlandese, ma il significato dell’aggettivo «irlandese» è cambiato e si è alterato, e lui si è portato con sé quelle tendenze e oscillazioni per tutta la vita.

Anche uno dei suoi nipoti si chiama Rory, ma dare questo nome a quel bambino non esprimeva alcun intento eversivo. Quel Rory è nato nel 1991, nello stesso ospedale del nonno, il Rotunda, in fondo a O’Connell Street. Il significato di «irlandese» ha oscillato anche durante la sua vita.

Per buona parte dell’esistenza di mio padre essere irlandesi ha significato essere «non inglesi». Quando un giornalista francese gli chiese se fosse inglese, Samuel Beckett rispose: «Au contraire». Mio padre avrebbe annuito: per lui quella risposta, per quanto buffa e forse assurda, sarebbe stata del tutto sensata. Sospetto che l’assurdità della risposta di Beckett piacerebbe anche a suo nipote, ma lui non coglierebbe il grido di guerra che contiene.
Mio padre Rory è cresciuto in uno stato deciso a non essere inglese. Per molti dei suoi fondatori, il nuovo stato doveva essere agricolo, di lingua gaelica e cattolico. La sua insularità geografica sarebbe diventata anche un’insularità culturale e morale. Per quanto comprensibile, era rischioso. Loro lottavano contro l’affermato ritratto degli irlandesi che li voleva seducenti ma inaffidabili, ottusi, ubriaconi, violenti, impiccioni, incapaci di sostentarsi e, men che meno, di governarsi. La nuova Irlanda sarebbe stata pura. Protestanti ed ebrei sarebbero stati meno irlandesi dei veri irlandesi; Dublino, una città sporca, sarebbe stata equivoca, meno irlandese del resto dell’Irlanda; chi non parlava gaelico sarebbe stato interdetto dagli incarichi di governo. Il calcio e il rugby erano «garrison games», cioè sport stranieri praticati, e lasciati, dalle guarnigioni britanniche. A chi praticava sport gaelici i «garrison games» erano vietati. L’Irlanda avrebbe dovuto tener fede al nuovo ideale agricolo, gaelico, devotamente e incondizionatamente cattolico.

Mio padre viveva in quell’anti-Inghilterra e l’amava – era un patriota: amava essere irlandese molto più di quanto amasse non essere inglese – eppure la sua canzone preferita, il pezzo con cui si esibiva, era The Road to Mandalay (La strada per Mandalay), costruita attorno alle parole del premio Nobel cantore dell’imperialismo britannico Rudyard Kipling.

In stanze piene di fumo, affollate da altra gente cresciuta nella povertà dell’Irlanda degli anni Venti, Trenta, Quaranta e Cinquanta, lui si alzava e cantava a gran voce.

Presso la vecchia pagoda di Moulmein, rivolta verso il mare a est, siede una ragazza birmana, e io so che sta pensando a me,
perché il vento è tra le palme e le campane del tempio dicono:
«Ritorna, soldato britannico, ritorna a Mandalay!»

E, ogni volta, tutti cantavano in coro con lui il ritornello. Irlandesi fieri, uomini e donne, fieri della loro storia comune, fieri della lotta che li aveva resi irlandesi, gridavano quelle parole al soffitto:

Ritorna a Mandalay,
dove stava la vecchia flottiglia
non senti lo sciabordio delle pale da Rangoon a Mandalay?
Sulla strada per Mandalay
dove giocano i pesci volanti
e l’alba si leva come un tuono dalla Cina oltre la baia!

