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“Non bisogna mai aver paura di nulla, nemmeno della morte”. Con questa idea in testa la giovanissima irlandese Maud Gonne ha trovato il coraggio di intraprendere la sua battaglia politica contro la tirannia dell’Impero Britannico e secondo questa filosofia ha condotto tutta la sua vita, come lei stessa ha voluto testimoniare con la sua autobiografia: Al servizio della regina.

Dall’infanzia fino al primo matrimonio celebrato nel 1903, gli anni che Maud Gonne racconta sono quelli di una Irlanda povera e soggiogata che cerca di affermare la sua indipendenza attraverso la lotta organizzata e la ribellione.

Ed è sempre lei, viaggiatrice infaticabile, a raccontare in queste pagine l’Europa di fin de siècle, i bassifondi dublinesi, l’orrore delle carceri inglesi, le campagne irlandesi in lotta contro i padroni del grande latifondo. In prima linea a difesa dei più poveri, al fianco dei contadini, sostenitrice della lotta armata, la sua autobiografia restituisce l’immagine di una donna che è stata faro di indipendenza ed emancipazione, fondando la prima organizzazione politica femminile del suo paese e contribuendo ad aprire la strada alla partecipazione delle donne alla politica del Novecento. Traduzione e postfazione di Antonella De Nicola.

 

Libro, Al servizio della regina

Formato: Brossura
Editore: Iacobelli
Anno di pubblicazione: 2012
Collana: Frammenti di memoria
Titolo originale: A Servant of the Queen
Lingua originale: Inglese
Pagine: 298
Traduttore: A. De Nicola
Codice EAN: 9788862521222

 

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Altre risorse interessanti

Silvia Calamati – Laurence McKeown – Denis O’Hearn. IL DIARIO DI BOBBY SANDS
Storia di un ragazzo irlandese

Castelvecchi Editore, 2010 – Collana: I Timoni – p. 288- 16,00 euro

5 MAGGIO 1981 – 5 MAGGIO 2010
29° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI BOBBY SANDS

Nato a Belfast nel marzo 1954, Robert Gerard “Bobby” Sands abbracciò la causa dell’indipendentismo irlandese a soli diciassette anni, nella convinzione di non poter fare nulla di diverso per combattere le ingiustizie che vedeva crescere intorno a lui. Arrestato più volte e più volte condannato senza prove a suo carico, trascorse gran parte della sua vita nello spietato carcere di Long Kesh – ribattezzato “The Maze” – dove, il 5 maggio del 1981, al culmine di una tragica protesta durata quattro anni, si lasciò morire di fame dopo aver rifiutato il cibo per ben 66 giorni consecutivi.

Dopo di lui, tra il maggio e l’agosto 1981,  altri nove giovani prigionieri repubblicani irlandesi, tutti al di sotto dei trent’anni, morirono a Long Kesh.
Bobby Sands è stato salutato come un eroe non soltanto dai suoi compagni ma da chiunque, in ogni parte del mondo, si ritrovi impegnato a lottare per la giustizia e la libertà.
Il diario di Bobby Sands restituisce al lettore quelli che furono la vita e i sogni di un ragazzo irlandese, riproponendo, dopo decenni di censure, i drammi di una guerra in Europa troppo spesso dimenticata, che ha causato oltre 3.700 morti.

Estratto

“Se non riescono a distruggere il desiderio di libertà non possono stroncarti. Non mi stroncheranno perché il desiderio di libertà e la libertà del popolo irlandese sono nel mio cuore. Verrà il giorno in cui tutto il popolo irlandese avrà il desiderio di libertà. Sarà allora che vedremo sorgere la luna”. (Bobby Sands, 17 marzo 1981).

Silvia Calamati

Si occupa della questione irlandese dal 1982. Ha tradotto Un giorno della mia vita (Feltrinelli, 1996) di Bobby Sands e Guerra e liberazione in Irlanda (Edizioni della Battaglia, 1998) di Joseph McVeigh. Tra le sue pubblicazioni, i saggi Figlie di Erin. Voci di donne dell’Irlanda del Nord (Edizioni Associate, 2001, tradotto in inglese, spagnolo e gaelico), Irlanda del Nord. Una colonia in Europa (Edizioni Associate, 2005) e Qui Belfast. 20 anni di cronache dall’Irlanda di Bobby Sands e Pat Finucane (Edizioni Associate).
Collaboratrice di Rai News 24, ha ricevuto il premio internazionale Tom Cox Award per il suo impegno di giornalista e scrittrice.

