Isola per due. Le avventure quotidiane del vulcanico Aidan Sweet, raccontate in prima persona con verve umoristica irresistibile, si trasformano in un ritratto intelligente di quell’Irlanda che, non dimenticando le sue ferite, vuole ricominciare a sperare, senza violenza e senza pregiudizi.

Lei non si è spostata, è là, ti lascia continuare perché già sa che arrivato ad un certo punto ti domanderai se davvero tutti pendono dalle tue labbra oppure.

Un attimo di terrore ti corre lungo la schiena, poi un breve riavvolgimento del nastro per chiederti: “Ma cos’è che ho detto?” e quello che riascolti non è mai quello che avresti voluto sentire. Così Ita e le sue api operaie, si arrestano.

 

Isola per due

Tutte le mamme e i bimbi che popolano il parco si fermano. James Barrymore, gli operai in uscita dalle fabbriche, il traffico del centro, le nuvole in cielo, persino l’acqua del fiume si blocca. Ogni cosa resta dannatamente fissa ad ascoltare la mia frase: “Io-Farò-Un-Murale”».

«Certe volte il mondo sembra mettersi in pausa. Sembra come quelle volte in cui, di spalle alla porta d’ingresso dell’aula, continui a dire peste e corna della Tweenings non rendendoti conto che lei è lì, ti sta guardando. E tu noti l’assoluto silenzio della classe e pensi di essere veramente un grande perché il silenzio vuol dire attenzione e l’attenzione riesce ad averla solo chi sa il fatto suo. Allora aumenti anche il tono della voce. E la voce rimbomba, sbatte sulle pareti e ti ritorna indietro neppure avessi il walkman a palla con su il tuo discorso.

Aidan Sweets

Aidan Sweets ha più di vent’anni, ma non ancora trenta. Vive in una graziosa mansarda nella sua amata Doire (conosciuta ai più come Derry/Londonderry), sempre attraversata dal pigro fi ume Foyle. Si sposta prevalentemente a piedi, per evitare i disagi causati dalle famigerate auto in doppia fi la che infestano la cittadina.
Isola per due è il suo primo romanzo: è il primo perché l’ha scritto diversi anni fa; è il suo perché ne è il protagonista. Ha da poco aperto Tweenings, studio di grafica e illustrazione.

 

Altre risorse interessanti

Dati tecnici: Elena Percivaldi, GLI OGAM. Antico Alfabeto dei Celti, Keltia Editrice, formato 150×230
pagine 176, euro 15 Brossura, con xx tavole fuori testo in b/n – ISBN 88-7392-019-5

Presentazione

di Elena Percivaldi

«Non ritengono opportuno trascrivere i loro sacri precetti. Invece per gli altri affari sia pubblici sia privati fanno uso dell’alfabeto greco». Questo, secondo il noto resoconto di Cesare, il rapporto tra i Celti e la scrittura: praticamente inesistente. I dati archeologici concordano con quanto detto dall’autore del De Bello Gallico: relativi alla civiltà celtica nella fase antica sono giunti fino a noi pochi documenti scritti, la maggior parte dei quali sono iscrizioni su pietra, metallo, ceramica e altro materiale d’uso quotidiano. Nessun trattato religioso. Nessuna raccolta giuridica, nessuna opera letteraria o poetica. Nemmeno un manuale pratico. Perché?

E’ noto che, presso i Celti, gli unici e soli depositari della sapienza erano i druidi, cioè i membri della casta sacerdotale, separati nella società dalla classe dei cavalieri, dediti alla guerra.
Oltre ad espletare le ritualità religiose, i druidi conoscevano le erbe, gli astri e le forze della natura, e sapevano dominarle. Ricorda Cesare che essi «si interessano al culto, provvedono ai sacrifici pubblici e privati, interpretano le cose attinenti alla religione: presso di loro si raduna un gran numero di giovani ed essi sono tenuti in grande considerazione». Decidevano inoltre in quasi tutte le controversie pubbliche e private, stabilivano pene e risarcimenti ed erano responsabili dell’educazione dei giovani, a cui erano insegnate «molte questioni sugli astri e sui loro movimenti, sulla grandezza del mondo e della terra, sulla natura, sull’essenza e sul potere degli dei». A tutte queste capacità, dunque, i druidi univano – unici tra i Celti – la conoscenza dell’alfabeto e della scrittura. Ma non ne facevano uso, se non in casi eccezionali. Per quali ragioni?

I motivi di questa “idiosincrasia” sono chiariti dallo stesso Cesare: «primo, non vogliono che le norme che regolano la loro organizzazione vengano a conoscenza del volgo; secondo, perché i loro discepoli, facendo conto sugli scritti, non le studino con minore diligenza. Succede spesso infatti che, confidando nell’aiuto della scrittura, non si tenga adeguatamente in esercizio la memoria».