Ebbene sì, mista al fumo di sigaretta e alla musica c’era ironia nell’aria. Eppure c’era anche una grande gioia, un amore per il mondo oltre l’Irlanda e la consapevolezza che molti dei soldati britannici che avevano occupato Rangoon e Mandalay per l’Impero erano, in realtà, irlandesi, compreso lo zio di mio padre che in seguito combatté nella guerra civile. Però non sapremo mai se la ragazza birmana della canzone si strugge per un uomo di Dublino, di Cork, di Galway, o per un uomo di Liverpool o di Glasgow.
Ovviamente essere irlandesi era, ed è, più complesso di quanto suggerisca uno sguardo alla parola o a una cartina geografica.
Per gran parte della vita di mio padre, l’esponente di spicco della politica irlandese è stato Éamon de Valera. Il giorno di San Patrizio del 1943, quando mio padre aveva diciannove anni e faceva l’apprendista in una stamperia, e il resto d’Europa era in guerra, il Taoiseach d’Irlanda de Valera, cioè il primo ministro, tenne un discorso radiofonico al popolo irlandese. Eccone un estratto:

«L’Irlanda ideale che avremo, l’Irlanda che abbiamo sognato, sarà la casa di un popolo che dà importanza alla ricchezza materiale solo in quanto presupposto di una vita giusta, di un popolo che, pago di un benessere frugale, dedica il suo tempo libero alle cose dello spirito: una terra la cui campagna sarà rischiarata da fattorie accoglienti, i cui campi e i cui paesini saranno resi gioiosi dai rumori dell’operosità, dalla vivacità di bambini vigorosi, dalle gare di ragazzi atletici e dalle risate di ragazze nubili felici, i cui focolari saranno teatro della saggezza di una vecchiaia serena. La casa, in breve, di un popolo che vive la vita come Dio desidera che gli uomini la vivano».

L’Irlanda ideale di de Valera era un luogo di «fattorie», «campi» e «paesini». Non c’erano cittadine e città. A quanto pare, Dio non desiderava che gli uomini vivessero in città. Nell’Irlanda ideale i ragazzi dovevano essere «atletici», le ragazze «felici» e nubili, la vecchiaia «serena». Ma come potevano tutti i ragazzi essere atletici? Quale legge avrebbe garantito la felicità alle ragazze? E come si fa ad aspettare con serenità la demenza e l’incontinenza che avanzano? Questi aggettivi… «atletico», «accogliente», «vigoroso», «felice», «frugale», «giusto». Visto quanto stava accadendo in Europa, parole come «atletico» e «vigoroso», presentate come simboli dell’ideale, sono quasi sinistre, e folli. E il termine «rischiarato»… da quale finestra guardava fuori de Valera mentre scriveva il discorso? In Irlanda piove. Se non piove sta per piovere. In Irlanda il chiarore non è un ideale: è un evento meteorologico sporadico, una rarità fra un acquazzone e l’altro. Ma è proprio questo il problema degli ideali, no? La realtà ci piove su. Se siamo fortunati.

Quando il primo ministro pronunciò quelle parole, mio padre aveva diciannove anni. Era un acceso sostenitore di de Valera e del suo partito politico, il Fianna Fáil. Suo padre, Tim Doyle, l’uomo che l’aveva chiamato «Rory», aveva contribuito a fondare quel partito e mio padre ne è stato un iscritto attivo sin da piccolo e fino alla morte. Però dubito che avrebbe approvato l’ideale di de Valera o che lo avrebbe voluto. Non era particolarmente atletico, amava Dublino e la seriosità delle riunioni attorno ai focolari gli avrebbe dato il voltastomaco o lo avrebbe fatto scoppiare a ridere.
«Chi resta intrappolato nel sogno dell’altro è fottuto» ha detto Gilles Deleuze.
«Se sai cantare The Road to Mandalay no» avrebbe potuto replicare mio padre.
Con il tempo l’Irlanda ideale è cambiata. Negli anni Sessanta si è girata e ha guardato verso l’Europa. Negli anni Ottanta gli irlandesi erano ormai europei. L’insularità non era più una virtù. Siamo stati bravi europei, poi pessimi europei, e adesso vogliamo tornare a essere bravi europei.
Siamo stati un popolo spirituale, ciascuno di noi un poeta o un musicista. Poi siamo stati una terra di banchieri e imprenditori, con una popolazione giovane capace di guardare nelle viscere di un computer e dire: «Facile». Siamo stati un clamoroso successo, l’unico successo. Dominava una nuova insularità: «Abbiamo moltissimo da offrire al mondo, ma il mondo non ha nulla da offrirci». Adesso, a quanto pare, siamo di nuovo poeti. Almeno finché i prezzi delle case non ricominceranno a salire.

