Il commissario Leonardo Cardona è in Irlanda per un corso di aggiornamento professionale presso la polizia locale.

Un tranquillo soggiorno di studio che, come spesso accade agli eroi della letteratura gialla, si trasformerà inopinatamente  in un’avventura piena di colpi di scena e condita di suggestioni magiche, nel corso della quale verranno alla luce nuovi aspetti della personalità del “Leone” di Monteselva.

Una storia che, pur trattando argomenti di profonda introspezione psicologica, tiene il lettore avvinto fino all’ultima riga dell’ultima pagina. Un’occasione, per chi ha già visitato l’Irlanda, di riportare alla memoria le multicolori suggestioni di Dublino, l’atmosfera rarefatta delle nebbiose “Bad Lands” e gli echi antichi del respiro della storia di Glendalhough.

 

Malinconico Leprechaun, Patrizio Pacioni

Per chi invece ancora non avesse avuto la fortuna di conoscere la magnifica isola del quadrifoglio, dei letterati e dell’ottima birra, uno stimolo in più per mettersi in viaggio al più presto, con la certezza di non rimanere deluso.

Titolo: Malinconico Leprechaun
Autore: Patrizio Pacioni
Casa Editrice: Sampognaro e Pupi
Anno Edizione: 2008
Codice ISBN: 978-88-95760-07-0
Pagine: 104
Prezzo: Euro 10,00

Acquista ora!

 

Altre risorse interessanti

Nel 1597, il dottor Simeon Pincher, illustre predicatore e teologo calvinista, arriva a Dublino dall’Inghilterra per assumere il nuovo incarico al Trinity College da poco fondato e dedicarsi “all’opera di Dio”.

E’ convinto che non ci si possa fidare degli irlandesi cattolici. Ma quando, appena messo piede sul suolo dell’isola, viene accolto da un’accidentale quanto violenta esplosione, è proprio un cattolico a soccorrerlo, Martin Walsh.

Nella seconda parte della sua avvincente saga storica, Edvvard Rutherford riprende la narrazione dal punto in cui I’aveva lasciata ne “I Principi d’Irlanda”, alle soglie del diciassettesimo secolo. Attraverso le appassionanti vicende dei Doyle, dei Walsh, dei Tidy e degli Smith siamo guidati nel turbolento periodo della Riforma e della devastante irruzione sulla scena di Oliver Cromvvell.

 

I ribelli

Con l’assedio di Drogheda s’inaugura infatti un lungo periodo di predominio protestante, durante il quale i cattolici sono ridotti a sottoclasse e il paese finisce inesorabilmente con l’impoverirsi. Le profonde tensioni, gli odi nazionali e le ansie di libertà segneranno i successivi trecento anni della storia irlandese dalla fallita rivolta dei contadini nel 1798, ispirata dai principi della Rivoluzione francese, alle sollevazioni guidate dal leader autonomista Charles Stewart Parnell nel secondo Ottocento, fino all’insurrezione di Pasqua dell’aprile 1916 organizzata dal movimento Sinn Féin e alla proclamazione dello Stato Libero d’Irlanda poco dopo la fine della Prima guerra mondiale.

Gli intrighi di potere, la ribellione, gli amori, la natura, la pietà: il destino di una terra affascinante e tormentata rivive in questa epopea, in cui il rigore storico si fonde con il senso dell’avventura e della realtà quotidiana. Lo stile diretto e intrigante di Edward Rutherford ne ta un’opera avvincente e di largo respiro, nella quale riecheggiano le suggestioni della tradizione culturale irlandese, da Swift a Yeats e Joyce.

 

Altre risorse interessanti

Isola per due. Le avventure quotidiane del vulcanico Aidan Sweet, raccontate in prima persona con verve umoristica irresistibile, si trasformano in un ritratto intelligente di quell’Irlanda che, non dimenticando le sue ferite, vuole ricominciare a sperare, senza violenza e senza pregiudizi.