Mettere per iscritto un precetto religioso, una regola giuridica, una nozione qualsiasi era dunque per loro, al contrario di altri popoli come i Latini, i Greci, gli Etruschi, assolutamente sconsigliabile. Il rischio era che formule magiche, rituali o altre nozioni considerate segrete cadessero nelle mani sbagliate, con esiti forse funesti. Tuttavia, come si è accennato, testimonianze scritta prodotta dalla cultura celtica esistono. Una delle più antica di esse è un graffito su un vaso di ceramica databile al VI secolo a.C. e proveniente da una tomba di Castelletto Ticino (Varese): si tratta di un nome – XOSIOIO (“di Kosios”), con ogni probabilità l’indicazione di appartenenza del manufatto.

L’alfabeto usato era, come noto, derivato da quello etrusco di Lugano. Nel passo già citato, Cesare parla dello sporadico utilizzo, da parte dei druidi, dell’alfabeto greco, dato confermato dai ritrovamenti archeologici (monete, iscrizioni). Altri ritrovamenti, infine, dimostrano che in Gallia, almeno dal I secolo d.C., era largamente usata anche la scrittura latina, come risulta eclatante nel caso del grandioso Calendario di Coligny che, scoperto nel 1897, è un documento di eccezionale importanza, oltre che sul piano linguistico e storico, anche per la conoscenza di come i Celti computavano il tempo. E proprio il Calendario di Coligny, indirettamente, dimostra che i Celti, per quanto concerne questioni rituali o religiose, ricorrevano alla scrittura soltanto quando si sentivano minacciati nella loro identità e temevano che le nozioni da loro custodite con tanta cura potessero perdersi per sempre. Il Calendario fu messo per iscritto nel II secolo d.C., quando cioè la romanizzazione completa delle Gallie era ormai solo questione di tempo.

Diversa la questione per quanto concerne gli aspetti commerciali: in questi casi – si tratta di legende monetarie – l’uso della scrittura è invece espressione di una società urbanizzata o in via di urbanizzazione.

Etrusco, greco, latino: i Celti del continente non inventarono, per traslitterare le loro lingue, sistemi di scrittura autonomi, ma si limitarono ad adottare, con qualche variante per venire incontro a diverse esigenze fonetiche, quelli in uso presso altre culture, come avevano già fatto a suo tempo i romani e gli stessi greci.

Non così invece i Celti delle isole britanniche: qui le svariate competenze dei druidi – naturalistiche, astronomiche, religiose, esoteriche, culturali, persino filosofiche – fornirono lo sfondo per la creazione e la diffusione di un alfabeto che, sebbene sia accostabile ad altri sistemi di scrittura in vigore presso altre civiltà europee, può essere considerato un’invenzione originale: l’alfabeto ogamico.

Di cosa si tratta esattamente? Di un alfabeto composto da 20 lettere divise in 5 gruppi di 4 ciascuno, incise su una superficie rigida, legno, osso e pietra. La particolarità dell’ogam rispetto ad altri alfabeti è che le lettere non hanno un aspetto, per così dire, “alfabetico”, ma sono costituite da tacche incise orizzontalmente, verticalmente e obliquamente rispetto allo spigolo, oppure sotto forma di punto. Un sistema utilizzato dal III-IV secolo d.C. fino alle soglie dell’età moderna in Irlanda, in Galles, in Cornovaglia, in Scozia e sull’Isola di Man solo per scrivere epitaffi su pietre tombali o segnalazioni di proprietà su cippi di confine. Ma chi inventò questo sistema di scrittura così poco pratico? Quando fu ideato? Perché? E con quali scopi?
E’ quello che ho cercato di spiegare in Ogam. Antico alfabeto dei Celti, pubblicato per i tipi della Keltia Editrice di Aosta.