Da non molto ci siamo innamorati della regina d’Inghilterra.
«È inglese, M. Beckett?»
«Je ne sais pas».
Tre anni fa la regina è venuta nella Repubblica d’Irlanda, prima monarca britannica a visitare quella parte dell’isola dal 1911. Ha posato una corona di fiori sul memoriale degli uomini e delle donne morti durante la guerra d’indipendenza. Mio padre si è commosso moltissimo, ed è stato colto un po’ di sorpresa. Suo nipote non se n’è quasi accorto. Lui non è cresciuto nella non-Inghilterra. Non credo che sia cresciuto in un’Irlanda necessariamente migliore, solo diversa.
Ogni volta che lascio il mio paese divento subito irlandese. Ho bisogno del passaporto. E il mio essere irlandese è uno dei motivi per cui oggi sono qui. Qui non sono soltanto uno scrittore: sono uno scrittore irlandese. Eppure non so bene cosa significhi, anzi, se addirittura significhi qualcosa. Sono piuttosto soddisfatto di essere irlandese, ma detesto essere «irlandese». L’adoro e lo combatto.

Ecco dove penso si possa trovare l’identità, nella lotta all’identità. O nella lotta all’identità imposta. Stavo scrivendo il mio nono romanzo, credo, quando mi sono reso conto che era proprio quello che stavo facendo: lottavo contro la mia identità, o contro quella che altri avevano cercato di impormi, lottavo contro l’ideale. Lottavo contro quello che altri si aspettavano che fossi e scrivevo con gioia quello che altri consideravano non irlandese, o meno irlandese o più dublinese che irlandese.

I miei libri sono popolati di brave persone che parlano – molto – e amano, ridono e fanno ridere chi le circonda, e di famiglie che si destreggiano e se la cavano senza l’intervento della chiesa cattolica. Nelle mie storie la religione non ha molto spazio. La campagna, la terra al di fuori di Dublino, è visitata di rado.
Ai miei personaggi l’aria troppo fresca non piace e «Homestead» è una marca di marmellata.
Alle pagine dei miei romanzi ho imposto la mia personale definizione di ciò che significa essere irlandesi perché lo volevo. Ricordo di aver riso quando mi sono accorto di poterlo fare, e di riuscirci. E l’ho fatto anche perché ne avevo bisogno.

Il mio primo romanzo, I Commitments, parla di un gruppo di ragazzi che hanno voglia di suonare e scelgono un genere distante dalla musica irlandese, il soul dei neri d’America. Se ne appropriano e lo rendono irlandese.
Lo rendono dublinese.
Danno alla musica l’arguzia
e la geografia della città.

Nel 1991, quando è uscito l’adattamento cinematografico del romanzo, un critico ha commentato che avrebbe scoraggiato i turisti dal visitare l’Irlanda. Le immagini, i suoni, la lingua, la sporcizia – la gioia – non erano irlandesi.
A distanza di ventitré anni, molti pensano che «Mustang Sally» sia una canzone tradizionale irlandese. Avevo sbagliato tutto… o forse avevo fatto centro. «Mustang Sally» era la mia strada per Mandalay. Stavo facendo quello che aveva fatto mio padre. Accettavo quanto mi era stato dato, e lo rifiutavo. Sfruttavo lo scontro fra l’identità personale e l’identità nazionale.

Ero irlandese alle mie, instabili, condizioni.
Sono uno scrittore irlandese che forse si sta avventurando nelle stronzate.
Perciò mi fermo.

 

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