Lei non si è spostata, è là, ti lascia continuare perché già sa che arrivato ad un certo punto ti domanderai se davvero tutti pendono dalle tue labbra oppure.

Un attimo di terrore ti corre lungo la schiena, poi un breve riavvolgimento del nastro per chiederti: “Ma cos’è che ho detto?” e quello che riascolti non è mai quello che avresti voluto sentire. Così Ita e le sue api operaie, si arrestano.

 

Isola per due

Tutte le mamme e i bimbi che popolano il parco si fermano. James Barrymore, gli operai in uscita dalle fabbriche, il traffico del centro, le nuvole in cielo, persino l’acqua del fiume si blocca. Ogni cosa resta dannatamente fissa ad ascoltare la mia frase: “Io-Farò-Un-Murale”».

«Certe volte il mondo sembra mettersi in pausa. Sembra come quelle volte in cui, di spalle alla porta d’ingresso dell’aula, continui a dire peste e corna della Tweenings non rendendoti conto che lei è lì, ti sta guardando. E tu noti l’assoluto silenzio della classe e pensi di essere veramente un grande perché il silenzio vuol dire attenzione e l’attenzione riesce ad averla solo chi sa il fatto suo. Allora aumenti anche il tono della voce. E la voce rimbomba, sbatte sulle pareti e ti ritorna indietro neppure avessi il walkman a palla con su il tuo discorso.

Aidan Sweets

Aidan Sweets ha più di vent’anni, ma non ancora trenta. Vive in una graziosa mansarda nella sua amata Doire (conosciuta ai più come Derry/Londonderry), sempre attraversata dal pigro fi ume Foyle. Si sposta prevalentemente a piedi, per evitare i disagi causati dalle famigerate auto in doppia fi la che infestano la cittadina.
Isola per due è il suo primo romanzo: è il primo perché l’ha scritto diversi anni fa; è il suo perché ne è il protagonista. Ha da poco aperto Tweenings, studio di grafica e illustrazione.

 

Altre risorse interessanti

Dati tecnici: Elena Percivaldi, GLI OGAM. Antico Alfabeto dei Celti, Keltia Editrice, formato 150×230
pagine 176, euro 15 Brossura, con xx tavole fuori testo in b/n – ISBN 88-7392-019-5

Presentazione

di Elena Percivaldi

«Non ritengono opportuno trascrivere i loro sacri precetti. Invece per gli altri affari sia pubblici sia privati fanno uso dell’alfabeto greco». Questo, secondo il noto resoconto di Cesare, il rapporto tra i Celti e la scrittura: praticamente inesistente. I dati archeologici concordano con quanto detto dall’autore del De Bello Gallico: relativi alla civiltà celtica nella fase antica sono giunti fino a noi pochi documenti scritti, la maggior parte dei quali sono iscrizioni su pietra, metallo, ceramica e altro materiale d’uso quotidiano. Nessun trattato religioso. Nessuna raccolta giuridica, nessuna opera letteraria o poetica. Nemmeno un manuale pratico. Perché?

E’ noto che, presso i Celti, gli unici e soli depositari della sapienza erano i druidi, cioè i membri della casta sacerdotale, separati nella società dalla classe dei cavalieri, dediti alla guerra.
Oltre ad espletare le ritualità religiose, i druidi conoscevano le erbe, gli astri e le forze della natura, e sapevano dominarle. Ricorda Cesare che essi «si interessano al culto, provvedono ai sacrifici pubblici e privati, interpretano le cose attinenti alla religione: presso di loro si raduna un gran numero di giovani ed essi sono tenuti in grande considerazione». Decidevano inoltre in quasi tutte le controversie pubbliche e private, stabilivano pene e risarcimenti ed erano responsabili dell’educazione dei giovani, a cui erano insegnate «molte questioni sugli astri e sui loro movimenti, sulla grandezza del mondo e della terra, sulla natura, sull’essenza e sul potere degli dei». A tutte queste capacità, dunque, i druidi univano – unici tra i Celti – la conoscenza dell’alfabeto e della scrittura. Ma non ne facevano uso, se non in casi eccezionali. Per quali ragioni?