Laurence McKeown

Ex compagno di prigionia di Bobby Sands , nel 1981 condusse lo sciopero della fame per 70 giorni. Divenuto oggi scrittore, ha sceneggiato  il film H3 (2001), ispirato alla tragica vicenda di Sands e dei suoi compagni di prigionia nel carcere di Long Kesh.

Denis O’Hearn

Negli anni Settanta ha lavorato a Belfast come giornalista contribuendo in maniera decisiva, grazie agli articoli pubblicati su «In These Times» e «The Guardian», a far conoscere le lotte carcerarie dei prigionieri politici irlandesi detenuti a Long Kesh. Insegna sociologia alla University of  Binghamton di New York.

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Vagabondo in Irlanda. Il poeta e premio Nobel William Butler Yeats, nelle sue Autobiografie, racconta come un suo consiglio salvò il genio del giovane John Millington Synge (Rathfarnham, Dublino 1871 – Dublino 1909) dall’estinzione, portandolo a diventare uno dei più grandi autori del teatro irlandese. Era il 1896 e Synge era a Parigi, dove frequentava i corsi della Sorbona su lingue celtiche e critica letteraria.

Aveva deciso, infatti, di dedicarsi a tempo pieno allo studio della letteratura, dopo aver tentato, con risultati a quanto pare poco soddisfacenti, la carriera di musicista in Germania (in precedenza aveva vinto varie borse di studio alla Royal Irish Academy of Music). Proveniva da un’antichissima famiglia irlandese, cosa di cui andava molto orgoglioso, ma all’epoca viveva in ristrettezze. “Io ero poverissimo,” scrive Yeats “ma lui molto più povero[…]. Aveva appena il minimo indispensabile per non fare la fame, e qualche volta la faceva. Era andato in giro per l’Europa, viaggiando in terza classe o a piedi, suonando il violino per i poveri, in strada o nelle loro stamberghe”.

Fatto sta che qualcuno disse a Yeats che all’ultimo piano del suo albergo alloggiava un altro irlandese e i due si conobbero. Yeats aveva trentun anni e Synge ventiquattro. Quest’ultimo era in viaggio da sei mesi con sole cinquanta sterline. Era stato a suonare il violino per i contadini della Foresta Nera ed era passato anche per l’Italia (Synge tradurrà poi dodici sonetti di Petrarca in gaelico). La sua “opera” all’epoca consisteva solo in qualche poesia che Yeats stesso definì “morbosa e malinconica”. Nulla lasciava intravedere la maturità delle opere successive. Eppure Yeats diede a Synge un consiglio dei cui risultati, a posteriori, il poeta stesso si stupì.

“Lo esortai ad andare nelle isole Aran,” scrive Yeats “a scoprire una vita che mai era stata espressa in forma letteraria, anziché una vita di cui era stato espresso tutto”. Era un consiglio che probabilmente avrebbe dato a ogni giovane scrittore irlandese, perché lui stesso aveva appena visitato le isole di Inishmaan e Insishmoore e in quei giorni ne parlava con tutti in continuazione.

John Synge: diari di viaggio, vita, opere

Tra le altre cose, a Inishmaan, Yeats aveva conosciuto l’uomo più anziano dell’isola. Questi si era presentato così: “Se uno di lor signori ha commesso un delitto, noi lo nasconderemo. C’era un signore che aveva ucciso suo padre, e io lo tenni in casa mia sei mesi, finché non scappò in America”3. Questa frase, riferita da Yeats a Synge, fu, come vedremo, la scintilla che fece nascere il capolavoro del drammaturgo irlandese, The Playboy of The Western World (in italiano tradotto da Gigi Lunari col titolo Quel ragazzaccio venuto da lontano), la commedia che scatenò disordini e risse il giorno della sua prima all’Abbey Theatre.

Passò un anno, era il maggio del 1897, e Synge partì per le Aran (facendo ritorno a Parigi ogni inverno, fino al 1903). Ne nacque un resoconto, il primo diario di viaggio di Synge, dal titolo Aran Islands, scritto nel 1901 e pubblicato nel 1907 (con illustrazioni del fratello di Yeats, Jack).