Non esistono, in Italia, studi dettagliati né monografie complete sull’argomento, e a dire il vero anche il problema più generale delle lingue e degli alfabeti in uso presso i Celti è stato affrontato solo di recente in maniera più o meno approfondita da studiosi del nostro Paese. Le ragioni di questo ritardo rispetto, ad esempio, al mondo anglosassone, francese e tedesco, non sono facilmente individuabili. Al di là delle ricerche che però sono rimaste confinate nell’universo ristretto degli specialisti, è solo negli ultimi quindici anni, cioè dopo la grande mostra ospitata nel 1991 a Venezia nella splendida sede di Palazzo Grassi, che anche in Italia l’attenzione di un numero sempre crescente di studiosi (e del grande pubblico) è stata attirata dai Celti, popolazione a lungo (e a torto) considerata marginale nella storia della Penisola (quando non addirittura dell’Europa).
In questo lavoro ho quindi cercato di ricostruire la storia e il senso dell’Ogam, dalle sue oscure origini al suo declino, fornendo anche un quadro generale delle lingue celtiche antiche (e moderne), nel cui contesto l’Ogam si è originato e sviluppato. Per farlo mi sono basata su mie ricerche originali, ma anche su studi (sempre, purtroppo, parziali) pubblicati in passato e di recente in Francia e nelle Isole britanniche: materiale irreperibile in Italia al di fuori degli Istituti di Filologia e di Glottologia delle Università.

Ogam. Antico alfabeto dei Celti

Per prima cosa, ho cercato di fornire un quadro generale delle lingue celtiche e del contesto in cui erano utilizzate. Dopo aver passato in rassegna i vari idiomi appartenenti al cosiddetto “celtico insulare” nelle sue due diramazioni – goidelico e britannico – , largo spazio è stato dedicato alla ricostruzione del “celtico continentale” nelle sue varianti note, lepontico, gallico, galata, celtiberico e lusitano. Di ciascuno di questi idiomi si è fornita una breve storia e la descrizione delle caratteristiche linguistiche e glottologiche, fornendo anche alcuni esempi significativi. Come noto, la maggior parte delle lingue celtiche, soprattutto sul continente, sono estinte. Tuttavia da qualche tempo a questa parte si sta assistendo da più parti, grazie agli sforzi di benemerite associazioni culturali e politiche, ad una vera e propria renaissance del parlare e dello scrivere celtico. Non si è quindi ritenuto di dover trascurare la situazione del celtico “oggi”, che in vari contesti – in Scozia, Galles, Cornovaglia, Isola di Man e Bretagna – gode di una discreta diffusione (in letteratura, ma anche nei mass media: stampa, tv e radio) e in certi casi ha ottenuto addirittura il riconoscimento giuridico formale di lingua ufficiale. Oltre ad una dettagliata descrizione dello “stato di vitalità” del gaelico irlandese e scozzese, del gallese, del cornico, del manx e del bretone, ho fornito nel ricco corpo di note le indicazioni dei tantissimi siti internet che propongono corsi per imparare queste lingue, e dove reperire i relativi supporti didattici (dizionari e grammatiche in primis).

La seconda parte del volume ci porta finalmente in Irlanda, dove l’ogam nacque e si diffuse a partire – stando alle testimonianze scritte che ci sono giunte – a partire dal V secolo d.C. circa. L’epoca era quella del Cristianesimo, portato sull’isola verde da Palladio e Patrizio, che diffusero un monachesimo con connotazioni del tutto diverse da quelle continentali. Un intero capitolo è stato dedicato alla ricostruzione per sommi capi del monachesimo irlandese e della sua importanza culturale, oltre che religiosa, per la civiltà europea: è noto che fu grazie ai monaci irlandesi che molta parte dell’immenso patrimonio librario dell’antichità si salvò dalle ingiurie degli uomini e del tempo. Ma i monaci irlandesi fecero per l’Irlanda, se possibile, ancora di più: riuscirono a dar vita ad una prodigiosa sintesi tra cultura monastica e sapienza pagana permettendo al vastissimo corpus di leggende, miti, storie e genealogie di sopravvivere alla storia grazie alla loro opera di trascrizione. Fu anche per merito loro, come cerco di mostrare nel libro, se l’ogam si salvò.

Alle iscrizioni ogamiche è dedicata la parte centrale del saggio. Dopo aver parlato della loro diffusione e datazione, ho cercato di delinearne la funzione e gli scopi. Senza entrar troppo nei dettagli – per i quali rimando alla lettura del volume -, si può dire che in base alle iscrizioni che ci sono giunte (in tutto 369) l’ogam fu utilizzato per scopi sacrali e commemorativi e in misura minore come cippi di confine tra proprietà fondiarie. La letteratura irlandese però suggerisce anche un altro utilizzo dell’ogam, quello magico e rituale. Testi antichi come ad esempio il Táin Bó Cúailnge (“La razzia del bestiame di Cooley”), il “Libro di Leinster” o la raccolta di leggi nota come Senchus Mor, nonché innumerevoli racconti, attribuiscono all’ogam valore divinatorio quando non addirittura criptico, e per decifrarne il significato era richiesta la competenza di saggi e di druidi.