I motivi di questa “idiosincrasia” sono chiariti dallo stesso Cesare: «primo, non vogliono che le norme che regolano la loro organizzazione vengano a conoscenza del volgo; secondo, perché i loro discepoli, facendo conto sugli scritti, non le studino con minore diligenza. Succede spesso infatti che, confidando nell’aiuto della scrittura, non si tenga adeguatamente in esercizio la memoria».

Mettere per iscritto un precetto religioso, una regola giuridica, una nozione qualsiasi era dunque per loro, al contrario di altri popoli come i Latini, i Greci, gli Etruschi, assolutamente sconsigliabile. Il rischio era che formule magiche, rituali o altre nozioni considerate segrete cadessero nelle mani sbagliate, con esiti forse funesti. Tuttavia, come si è accennato, testimonianze scritta prodotta dalla cultura celtica esistono. Una delle più antica di esse è un graffito su un vaso di ceramica databile al VI secolo a.C. e proveniente da una tomba di Castelletto Ticino (Varese): si tratta di un nome – XOSIOIO (“di Kosios”), con ogni probabilità l’indicazione di appartenenza del manufatto.

L’alfabeto usato era, come noto, derivato da quello etrusco di Lugano. Nel passo già citato, Cesare parla dello sporadico utilizzo, da parte dei druidi, dell’alfabeto greco, dato confermato dai ritrovamenti archeologici (monete, iscrizioni). Altri ritrovamenti, infine, dimostrano che in Gallia, almeno dal I secolo d.C., era largamente usata anche la scrittura latina, come risulta eclatante nel caso del grandioso Calendario di Coligny che, scoperto nel 1897, è un documento di eccezionale importanza, oltre che sul piano linguistico e storico, anche per la conoscenza di come i Celti computavano il tempo. E proprio il Calendario di Coligny, indirettamente, dimostra che i Celti, per quanto concerne questioni rituali o religiose, ricorrevano alla scrittura soltanto quando si sentivano minacciati nella loro identità e temevano che le nozioni da loro custodite con tanta cura potessero perdersi per sempre. Il Calendario fu messo per iscritto nel II secolo d.C., quando cioè la romanizzazione completa delle Gallie era ormai solo questione di tempo.

Diversa la questione per quanto concerne gli aspetti commerciali: in questi casi – si tratta di legende monetarie – l’uso della scrittura è invece espressione di una società urbanizzata o in via di urbanizzazione.

Etrusco, greco, latino: i Celti del continente non inventarono, per traslitterare le loro lingue, sistemi di scrittura autonomi, ma si limitarono ad adottare, con qualche variante per venire incontro a diverse esigenze fonetiche, quelli in uso presso altre culture, come avevano già fatto a suo tempo i romani e gli stessi greci.

Non così invece i Celti delle isole britanniche: qui le svariate competenze dei druidi – naturalistiche, astronomiche, religiose, esoteriche, culturali, persino filosofiche – fornirono lo sfondo per la creazione e la diffusione di un alfabeto che, sebbene sia accostabile ad altri sistemi di scrittura in vigore presso altre civiltà europee, può essere considerato un’invenzione originale: l’alfabeto ogamico.

Di cosa si tratta esattamente? Di un alfabeto composto da 20 lettere divise in 5 gruppi di 4 ciascuno, incise su una superficie rigida, legno, osso e pietra. La particolarità dell’ogam rispetto ad altri alfabeti è che le lettere non hanno un aspetto, per così dire, “alfabetico”, ma sono costituite da tacche incise orizzontalmente, verticalmente e obliquamente rispetto allo spigolo, oppure sotto forma di punto. Un sistema utilizzato dal III-IV secolo d.C. fino alle soglie dell’età moderna in Irlanda, in Galles, in Cornovaglia, in Scozia e sull’Isola di Man solo per scrivere epitaffi su pietre tombali o segnalazioni di proprietà su cippi di confine. Ma chi inventò questo sistema di scrittura così poco pratico? Quando fu ideato? Perché? E con quali scopi?
E’ quello che ho cercato di spiegare in Ogam. Antico alfabeto dei Celti, pubblicato per i tipi della Keltia Editrice di Aosta.