John, che considerava questa la sua prima vera opera, fece leggere il manoscritto a Lady Augusta Gregory, altra grande autrice di teatro irlandese e, soprattutto, una delle massime studiose di folklore (protagonista con lo stesso Synge, Yeats e George William Russell del Rinascimento Celtico). Lady Gregory, sempre attenta a valorizzare in primis il patrimonio di leggende e fiabe irlandesi, suggerì a Synge di eliminare i nomi dei posti visitati e di aggiungere più racconti popolari. Questo non era l’intento del drammaturgo. A differenza di Yeats e di Lady Gregory, Synge propendeva per un approccio realistico. La leggenda e la tradizione dovevano mischiarsi con la realtà del suo tempo. O, per dirla meglio: realtà e tradizione dovevano parlare l’una attraverso l’altra.

“Nessun dramma” scrisse Synge “può nascere da nient’altro che le fondamenta della vita reale; che non sono mai fantastiche, né moderne, né inattuali”. E sarà proprio questa differenza a segnare la modernità delle opere drammaturgiche di Synge rispetto a quelle degli altri autori del nuovo teatro irlandese.

Quello che è più importante sottolineare, adesso, è come furono proprio questi primi diari a fare da fondamenta e sorgente per le opere destinate al palcoscenico. I viaggi nelle Aran, come i successivi nel Wicklow e nel West Kerry (quelli contenuti in questo volume) e nel Connemara, furono un vero e proprio serbatoio per la descrizione di una realtà vista in modo quasi antropologico. Intendendo il termine “antropologico” da un punto di vista moderno.

Synge si immerse nel mondo da lui descritto; se ne fece partecipe

È lui il protagonista dei suoi racconti, rimettendosi al nostro giudizio, come ogni buon antropologo moderno farebbe. Ciò che c’è di prezioso nel suo sguardo è la partecipazione a trecentosessanta gradi a tutto ciò che è vita. Da musicista si interessa alle canzoni e alle danze e registra le sue osservazioni (studiava il violino, o meglio la fidula, strumento tipico della cultura popolare irlandese). Ci racconta di quando incontra un altro musicista in un’osteria e si mettono a parlare di come si acquista un violino e del perché bisogna provarlo all’aria aperta. Da appassionato di ornitologia ci descrive tutte le varie razze di uccelli da lui osservate sull’isola del Grande Blasket (famosa per la fauna). Riaffiora in lui, dunque, la curiosità che aveva da bambino per la natura, quando, in compagnia di Florence Floss, annotava fiori e animali su una piccola agenda, a Rathfarnham, zona rurale nei dintorni di Dublino, oppure a Glanmore Castle, nella contea di Wicklow..

E non è un caso che sia stata proprio la natura l’argomento dei suoi primi tentativi letterari.

C’è in Synge, anche nelle sue opere teatrali, un rapporto con il mondo fisico molto profondo. Nei suoi testi la natura è una vera e propria protagonista. Non è un paesaggio sullo sfondo, dialoga con altri “characters”, ne influenza le scelte. In tutto questo influisce la passione precoce dell’autore per l’opera di Darwin che, letta a quattordici anni, lo fece orientare verso una sorta di liberalismo agnostico.

Era impossibile per lui essere un vero protestante, così come sarà impossibile poi aderire pienamente a un movimento nazionale irlandese.

L’Opera

C’è da sottolineare, infatti, che l’opera di Synge, come quella degli americani Thoureau o Emerson, nasconde in sé anche una profonda idea libertaria. Non a caso, questa trova espressione nel libro di viaggio. C’è tutto un filone letterario che collega idee libertarie e viaggio e che fa da trait d’union fra autori del passato, come appunto Thoureau o Jack London, e autori del presente, come William Least Heat Moon (il cui bellissimo Praterie, con tutti i suoi elenchi, ricorda molto da vicino questo libro) e Jon Krakauer (quello, per intenderci, di Into the Wild). Il viaggio è sintomo di curiosità e di apertura.

Si tratta di un tipo di letteratura che non è fatta di schemi, non è, in questo senso, letteraria. è una letteratura che attende sorprese. E le registra, con una curiosità capace di vedere vita anche in un filo d’erba. È libertaria perché è al di là del buonismo e del politicamente corretto: nel mondo di Synge rientrano antipatie e simpatie, amore per ciò che di selvaggio c’è nel mondo e gusto della cultura più raffinata. Synge crea il suo personaggio proprio attraverso le cose che gli stanno attorno.