La conoscenza sacrale dell’ogam non fu comunque confinata all’alto Medioevo. Una testimonianza preziosa del suo uso e della sua importanza è data dall’Auraicept na n-Éces, un vero e proprio manuale del fili (“sapiente”). Di questo celebre testo si dà in appendice, per la prima volta, la traduzione italiana.
La valenza criptica dell’ogam lo ha fatto accostare, in passato, alle rune, spingendo alcuni studiosi a farlo derivare proprio dall’antico alfabeto germanico col quale in effetti condivide qualche altra particolarità come la suddivisione delle lettere in gruppi. La spinosa questione delle origini dell’ogam e dei suoi rapporti con altri alfabeti e con i numeri è stata affrontata in un capitolo a sé stante, e attraverso l’esame delle fonti antiche e degli studi moderni (Macalister, Vendryes, Macneil, ecc.) si è giunti alla conclusione che se mai un’influenza esterna ci fu, essa va ascritta per varie ragioni all’alfabeto latino.
Non anticipo le altre considerazioni finali, ma mi limito ad accennare che ho cercato di formulare un’ipotesi sul perché e in che modo sarebbe stato inventato e si sarebbe evoluto in una forma di alfabeto che forse non è esagerato definire, per l’Irlanda medievale, “nazionale”.
Questo saggio si propone dunque come il primo tentativo di sintesi originale sull’ogam in lingua italiana ed è stato pensato per essere accessibile non solo agli “addetti ai lavori” (che comunque troveranno nel vasto corpus di note e nella bibliografia i riferimenti per verificare le informazioni e i raffronti e per risalire alle fonti), ma anche ad un pubblico più vasto. Nostra speranza è che questo lavoro sull’ogam, sulla sua storia e sui suoi “misteri” possa fornire un ulteriore, piccolo contributo alla diffusione della conoscenza della civiltà celtica e alla scoperta (o riscoperta) della corposa eredità che essa ha lasciato nella civiltà europea.

 

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Era il 1986 quando Ivano Fossati presenta al pubblico 700 giorni, un album ricco di contaminazioni musicali e impreziosito da stili e impulsi musicali differenti.

Nel disco ci sono due canzoni. Gli amanti d’Irlanda e Giramore: due dediche alla musica popolare irlandese, alle sue ballate e ai suoi strumenti.

Da allora, spesso nelle canzoni di Ivano Fossati si ritrovano richiami a questi ritmi e a queste sonorità. Dopo di lui molti altri musicisti italiani hanno usato le modalità dell’irish music, fra i tanti Modena City Ramblers e a Massimo Bubola. Gli abbiamo rivolto qualche domanda per capire il suo rapporto con l’Isola di Smeraldo.

Intervista a Ivano Fossati

Domanda di rito: quanto e cosa le piace della musica irlandese?
Amo moltissimo la musica folk targata Irlanda. Sono un ammiratore degli artisti irlandesi. Troppo semplice sarebbe parlare degli U2. Il mio interesse per questi ritmi nasce ben prima: per molti anni ho ascoltato i Clannad e molti altri; ne sono sempre rimasto affascinato pur senza entrarci dentro completamente. Ho cercato di conoscerla perché è una linea musicale molto particolare e soprattutto molto intensa: pensiamo ai Them con Van Morrison, è praticamente impossibile sfuggire a una musica tanto intensa.

Dice di non essere riuscito ad entrare completamente dentro alla musica folk irlandese, eppure, in alcune sue canzoni, pensiamo a Gli amanti d’Irlanda, ma anche a Giramore, sembra che sia riuscito non solo ad entrarci, ma a fare questi ritmi e queste sonorità completamente sue, tanto da saperle restituire al pubblico con estrema padronanza…
Gli amanti d’Irlanda è un gioco, è una ricostruzione, anzi, una teatralizzazione fatta utilizzando dei piccoli schemi di musica irlandese presa a prestito. Di fatto non sono un esperto, però mi piace, rispetto questa cultura e subisco il grande fascino dei musicisti capaci ed esperti che la fanno. E come me sono molti i musicisti e i cantanti italiani che amano questi ritmi e sonorità. La mia amica Fiorella Mannoia, per esempio, che ha cantato una canzone proprio su “Il cielo d’Irlanda”, conosce bene questa terra e la sua musica e adora l’una e l’altra.

La sua musica non ha mai chiuso gli occhi di fronte alla realtà del mondo. I mesi appena passati sono stati per l’Irlanda del Nord fondamentali per il rispristino di una democrazia autonoma e di una gestione condivisa dello Stato tra le varie forze politiche. Prima gli accordi di Saint Andrew, poi le elezioni, infine la costituzione di un Governo al quale siedono cattolici e protestanti, repubblicani e unionisti…
Non posso che apprezzare gli sforzi compiuti e i risultati ottenuti. Ma vorrei riflettere su un fatto: della questione nord-irlandese qui in Italia è arrivato molto poco, in questi mesi, ma anche in periodi più violenti. Quando ho visto l’ultimo bellissimo film di Ken Loach, Il vento che accarezza l’erba, non ho potuto evitare di riflettere sul fatto che la maggior parte di noi della questione nordirlandese non sa quasi nulla.