Non esistono, in Italia, studi dettagliati né monografie complete sull’argomento, e a dire il vero anche il problema più generale delle lingue e degli alfabeti in uso presso i Celti è stato affrontato solo di recente in maniera più o meno approfondita da studiosi del nostro Paese. Le ragioni di questo ritardo rispetto, ad esempio, al mondo anglosassone, francese e tedesco, non sono facilmente individuabili. Al di là delle ricerche che però sono rimaste confinate nell’universo ristretto degli specialisti, è solo negli ultimi quindici anni, cioè dopo la grande mostra ospitata nel 1991 a Venezia nella splendida sede di Palazzo Grassi, che anche in Italia l’attenzione di un numero sempre crescente di studiosi (e del grande pubblico) è stata attirata dai Celti, popolazione a lungo (e a torto) considerata marginale nella storia della Penisola (quando non addirittura dell’Europa).
In questo lavoro ho quindi cercato di ricostruire la storia e il senso dell’Ogam, dalle sue oscure origini al suo declino, fornendo anche un quadro generale delle lingue celtiche antiche (e moderne), nel cui contesto l’Ogam si è originato e sviluppato. Per farlo mi sono basata su mie ricerche originali, ma anche su studi (sempre, purtroppo, parziali) pubblicati in passato e di recente in Francia e nelle Isole britanniche: materiale irreperibile in Italia al di fuori degli Istituti di Filologia e di Glottologia delle Università.

Ogam. Antico alfabeto dei Celti

Per prima cosa, ho cercato di fornire un quadro generale delle lingue celtiche e del contesto in cui erano utilizzate. Dopo aver passato in rassegna i vari idiomi appartenenti al cosiddetto “celtico insulare” nelle sue due diramazioni – goidelico e britannico – , largo spazio è stato dedicato alla ricostruzione del “celtico continentale” nelle sue varianti note, lepontico, gallico, galata, celtiberico e lusitano. Di ciascuno di questi idiomi si è fornita una breve storia e la descrizione delle caratteristiche linguistiche e glottologiche, fornendo anche alcuni esempi significativi. Come noto, la maggior parte delle lingue celtiche, soprattutto sul continente, sono estinte. Tuttavia da qualche tempo a questa parte si sta assistendo da più parti, grazie agli sforzi di benemerite associazioni culturali e politiche, ad una vera e propria renaissance del parlare e dello scrivere celtico. Non si è quindi ritenuto di dover trascurare la situazione del celtico “oggi”, che in vari contesti – in Scozia, Galles, Cornovaglia, Isola di Man e Bretagna – gode di una discreta diffusione (in letteratura, ma anche nei mass media: stampa, tv e radio) e in certi casi ha ottenuto addirittura il riconoscimento giuridico formale di lingua ufficiale. Oltre ad una dettagliata descrizione dello “stato di vitalità” del gaelico irlandese e scozzese, del gallese, del cornico, del manx e del bretone, ho fornito nel ricco corpo di note le indicazioni dei tantissimi siti internet che propongono corsi per imparare queste lingue, e dove reperire i relativi supporti didattici (dizionari e grammatiche in primis).