Anche le tragedie e le commedie di Synge, oltre ai diari, rivelano questa fusione. Lo vediamo, per esempio, in quel piccolo capolavoro che è l’atto unico di Riders to the Sea (Cavalcata a mare, nella traduzione italiana di Gigi Lunari). Qui, con toni che richiamano l’antica tragedia greca (su tutti l’Edipo a Colono), è il mare ad essere il grande protagonista. Incombe sulla vicenda delle donne che, chiuse nella loro casa, attendono o apprendono notizie sui destini degli uomini, partiti per mare e poi annegati.

È come se il realismo di Verga si mischiasse con il senso del destino di Bergman. Tutto è pervaso da una ieratica bellezza, mentre ascoltiamo i dialoghi delle protagoniste.

Per quest’opera Synge fu accusato dai contemporanei di non idealizzare i propri personaggi (ed è curioso pensare come una delle accuse che a posteriori gli venne mossa fu proprio di avere fatto il contrario).

Vita

Tornando alla sua vita, il tempo dei viaggi nel Wicklow e nel West Kerry fu, purtroppo per Synge, anche il tempo della malattia (le sofferenze fisiche cominciarono già nel 1897, anno in cui partì per le Aran, e lo accompagnarono fino agli ultimi giorni).

Synge soffriva del morbo di Hodgkin, una forma di cancro all’epoca incurabile, che lo fece morire a soli trentotto anni. Da qui, forse, gli derivava quella sorta di fatalismo che pervade la sua opera e che si riscontra anche nell’osservazione di alcuni paesaggi desolati dell’Irlanda nei suoi articoli. Paesaggi che lasciano un senso di inquietudine e di mistero. Quella che Synge stesso definisce una bellezza ammantata di malinconia.

“Provavo una specie di dolore” scrive descrivendo il West Kerry “nel sentire la solitudine e la desolazione di quello stesso posto che conferiva a quella gente le loro migliori qualità”.

In Synge la spinta vitale è sempre equilibrata da questo senso del tragico. Humour e dramma vanno a braccetto, così come ispirazione lirica e realismo. Ne scaturisce una sorta di accettazione che diventa spinta a godere del mondo. “Non c’è nessuno che possa vivere per sempre,” dice Synge alla fine di Riders to the Sea “e noi dobbiamo saperci accontentare”.

Luci e ombre

Lo stesso Synge era uomo di luci e ombre, silenzioso e duro a volte, semplice e cordiale altre. Così lo immortala Yeats nei versi della poesia In memoria del maggiore Robert Gregory:

“E poi viene John Synge, quell’uomo indagatore
Che, morente, scelse il mondo vivente come testo
E mai avrebbe riposato nella tomba
Se all’imbrunire, dopo lungo viaggio,
non fosse giunto fra gente appartata
nel più desolato e petroso dei luoghi,
all’imbrunire, in mezzo ad una razza
semplice e appassionata come il suo cuore”

È un ritratto molto efficace. Particolarmente centrata è la definizione di Synge come uomo indagatore. Ciò che più stupisce nel leggere dei suoi vagabondaggi è vedere il tipo di intellettuale con cui stiamo avendo a che far e il modo di fare cultura che ci propone.

È lui stesso a dire che vorrebbe “essere nello stesso tempo Shakespeare, Beethoven e Darwin”. Ma è significativo anche quel morente con cui Yeats inserisce Synge in una particolare dimensione terreste, disposta ad accettare tutto.