Come mai da noi non è arrivato oggi come in passato quasi nulla della sofferenza di questa gente che lottava per difendere la propria identità? Perché i mass-media non sono interessate a queste storie reali? Il Nord e le sue vicende, da quaggiù sembrano poco interessanti, forse. Viviamo nella certezza di sapere tutto… E invece…
E invece non è così. Quello che capita con l’Irlanda del Nord capita anche con altre nazioni. Ci sono delle parti del mondo, per giunta a volte molto vicine a noi, di cui sappiamo molto poco. Senza saperlo ignoriamo il dolore e le ingiustizie subite proprio in questo momento da alcune popolazioni. La storia del Nord Irlanda è di una ferocia inaudita, enorme il dolore del suo popolo, eppure è un dolore che a noi quasi non arriva. Il dolore inascoltato di un popolo: questa è un’immagine che mi colpisce e ferisce.

Intervista di Elisa Cerasoli.
Le foto di Ivano Fossati sono si proprietà di C.Pistelli e C.Fossati

 

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La prostituzione in Irlanda in sé non è un reato ai sensi del diritto irlandese, ma non esistono case chiuse e sono previste ammende ed arresto per le prostitute ed i clienti. La legge criminalizza molte attività ad essa associate (sollecitazione in un luogo pubblico, lavorare in un bordello o altre forme di sfruttamento della prostituzione). Per questo, la prostituzione femminile di strada è poco diffusa.

La prostituzione in Irlanda è quasi interamente coperta da escort che operano sulla base di pubblicità via Internet, di cui il 95% sono straniere, provenienti principalmente dall’est europeo.

A differenza della prostituzione in Irlanda, Germania, Olanda e Svizzera sono paesi tolleranti nei confronti del sesso a prestazioni. I più severi sono gli svedesi.

La prostituzione, ecco cosa sapere

In materia di prostituzione in Irlanda, il diritto penale (reati sessuali) Act del 1993 vieta di “importunare” una persona in strada o in luoghi pubblici a fini di prostituzione (un reato che si applica a prostituta e cliente). Essa vieta inoltre il vagabondaggio a scopo di prostituzione, organizzazione della prostituzione e qualsiasi attività di persone con lo scopo di prostituirsi. Vieta inoltre la costrizione ad esercitare la prostituzione come fonte di guadagno e condanna ogni attività legata alla prostituzione, come bordelli e altre strutture simili.

L’età minima legale per esercitare il ‘ruolo’ della prostituta è di 18 anni. Il dibattito è aperto nell’Isola, perché ci sono forze che spingono per la liberalizzazione del sesso a pagamento. Non ci sono cifre, sulla prostituzione in Irlanda, ma durante il boom economico era stato segnalato un aumento. La pubblicità per tali attività è diffusa su internet, perché dopo la legge del 1993 i divieti imposti sono stati molti, tra questi la pubblicità a pagamento del sesso.

Prostituzione in Europa

Mettiamo a confronto la prostituzione in Irlanda con alcuni paesi europei.

  • Prostituzione in Germania. La nuova normativa assicura alle prostitute tutte le garanzie assicurative in materia di malattia, disoccupazione e pensione. Punito lo sfruttamento.
  • Prostituzione in Svizzera. La prostituzione è legale, praticata in bar e alberghi.
  • Prostituzione in Olanda. La prostituzione è legale fin dal 1815.
  • In Svezia la prostituzione non è un reato ma le pene sono severe, con la legge in vigore dal gennaio 1999, finalizzata alla protezione della donna, è stata scelta la strada delle maniere forti con i clienti delle lucciole. Si rischiano dai sei mesi ad un anno di carcere. Per le prostitute la legge sanziona esclusivamente l’adescamento.
  • In Gran Bretagna, il sesso a pagamento non è illegale, ma la legge punisce sia l’adescamento che lo sfruttamento della prostituzione. Le prostitute lavorano in locali e abitazioni private, ma anche in strada.
  • Nel cuore dell’europa in Belgio, la prostituzione è legale fin dal 1948, ma viene perseguita quando turba l’ordine pubblico anche se l’adescamento viene condotto in forme poco appariscenti. E’ perseguito per legge lo sfruttamento. Le attività di ‘sesso a pagamento’ posso essere svolte in bar a luci rosse e case private. Questo permette di far pagare le tasse alle prostitute che devono dichiararsi al fisco come lavoratici autonome e possono godere di assistenza sociale.