La seconda parte del volume ci porta finalmente in Irlanda, dove l’ogam nacque e si diffuse a partire – stando alle testimonianze scritte che ci sono giunte – a partire dal V secolo d.C. circa. L’epoca era quella del Cristianesimo, portato sull’isola verde da Palladio e Patrizio, che diffusero un monachesimo con connotazioni del tutto diverse da quelle continentali. Un intero capitolo è stato dedicato alla ricostruzione per sommi capi del monachesimo irlandese e della sua importanza culturale, oltre che religiosa, per la civiltà europea: è noto che fu grazie ai monaci irlandesi che molta parte dell’immenso patrimonio librario dell’antichità si salvò dalle ingiurie degli uomini e del tempo. Ma i monaci irlandesi fecero per l’Irlanda, se possibile, ancora di più: riuscirono a dar vita ad una prodigiosa sintesi tra cultura monastica e sapienza pagana permettendo al vastissimo corpus di leggende, miti, storie e genealogie di sopravvivere alla storia grazie alla loro opera di trascrizione. Fu anche per merito loro, come cerco di mostrare nel libro, se l’ogam si salvò.

Alle iscrizioni ogamiche è dedicata la parte centrale del saggio. Dopo aver parlato della loro diffusione e datazione, ho cercato di delinearne la funzione e gli scopi. Senza entrar troppo nei dettagli – per i quali rimando alla lettura del volume -, si può dire che in base alle iscrizioni che ci sono giunte (in tutto 369) l’ogam fu utilizzato per scopi sacrali e commemorativi e in misura minore come cippi di confine tra proprietà fondiarie. La letteratura irlandese però suggerisce anche un altro utilizzo dell’ogam, quello magico e rituale. Testi antichi come ad esempio il Táin Bó Cúailnge (“La razzia del bestiame di Cooley”), il “Libro di Leinster” o la raccolta di leggi nota come Senchus Mor, nonché innumerevoli racconti, attribuiscono all’ogam valore divinatorio quando non addirittura criptico, e per decifrarne il significato era richiesta la competenza di saggi e di druidi.

La conoscenza sacrale dell’ogam non fu comunque confinata all’alto Medioevo. Una testimonianza preziosa del suo uso e della sua importanza è data dall’Auraicept na n-Éces, un vero e proprio manuale del fili (“sapiente”). Di questo celebre testo si dà in appendice, per la prima volta, la traduzione italiana.
La valenza criptica dell’ogam lo ha fatto accostare, in passato, alle rune, spingendo alcuni studiosi a farlo derivare proprio dall’antico alfabeto germanico col quale in effetti condivide qualche altra particolarità come la suddivisione delle lettere in gruppi. La spinosa questione delle origini dell’ogam e dei suoi rapporti con altri alfabeti e con i numeri è stata affrontata in un capitolo a sé stante, e attraverso l’esame delle fonti antiche e degli studi moderni (Macalister, Vendryes, Macneil, ecc.) si è giunti alla conclusione che se mai un’influenza esterna ci fu, essa va ascritta per varie ragioni all’alfabeto latino.
Non anticipo le altre considerazioni finali, ma mi limito ad accennare che ho cercato di formulare un’ipotesi sul perché e in che modo sarebbe stato inventato e si sarebbe evoluto in una forma di alfabeto che forse non è esagerato definire, per l’Irlanda medievale, “nazionale”.
Questo saggio si propone dunque come il primo tentativo di sintesi originale sull’ogam in lingua italiana ed è stato pensato per essere accessibile non solo agli “addetti ai lavori” (che comunque troveranno nel vasto corpus di note e nella bibliografia i riferimenti per verificare le informazioni e i raffronti e per risalire alle fonti), ma anche ad un pubblico più vasto. Nostra speranza è che questo lavoro sull’ogam, sulla sua storia e sui suoi “misteri” possa fornire un ulteriore, piccolo contributo alla diffusione della conoscenza della civiltà celtica e alla scoperta (o riscoperta) della corposa eredità che essa ha lasciato nella civiltà europea.

 

Altre risorse interessanti

Il Tomo sacro. Dolcissima ed ingenua, maliziosa ed innamorata, Giunchiglia è la protagonista principale di questo fumetto in cui si mescolano il fantasy e l’erotismo, l’avventura e la magia.