Yeats definì Synge l’autore più apolitico che avesse mai conosciuto. “Era l’uomo che ci serviva,” scrisse “perché era l’unico, fra tutti quelli che ho conosciuto, incapace di qualsiasi pensiero politico o fine umanitario. Poteva succedere che se ne stesse tutto il giorno per strada in compagnia di un poveraccio senza alcun desiderio di fargli del bene, ma solo perché quel tipo gli piaceva […]. Ha descritto, con un simbolismo esagerato, una realtà che amava proprio perché amava ogni realtà. Lungi dall’essere quel politicante legato agli interessi inglesi che hanno voluto farne i suoi detrattori, era tanto poco un politico che il mondo lo muoveva solo al sorriso e alla compassione”5. Per questo Synge scatenò le ire dei giornali e di molti intellettuali irlandesi. La sua ‘autonomia’ di intellettuale non gli permetteva di essere davvero partecipe di nessun gruppo. Lui stesso si descriveva così a Maud Gonne: “La mia teoria di rinascita dell’Irlanda è differente dalla vostra. Io voglio lavorare in autonomia per la causa dell’Irlanda e non sarò mai capace di farlo se tutto questo si mischia con movimenti rivoluzionari e semi-militari”. Paradossalmente questo rendeva il nostro autore meno nazionalista eppure più vicino alla tradizione.

Fu un preveggente, in un certo senso. La sua opera è arrivata fino a Beckett (che da giovane frequentava l’Abbey Theatre e rimase profondamente colpito dalle piece di Synge, Yeats e Lady Gregory) ed è l’unica che ha conservato freschezza, fra le tante di quell’epoca.

Rinascita celtica

Partecipò alla rinascita celtica, alla lega gaelica e alla fondazione del teatro nazionale ma rimase sempre e profondamente autonomo. Dell’Abbey Theatre divenne condirettore e consulente letterario. Ma il suo atteggiamento era ben diverso da quello degli altri. Quando alcune delle donne del teatro lo convinsero a scrivere un lavoro sulla ribellione del 1898, Synge sparì e tornò due settimane dopo con un canovaccio.

La storia da lui inventata era questa: due donne, una protestante e una cattolica, si rifugiano in una caverna e cominciano a discutere delle rispettive religioni. Parlano a bassa voce perché una teme di essere violentata dai soldati lealisti e l’altra dai ribelli. Ma, alla fine, una delle due si alza ed esce, dicendo che per lei qualsiasi destino è meglio che subire la compagnia dell’altra.

Il dramma non venne mai rappresentato, ovviamente, e Synge, a detta di Yeats, sembrò non capire lo scalpore che avrebbe potuto suscitare.

La cosa, tuttavia, fu solo rimandata.

Nel 1907 Synge presentò all’Abbey Theatre Playboy of the Western World, il suo capolavoro. Al centro di questa commedia irriverente e brillante c’era un uomo che diceva di aver ammazzato il padre e che veniva ospitato in un’osteria da una ragazza che se ne innamorava. Lo spunto era proprio quella frase sentita da Yeats sulle Aran. La commedia mostrava i tratti tipici della gente irlandese, radicata nella terra ma facile alla fantasticheria. La cosa suscitò tumulti nel pubblico cattolico e nazionalista. Yeats era ad Aberdeen e dovette tornare indietro. “Pittoresco, poetico, fantastico, un capolavoro di stile e musicalità,” scrisse Yeats “opera somma del nostro teatro dialettale, il Playboy scatenò le ire del popolino. Dovemmo rappresentarlo sotto la protezione della polizia, l’ultima sera con settanta agenti in sala e cinquecento, secondo un giornale, a mantenere l’ordine nelle strade. Non accade mai che vada in scena davanti a un pubblico irlandese senza che qualcosa venga lanciato addosso agli attori. A New York volarono una torta al ribes e un orologio, ma il proprietario dell’orologio si presentò alla porta di servizio per recuperarlo dopo lo spettacolo. Da tempo, però, il pubblico di Dublino ha accettato il Playboy. Si è reso conto, penso, che ogni personaggio in scena è amabile e simpatico, per un verso o per l’altro”.

Come si capisce da questo passo, il pubblicò, anche se dopo molto tempo, finì per capire che “non idealizzare” gli irlandesi più che un demerito era un merito. Era un accettarsi finalmente per ciò che si era.

Così Synge finì, senza cercarlo a tutti i costi, per essere un simbolo della nuova Irlanda, un autore di riferimento sia per Beckett che per il recente premio Nobel Seamus Heaney. Finì per essere colui che aveva reso quel mondo poetico irlandese un linguaggio universale.

È un autore mai didattico, mai astratto, mai filosofeggiante. Al contrario è vigile, concreto, drammatico. Nei suoi articoli di viaggio non c’è nulla che possa accostarsi alla definizione di “crepuscolo celtico”. Calato in quel mondo, Synge ne rivisse i valori, la storia, la lingua, con un atteggiamento molto simile a quello dell’umanesimo italiano.