 

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Si è spenta all’età di 76 anni, la scrittrice irlandese di narrativa fantastica, Pat O’Shea. Il grande pubblico la ricorderà per i suoi romanzi “Finn e gli otto poteri” e “La pietra del vecchio pescatore”, tradotti entrambi in sedici lingue (in italiano sono stati pubblicati da Salani e Longanesi). Tra gli altri romanzi figura “La bottiglia magica”.

Nei suoi racconti la scrittrice irlandese è riuscita perfettamente a riproporre le atmosfere e i personaggi dell’antica mitologia celtica.

“La pietra del vecchio pescatore” (1985), è un romanzo ambientato in Irlanda. Il giovane Pidge, dopo aver acquistato un vecchio libro malconcio, si trova a varcare la sottile soglia che separa il mondo reale da quello fantastico. Lo attende un viaggio senza tempo, in compagnia della sua amica Brigit, tra streghe e folletti, spiriti maligni e geni benefici, giganti e animali parlanti.

 

Pat O’Shea

Pat O’Shea è nata a Galway e ha frequentato la Scuola Nazionale di Presentazione e la Scuola Secondaria del Convento della Misericordia. Era la più giovane di cinque figli. Sua madre morì quando O’Shea era una bambina. Lei e gli altri fratelli furono allevati dalla sorella maggiore. A 16 anni ha seguito i suoi fratelli in Inghilterra e ha deciso di rimanere lì, trovando un lavoro in una libreria a Manchester. Ha iniziato a scrivere spettacoli teatrali e ha ricevuto una borsa di studio nel 1967 dal British Art Council.

La sceneggiatura di Pat O’Shea per il teatro è stata supportata da David Scase, direttore del Library Theatre di Manchester e dal suo successore Tony Colegate, e quattro dei suoi spettacoli in un atto sono stati prodotti dal Library Theatre. La sua commedia The King’s Ears è stata commissionata dalla BBC Northern Ireland. Nel 1971 ha lavorato a uno sketch comico per Granada Television chiamato Flat Earth, ma senza alcun successo.

Nel 1969 Pat O’Shea ha iniziato a scrivere racconti e poesie, oltre a un romanzo a fumetti (non pubblicato). All’inizio degli anni ’70 ha scritto The Hounds of the Morrigan per compiacere se stessa, la famiglia e gli amici, con poche aspettative di pubblicarla. In cattive condizioni di salute al momento del primo improvviso successo di quel romanzo, completò solo alcuni capitoli del seguito inedito nei decenni successivi. Nel suo necrologio stilato dal The Guardian li definisce, quei capitoli, “geniali”.

Nel 1988 Pat O’Shea pubblicò un secondo libro per bambini, Finn Mac Cool e Small Men of Deeds, attraverso l’editore Holiday. Era un racconto di racconti folcloristici, illustrato da Stephen Lavis. Nel 1987 Horn Book Magazine lo inserì nella loro lista annuale di libri per bambini di rilievo, assegnandogli un premio come miglior libro dell’anno. Nel 1999, la scrittrice ha pubblicato il suo terzo (e ultimo) libro, The Magic Bottle (Scholastic).

 

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Il regista e sceneggiatore irlandese Neil Jordan, torna a parlare di nuovo dell’Irlanda, ma questa volta da un punto di vista familiare con il nuovo film Breakfast on Pluto. La pellicola vede protagonista, la travolgente Cillian Murphy nel ruolo di Patrick “Kitten” Braden. L’artista irlandese ha acquistato i diritti del romanzo autobiografico “Il cane che abbaiava alle onde” di Hugo Hamilton.

Il film uscito nel 2004 con il titolo originale di “The specked people”, ripercorre l’infanzia di Hamilton nella Dublino nel dopoguerra. Il padre severo e nazionalista irlandese che impone ai figli di parlare esclusivamente in gaelico, vietando l’inglese perché lingua dei conquistatori, mentre la madre tedesca, fuggita dalla guerra conosce soltanto la lingua della sua terra.

Queste diverse lingue e culture li distinguono a tal punto che i figli saranno emarginati e derisi dai propri coetanei. Alcune parti di questo film, sono state girate a Bray, vicino Dublino e inoltre vogliamo segnalarvi uno dei musicisti che ha partecipato alle musiche Gavin Friday.
 

 

Breakfast On Pluto Trailer

Guarda il trailer del film Breakfast On Pluto.

 

Crediti

Breakfast On Pluto nel dettaglio.