Nata dalla fantasia di Giuseppe Manunta, autore cui l’etichetta di fumettista erotico sta decisamente stretta vista la poliedricità delle sue realizzazioni, la serie giunta ora al secondo volume racconta le peripezie di un gruppo di personaggi assai particolari, le cui vite, per un motivo od un altro, sono rocambolescamente animate proprio dalla presenza della bella Giunchiglia.

Nata dalla relazione tra una donna umana, Margareth, ed il re del Popolo della Foresta, Cernunno, soffre per la sua diversità fisica (ha la coda ed un minuscolo paio di corna) che la fa apparire come una creatura demoniaca agli occhi di molti. Tra questi purtroppo il principe Link, di cui è innamoratissima.

 

Il Tomo sacro, Giunchiglia

Nel primo volume l’abbiamo vista sfuggire alle grinfie di Erma, regina degli ermafroditi, ma i pericoli per Giunchiglia ed i suoi amici non sono ancora finiti. Giuseppe Manunta ci parla del secondo volume, “Il Tomo Sacro”.

Meta del suo viaggio è un isola misteriosa dove vi è custodito un Tomo sacro, antico e magico cimelio che segnerà la sorte della nostra protagonista.

Acquista ora!

Altre risorse interessanti

Con ‘Il marinaio nell’armadio‘ edito da Fazi, Hugo Hamilton evidenzia il ritratto di un adolescente in cerca dell’emancipazione dai drammi familiari e dal peso della storia, un ragazzo in cerca che troverà se stesso in un mondo che non offre vie di fuga.

Il marinaio nell’armadio è ambientato nella Dublino anni Settanta.

Mentre dal mondo ‘arrivano’ le immagini del Vietnam, a due passi si vivono i Troubles in Irlanda del Nord, ed Hugo sta combattendo una guerra personale per l’emancipazione dal padre, nazionalista ossessivo che impone ai propri figli di parlare solo in gaelico, e dalla madre tedesca, mai guarita dai traumi del nazismo.

Hugo Hamilton presenta ‘Il marinaio nell’armadio’

Il marinaio nell’armadio racconta Dublino, anni Settanta; in un’epoca di tensioni politiche mondiali, mentre le immagini del Vietnam si sovrappongono a quelle della guerriglia separatista irlandese, Hugo sta combattendo un’altra guerra: la sua. Contro il padre, nazionalista ossessivo che impone ai figli di parlare solo in gaelico, e la madre tedesca, mai guarita dai traumi del nazismo, il giovane si ribella a modo suo, andando a lavorare al porto, ascoltando i Beatles di nascosto e soprattutto coltivando il sogno proibito di passare dalla parte dei nemici, gli inglesi “cattivi e imperialisti”.

Il modello di Hugo ne Il marinaio nell’armadio è il nonno paterno, ribelle come lui, arruolatosi nella Marina britannica e immortalato in divisa in una foto nascosta come un’onta in fondo all’armadio di casa Hamilton. I tentativi di liberazione personale del ragazzo vengono però turbati da alcuni eventi: la strana scomparsa di un cugino tedesco, la faida tra un pescatore cattolico e uno protestante, una morte misteriosa.

Se con il cane che abbaiava alle onde Hugo Hamilton ha appassionato il mondo con il racconto della sua infanzia, con Il marinaio nell’armadio ci regala il ritratto di un adolescente che cerca a tutti i costi l’emancipazione dai drammi familiari e dal peso della storia. Durante la cruda e magica estate della sua crescita, il giovane Hugo cercherà e troverà se stesso in un mondo che non offre vie di fuga.

Acquista il libro

Acquista ora!

 

Altre risorse interessanti

La copertina del romanzo in edizione TeaMorgan Llywelyn, una delle più note autrici contemporanee in grado di fondere verità storica e letteratura fantastica, torna sui nostri scaffali — in edizione economica Tea –, con un volume intriso di fascinosa cultura celtica: Il Leone d’Irlanda (Lion of Ireland, 1979). Ricreando con abilità un’ambientazione complessa e ricca di sfaccettature, e combinando con estrema maestria storia, leggenda e mito, l’autrice dà vita a una delle sue opere migliori.