Ferma un contadino o un marinaio o un tinker (i famosi ‘zingari’ irlandesi qui spesso documentati) e si mette a parlare. Rievoca grandi episodi storici: la Grande Carestia, le ribellioni, il colera, l’Home Rule. Parla dei manicomi e degli ospizi. Descrive il dolore e la rabbia dei vecchi che vedono i figli partire per l’America. Discute di pesca e di currach (le canoe irlandesi). Parla di morti affogati o scomparsi nella nebbia della torbiera. Si ferma nei pub e ascolta le conversazioni sulla birra irlandese. Soprattutto sente conversazioni in irlandese, registra una lingua che sembra sempre sul punto di morire. Fa parlare la gente e lui ascolta. Oppure si ferma a guardare il paesaggio lasciando che sia questo a parlare attraverso la scrittura.

Ci sono, in queste poche pagine, decine e decine di nomi di uccelli diversi. Ci sono le corse ai cavalli. C’è il movimento della nebbia sulle valli. C’è la marea che si alza. Ci sono le tante strade isolate e quel sensus mortis di alcuni luoghi appartati, abbandonati o deserti.

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Altre risorse

Chi era Joe, un rivoluzionario o un terrorista, un idealista o uno spietato calcolatore
Brendan Anderson: “Joe Cahill – Una vita in libertà” (Bompiani, pp. 206).

L’ultima intervista di Joe Cahill, uno degli esponenti piu’ importanti dell’Irish Republican Army rilasciata al giornalista Brandan Anderson, poco prima di morire, nel 2004 a 84 anni.

Ne e’ uscito un ritratto privo di abbellimenti, diretto, quasi violento nel presentare la presa di coscienza di Cahill, la necessita’ per lui di difendere i propri ideali con le armi, di venire a patti con personaggi discutibili, di contrabbandare armi, pur di realizzare il suo sogno: vedere di nuovo unito il suo Paese, secondo un personale e distorto senso di repubblicanesimo.

 

Una vita in libertà

Cahill, che parla con estrema franchezza delle cose “che ha deciso in tutta liberta’ di affrontare”, scrive Anderson, parte dalla sua infanzia a Belfast negli anni di un “crudo settarismo”; rievoca la sua entrata nell’Ira a 16 anni, con l’addestramento alle armi, i soldi risparmiati sul lavoro di esattore per contribuire alla causa, fino al sempre maggiore coinvolgimento, che nel 1942 lo porto’, dopo un’azione finita tragicamente, in prigione, condannato a morte. Una sentenza trasformata poi in carcere a vita, ridotto a una condanna di 7 anni. Cahill, una volta scarcerato, rende la tattica dell’Ira piu’ aggressiva: impara a guadagnare consensi attraverso i media, utilizza gli attentati, le bombe (sono gli anni dell’uccisione del membro della famiglia reale MOuntbatten) come cassa di risonanza; chiede finanziamenti negli Usa, contrabbanda armi con Gheddafi.

Capisce prontamente tuttavia il momento in cui bisogna cedere le armi e lasciare la parola ai trattati. Nel 1998 partecipa in prima persona con il Sinn Fein di Gerry Adams ai negoziati con il governo inglese. Ne esce il Good Friday Agreement del quale allora aveva detto: “Non e’ perfetto, ha difetti, ma e’ una base per progredire. Potrebbe e dovrebbe essere un primo passo verso una repubblica di 32 contee. Per me e’ la nuova linea strategica”. Il suo impegno per la pace lo porta nel 2000 anche all’incontro con Bill Clinton.

Un uomo complesso e sorprendente, questo Cahill, che chiude la sua conversazione con Anderson ritornando agli ideali della sua adolescenza: “Quasi tutti credono, e anche io sono tra questi, che i cambiamenti che hanno avuto luogo ci consentiranno di agire politicamente (…)- afferma-. Il nostro obiettivo e’ un’Irlanda unita e la strategia che oggi stiamo attuando mira a raggiungere per via pacifica l’unita’ dell’Irlanda”.

 

Chi è Joe Cahill

Tutte le ‘estates’ nazionaliste, i quartieri–ghetto di Short Strand, del ‘Murph e di Lower Falls, hanno issato le bandiere a mezz’asta; l’Irlanda del Nord repubblicana e cattolica e’ in lutto: e’ morto Joe Cahill.