  • Il regista: Neil Jordan
  • Il protagonista: Cillian Murphy è Patrick “Kitten” Braden.
  • Gli interpreti: Gavin Friday è Billy Hatchet, Brendan Gleeson è John-Joe, Laurence Kinlan è Irwin, Liam Neeson è padre Bernard, Ruth Negga è Charlie, Stephan Rea è Bertie.
  • Autore soggetto: Pat McCabe
  • Sceneggiatore: Neil Jordan
  • Direttore della fotografia: Declan Quinn
  • Montatore: Tony Lawson

 

Dettagli

Breakfast On Pluto nei dettaglio.

  • GENERE: Drammatico
  • ANNO: 2005
  • NAZIONE: Irlanda/Gran Bretagna
  • DURATA (min.): 115
  • LINGUA ORIGINALE: Inglese
  • FORMATO: 35mm Col.
  • DISTRIBUZ. IT.: Fandango

 

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Oggi Irlanda vs Francia si disputerà al Croke Park di Dublino, lo stadio più bello d’Irlanda. Finora questa struttura è stata il tempio del calcio gaelico e sarà quindi il rugby a ‘profanare’ questo tesoro inviolabile da 82500 spettatori.

Ricordiamo che lo stadio dedicato al rugby, il Lansdowne Road è chiuso a causa dei lavori di demolizione, e successiva ricostruzione. Ma giocare al Croke non è soltanto un fatto sportivo è un evento socio-politico, uno sport ‘straniero’ nello stadio della ‘bloody sunday’. Facciamo un passo indietro.

Il 21 novembre del 1920, durante una partita, un reparto inglese, fece irruzione nello stadio in cerca di militanti dell’Ira, e aprì il fuoco sugli spalti, uccidendo dodici spettatori (tra cui due bambini) e un giocatore di una delle due squadre, Michael Hogan del Tipperary che divenne un eroe.

 

La prima volta del Croke

Dopo questo tragico evento, gli irlandesi, vietarono qualsiasi disciplina sportiva di matrice straniera, in particolare inglese e dedicarono la struttura esclusivamente agli sport di storia celtica. Una promessa che sarebbe dovuta durare fino a quando il tricolore irlandese non avesse sventolato su tutte e 32 le contee dell’isola, comprese quindi le 6 dell’Ulster.

La GAA (il punto di riferimento per i cattolici che praticano sport in Irlanda del Nord) è stata costretta a votare una delibera che concede l’uso del campo gaelico.

 

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Secondo un rapporto diffuso dal parlamento con sede a Bruxelles, in merito a ‘Criminalità e sicurezza’, Londra è la città più pericolosa. Seguono Amsterdam (Olanda) e Belfast (Irlanda del Nord). Roma si riserva una posizione del tutto tranquilla, almeno sotto questo punto di vista.

Trentadue londinesi su 100 affermano di aver subito un reato negli ultimi anni, a differenza soltanto 17 romani hanno potuto fare la stessa affermazione. La città più tranquilla, in Europa, sembra essere Lisbona dove soltanto 10 su 100 hanno subito reati.

Sul piano mondiale, Londra, a confronto con altre capitali extraeuropee, è più pericolosa di Tallinn (30), New York (23), Istanbul (18) e Zagabria (12).

 

Città pericolose. Londra è pericolosa?

Londra è pericolosa e sicura allo stesso tempo. Con i suoi oltre 8,5 milioni di abitanti, la capitale londinese è una delle città più grandi d’Europa. Sembra ovvio ci siano alcune zone che sarebbe meglio evitare. Ovviamente segnaliamo questi posti ma ciò non significa che non potrete andarci. Basta avere delle accortezza ed essere in allerta. Le zone pericolose sono Tottenham Hale, Hackney, Harlesden, Peckham, Camberwell, Seven Sisters, Finsbury Park, Willesden Junction, Limehouse, Elephant & Castle, Stockwell, Brixton, Canning Town.

Il rapporto va avanti anche sul giudizio della polizia nei confronti dei crimini. Alla domanda: “Come giudichi il lavoro della polizia?”, il giudizio dei romani sull’operato degli agenti è abbastanza positivo. Il dato è confortante anche se non brillanti: il 60% degli intervistati ha risposto in maniera affermativa. A Helsinki i buon giudizi sono molto più alti: 89 abitanti su 100 lodano il lavoro degli agenti. Un valore replicabile anche nei confronti della polizia di Edinburgo e Copenaghen.

 

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Bionda, misure prorompenti e sguardo ammiccante, Christine Dolce è stata incoronata icona sexy dell’anno.