Subito per voi la quarta di copertina: «Questa è la storia di Brian Boru, colui che — intorno all’anno Mille — cacciò i vichinghi dall’Irlanda e unì sotto la sua spada l’intera nazione, compiendo un’impresa così audace da rimanere ancora oggi impressa nella mente e nel cuore degli irlandesi.

Ed è stato proprio questo ricordo indelebile, tramandato da generazioni di bardi e poeti, che ha affascinato Morgan Llywelyn, convincendola a scrivere il “romanzo di Brian Boru”.

 

Il Leone di Morgan Llywelyn

Grazie alla sua narrazione calda e coinvolgente prendono vita il mito di un guerriero formidabile e la sua determinazione nella conquista della libertà, una determinazione che nasce nell’infanzia — segnata dal massacro della sua famiglia per mano dei vichinghi –, si rinsalda nella giovinezza e trionfa nella maturità, quando Brian Boru diventa il capo di un popolo orgoglioso che, per la prima volta, prende coscienza della propria forza e si lascia guidare dal suo Grande Re verso la vittoria. Un eroe umanissimo, un uomo di grandi passioni, che condivise con donne eccezionali, entrate di diritto nella leggenda e rimaste al suo fianco anche nell’ora estrema della morte sul campo di battaglia.»

Una foto recente dell’autricePer quei pochi che ancora non conoscessero questa indiscussa maestra della narrativa storico-fantastica, forniamo di seguito una breve biografia: Morgan Llywelyn (classe 1937) è oggi una delle più acclamate autrici di narrativa storica e fantastica di ambientazione celtica, famosa in tutto il mondo per la sua approfondita conoscenza della storia e del folklore irlandese. Nata a New York da genitori irlandesi, ha fatto dapprima parlare di sé non per i suoi libri, ma per la sua carriera sportiva. Infatti, nel 1975 si candidò per entrare a far parte della squadra olimpica di equitazione degli Stati Uniti. Quando però non venne inclusa nella selezione ufficiale, decise di dedicarsi con impegno alla sua antica passione, la narrativa, esplorando le vicende della propria famiglia e dando vita a: The Wind from Hastings, (in Italia, Il Vento di Hastings), un libro che le procurò un immediato e lusinghiero successo.

Attualmente, dopo numerosi best-seller tra i quali si ricordano: Il Leone d’Irlanda, L’Epopea di Amergin, Grania, L’Ultimo Principe e L’Orgoglio dei Leoni, l’autrice è tornata al lavoro su di un nuovo romanzo sempre in bilico tra squisita fantasy e densa storia: The Greener Shore: A Novel of the Druids of Hibernia.

Per finire, segnaliamo anche un’attenta recensione del volume Il Leone D’Irlanda (relativa all’edizione Nord, del 2004), curata da Fulvio Zorzer e Andrea D’Angelo, da cui riportiamo un breve ma significativo estratto di quest’ultimo: «Questo romanzo di fantasy storica è ciò che personalmente considero letteratura fantasy, non semplice narrativa. Sono pochi i romanzi a cui darei un eccellente fino ad oggi; tra questi c’è Il leone d’Irlanda, di cui questa ristampa è un’ottima notizia: di romanzi come questo non ci sono mai abbastanza copie in circolazione».

 

Altre risorse interessanti

Note d’Irlanda è un libro di Emilie Richards che racconta la storia di tre sorelle di origine irlandese. Anima di un locale di Cleveland. Storie private e passaggi segreti che aprono le porte agli anni del Proibizionismo.

Così avviene un miracolo inaspettato nei cunicoli sotterranei. Protagonista è Donaghue che decide di intraprendere un viaggio in patria alla ricerca delle proprie radici.