Il veterano repubblicano si e’ spento nella notte tra venerdi’ e sabato, ad ottantaquattro  anni compiuti. Ottantaquattro anni trascorsi in parte combattendo per l’indipendenza del suo paese, ed in parte nelle prigioni Inglesi.

La sua vita puo’ essere tranquillamente paragonata alla sceneggiatura di un film, oppure ad un romanzo: Cahill e’ nato nell’enclave cattolica di Whiterock Road, West Belfast, nel 1920 ed e’ stato una delle figure chiave della storia del movimento repubblicano, sia dal punto di vista militare che politico.

Gia’ noto alle autorita’ di Sua Maesta’ dalla fine degli anni ’30, nel 1942 fu condannato a morte, insieme ad altri cinque militanti, per l’omicidio di un poliziotto, Patrick Murphy; la sua pena fu commuttata in ergastolo, pare per diretto intervento del Vaticano.

Comunque, quando nel 1951 fu rilasciato, riprese immediatamente la militanza armata nell’IRA,  partecipando a quella sanguinosa campagna sul suolo inglese definita col nome di ‘Border Campaign’, fino a diventarne dapprima Comandante della Brigata di Belfast, ed in seguito, nei primi anni ’70, Chieff of Staff dell’intero Esercito Repubblicano Irlandese.

Fu lui nel 1973 ad innalzare il livello dello scontro armato contro lo stato Britannico, volando a Tripoli, in Libia, per incontrare il Colonnello Gheddafi e per allacciare quel continuo rapporto di scambio e compravendita, che tante armi ed esplosivi, sempre piu’letali, ha porttato nelle mani dell’IRA.

Lo stesso Cahill, l’anno successivo, fu arrestato di nuovo per essere stato intercettato su una nave, proveniente dalla Libia, destinazione Irlanda, con un carico di mitragliatrici ed armi di vario genere; conclusione: altri tre anni di reclusione.

“Cahill ha trascorso la sua intera esistenza in lotta. E’ stato il leader della  Causa Repubblicana, ma ne e’ stato anche  l’ umile servitore”.

Queste sono state la parole di tributo pronunciate da Gerry Adams, presidente del Sinn Fein, braccio politico dell’IRA,  nei confronti dell’uomo che lui ha piu’ volte definito come il ‘padre’ di un’intera generazione di repubblicani.

Cahill e’ stato anche uno dei piu’ accaniti sostenitori del ‘cessate il fuoco’  dichiarato nel 1994 dall’Army Council dell’IRA; e proprio per questo motivo, trascorse parecchio tampo negli Stati Uniti per cercare il supporto degli Irlandesi d’America, prolifici finanziatori del movimento a cui lui ha dedicato tutta una vita.

In piu’, sempre Adams ha ricordato un curioso aneddoto, accaduto quattro anni orsono, durante la visita di Bill Clinton nelle sei contee. Adams, nell’atto di presentare Joe Cahill a Clinton, fu interrotto dallo stesso presidente americano, che gli disse:

“Quest’uomo non ha bisogno di presentazioni, so’ gia’ tutto di lui”.

Nel 1998, all’indomani del Good Friday Agreement, accordo di pace targato New Labour, Cahill fu eletto vice- presidente onorario a vita del Sinn Fein; nello scorso Ard Fheis (congresso nazionale) del partito la sua ultime apparizione pubblica.

In quella occasione disse: “Ricordatevi che abbiamo vinto la Guerra, adesso diamoci da fare per vincere la Pace”.

Il piu’ grosso problema da affrontare quando si parla del conflitto nordirlandese e’ sempre quello di un’oggettiva difficolta di distinguere cio’ che puo’ essere definito con l’aggettivo di ‘politico’ e cio’ che, invece, va considerato come ‘crimine’.

E tale contrasto in questo caso e’ evidente; la storia di Joe Cahill e’ la piu’ classica delle storie nordirlandesi: da una parte eletto a vero eroe, combattente per la liberta’, con le sue azioni, violente nella maggior parte dei casi, ma comunque mitizzate, mentre dall’altra parte della comunita’, quella ‘arancione’, logicamente demonizzato come un killer di professione, a capo di un’orda di terroristi.