24 anni, nata e cresciuta in California, ma figlia di una coppia italo-irlandese, Christine Dolce era stanca della sua quotidianità di commessa e truccatrice in un negozio di cosmetica.

Sicura di sé e del suo fascino esplosivo, Christine Dolce ha aperto uno spazio web su Twitter. Ciò è bastato per darle grande notorietà. Un successo che l’ha portata a conquistare la copertina del celebre PayBoy. Negli ultimi anni abbiamo perso le sue tracce.
 

Christine Dolce, la coniglietta di PlayBoy

Da quando è sbarcata sul web, ci sono stati boom di contatti e di richieste di servizi fotografici da parte di celebri riviste come Vanity Fair, Rolling Stones e Playboy.

Fresca di copertina è già considerata la nuova Pamela Anderson della Rete, grazie a quella pagina internet identificata dal nome “ForBiddeN”.

Il suo spazio web è salito, in poco tempo, nei primi tre posti della classifica degli utenti più popolari di Myspace.

Al momento la giovane promessa ha fondato una casa di abbigliamento, che produce quasi esclusivamente jeans, rigorosamente stracciati sul sedere: la “Destroyed denim”.
 

Christine Dolce, aka ‘ForBiddeN’

 

Christine Flip Cam

 

Biografia in breve

Nata il 31 Agosto 1981 a Long Beach, California, Dolce è un ex cosmetologo diventata celebre su MySpace a partire dalla metà degli anni 2000: fu addirittura proclamata “La regina di MySpace” di Vanity Fair e The Tyra Banks Show. Con oltre un milione di “amici”, la bionda italo-irlandese si è fatta conoscere in Rete anche attraverso un marchio di moda, fino a diventare celebre su Playboy (copertina del numero di ottobre 2006).

Successivamente, la bionda è apparsa nel videogioco Def Jam; nella campagna Axe Deodorant; Sulla copertina di Gothic Rock; Ed è stata definita la più cattiva da “Cybervixen”. La ragazza ha anche posato per PETA, l’organizzazione che si batte per i diritti degli animali.
 

 

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Un ultima partita tra le selezioni regionali del Leinster e dell’Ulster per omaggiare il celebre stadio Lansdowne Road di Dublino, inaugurato nel dicembre 1876. Per dovere di cronaca il Leinster ha chiuso per 20 a 12, con i padroni di casa.

Il Lansdowne Road sarà demolito e al suo posto sorgerà una nuova struttura capace di ospitare anche un “nuovo” rugby, uno sport cresciuto negli anni che raccoglie oramai un numeroso pubblico.

E così il Lansdowne Road, con la stazione del treno che transita sotto la tribuna principale e la faceva tremava al passaggio dei convogli della Dart, lascerà a tutti il ricordo di quelle giornate trascorse a bere birra e assistere al grande rugby. Le prossime due edizioni del Sei Nazioni, si disputeranno presso il Croke Park, lo stadio della GAA (Gaelic Athletic Association), in grado di ospitare fino a 82500 spettatori, niente a che vedere con gli stadi di rugby europei.

 

Storia del Lansdowne Road

Costruito nel 1871, il Lansdowne Road è il più antico stadio del mondo (la prima partita giocatavisi risale al 1878: Irlanda vs Inghilterra 0-7). Prende il nome dalla strada in cui si trova. Divenuto dimora stabile della nazionale di rugby irlandese, dagli anni ottanta anche la nazionale di calcio cominciò ad abbandonare il vecchio insufficiente impianto e a giocare sempre più frequentemente, e alla fine stabilmente, le sue partite al Lansdowne Road. Nel 1999 e 2003 è diventato teatro delle finali di Heineken Cup, mentre dal 1990 i club di calcio irlandesi giocano la finale di FAI Cup nell’impianto. A volte è stato anche impiegato per eventi musicali, tra cui spiccano quelli di Michael Jackson, degli U2, Eagles e Oasis.

Lo stadio è stato abbattuto e ricostruito tra il 2007 e il 2010 per farne una struttura più moderna. È stato chiamato per ragioni di sponsor Aviva Stadium. Tale ristrutturazione, ormai necessaria da tempo, era stata rinviata principalmente per problemi logistici. L’unico impianto alternativo era il Croke Park che vietata l’ospitalità negli impianti degli GAA agli sport “inglesi” come appunto il calcio, il rugby e il cricket. L’approvazione di tale regola fu determinata dalla famosa domenica di sangue del 21 novembre 1920, quando, durante la gara tra Dublino e Tipperary, furono uccise 12 persone tra tifosi e giocatori per mano delle truppe inglesi, i Black and Tans (episodio ricordato anche nel film Michael Collins).

 

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