Note d’Irlanda, segue la donna che insieme a suo figlio autistico approda nella terra degli avi e cerca, con tutta la drammaticità, di ricomporre la storia della sua famiglia.

 

Sinossi

Di origine irlandese, le tre sorelle Donaghue Peggy, Casey e Megan sono l’anima di un mitico locale di Cleveland. Ma proprio durante la festa di nozze di Megan un tornado quasi lo distrugge costringendo gli invitati a salvarsi sfruttando un passaggio segreto risalente agli anni del Proibizionismo.

E nei cunicoli sotterranei accade inaspettatamente qualcosa che assomiglia a un miracolo, segnando anche la vita dei Donaghue. Peggy decide di partire per l’Irlanda, perché vuole saperne di più sulle proprie radici. Giunta nella terra degli avi, la giovane donna viene profondamente attratta da Finn, un medico dal doloroso passato che ha abbandonato la professione, e al contempo inizia a ricomporre la commovente, travagliata storia della sua famiglia: amori, drammi, speranze e disillusioni che si snodano lungo un secolo da una parte all’altra dell’oceano.

 

Dettagli

Note d’Irlanda, i dettagli.
Copertina: flessibile
Editore: Harlequin Mondadori (2004)
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8880191659
ISBN-13: 978-8880191650
Peso di spedizione: 458 g

 

Acquista il libro

Note d’Irlanda è disponibile su internet.

Acquista ora!

 

Altre risorse interessanti

Nella capitale, due ragazzi appena sedicenni vivono l’avventura di un’amicizia che cambierà la loro vita, in un momento molto particolare nella storia dell’Irlanda.

Siamo infatti fra la primavera del 1915, in cui rimbomberanno in lontananza i cannoni della Grande Guerra, e la maledetta primavera del 1916, in cui i sogni di indipendenza dei nazionalisti irlandesi si spegneranno nella cosiddetta “Pasqua di sangue”.

Jim è il timido e studioso secondogenito di un commerciante votato alla causa britannica. Doyler viene invece da una famiglia poverissima e ha dovuto rinunciare a una borsa di studio per lavorare in campagna, da dove è tornato col cuore pieno di ideali socialisti e rivoluzionari, senza tuttavia serbare rancore per la miglio sorte toccata a Jim.

 

Leggi il libro

L’erotismo che tinge l’amicizia tra i due ragazzi resterebbe soltanto latente se non facesse la sua apparizione sulla scena, nel ruolo di mentore, Anthony MacMurrough, un anglo-irlandese in esilio da una ricca zia dopo aver scontato una condanna per omosessualità, che richiama la sorte toccata a Oscar Wilde. Gra i tre nasce un rapporto profondo, segnato dalla lealtà. E sarà proprio Anthony a correre in soccorso dei due giovani quando, all’alba della rivolta indipendentista, questi tenteranno una grande impresa a nuoto, attraversando le acque gelide della baia della capitale, fino a un isolotto dove sono determinati a piantare la bandiera della liberà.

Due ragazzi, Dublino, il mare è un ambizioso e complesso romanzo di formazione che a una narrazione sensibile mescola momenti di farsa, sprazzi di comicità, e accenti di ilarismo in cui riverberano echi di James Joyce e di Flann O’Brien. E in cui il grande sogno di un’Irlanda libera di sovrappone a quello della liberazione omosessuale: due ideali per i quali – non dubitano i protagonisti – vale la pena di combattere, sacrificarsi e se necessario anche morire.

 

Acquista ora!

 

NOTE BIOGRAFICHE – Jamie O’Neill , ha dedicato dieci anni alla stesura del libro, accolto dalla critica anglosassone come uno dei maggiori romanzi di questi anni. Nato e cresciuto a Dun Laoghaire, nella contea dublinese, si è mantenuto facendo il portiere di notte in un ospedale psichiatrico di Londra. Tornato in Irlanda, oggi vive a Galway.

 

Altre risorse interessanti