Quello che comunque e’ doveroso dire, anzi scrivere, e’ che con la sua morte si e’realmente spenta la luce su di uno dei grandi e piu’ longevi protagonisti di questao triste dilemma dell’Europa Occidentale, storia infinita composta da divisioni, odii settari, H-Blocks e ‘Stakeknife’; ma soprattutto caratterizzata dalle vite vissute dagli abitanti di queste sei contee, e’ vero cosi’ piccole, ma ancora capaci di catturare l’attenzione del mondo intero.

Edizione con traduzione, testo latino a fronte, commento e ampia intruduzione, della “Navigatio sancti Brendani”, testo anonimo del X secolo composto con molta probabilità da un monaco irlandese e che narra la peripezie di san Brandano e dei suoi monaci alla ricerca della “Terra repromissionis sanctorum”, la terra promessa dei santi.

Un classico assoluto della letteratura medievale. Prefazione di Franco Cardini. Anonimo del X secolo.

La Navigazione di san Brandano
A cura di Elena Percivaldi
Prefazione di Franco Cardini

 

Navigatio Sancti Brendani abbatis

“La navigazione di San brindano” è un classico della letteratura medievale; l’autore fu probabilmente un ecclesiastico irlandese, che si basò sul patrimonio leggendario della sua terra, inserendovi spunti di derivazione cristiana. Brandano, abate benedettino irlandese (Clonfert), è un santo, vissuto nel VI secolo: si procurò fama di navigatore fondando monasteri sulle isole tra l’Irlanda e la Scozia. Forse sbarcò, prima di Cristoforo Colombo e dei Vichinghi, nelle terre che poi si sarebbero chiamate America. Il mito lo trasfigurò, immaginandolo alla testa di una ciurma di monaci, alla ricerca di un paradiso terrestre e dei santi situato su un’isola misteriosa, facendo vari incontri con creature fantastiche di ogni tipo che quasi ne fanno un precursore della letteratura fantasy. L’opera, tradotta nel corso dei secoli in varie lingue, è considerata tra le fonti di ispirazione della Divina Commedia di Dante.

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Altre risorse interessanti

La Regina contro Queensberry racconta il primo processo nei confronti dello scrittore irlandese.

Trascrizione dei verbali del processo intentato da S. M. la Regina Vittoria (per conto di Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde) contro John Sholto Douglas, Marchese di Queensberry.

Regina contro Queensberry è tradotto da Paolo Orlandelli, con la consulenza giuridica di Paolo Iorio.

 

Regina contro Queensberry, il primo processo

La trascrizione integrale, in versione italiana, del primo dei processi che segnarono fatalmente la vita di Oscar Wilde sul finire dell’Ottocento, quando in Inghilterra si puniva l’omosessualità con il carcere e i lavori forzati.

Rifacendosi a una serie di documenti e resoconti – fra tutti, quelli del primo biografo wildiano Christoper Millard (1872-1927) e un manoscritto completo ritrovato nel 2000 alla British Library di Londra – Paolo Orlandelli ha ricostruito con Paolo Iorio la ritualità processuale del tempo, dandole una veste teatrale attraverso un intreccio di dialoghi tra le parti in causa, registrando le reazioni dei presenti e facendo emergere in modo più evidente la personalità di Wilde: l’intellettuale caustico e brillante – capace di esibire il suo proverbiale acume anche durante il processo – e l’uomo debole dedito alla corruzione minorile dalla quale non sa difendersi.

Irretito in un meccanismo più grande e potente di ogni sua arte, lo scrittore si dimostra cieco di fronte alla realtà che lo incalza con prove schiaccianti e la fine della vicenda non potrà che assumere dei tratti tragici.

Un volume d’inedito valore documentale, corredato di un apparato di nozioni sul sistema giudiziario inglese e di note storiche. Pur mantenendo una vocazione alla rappresentazione teatrale e cinematografica, il libro si rivolge agli studiosi di letteratura e diritto: per approfondire la figura del grande autore irlandese e per confrontarsi con un documentato esempio inerente il funzionamento di un regime giuridico nel corso di ogni fase processuale.

 

Autori

Paolo Orlandelli si è diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” nel 1996. Attore e regista teatrale ha collaborato con prestigiosi artisti, scrivendo anche le traduzioni e gli adattamenti scenici dei copioni Victor-Victoria, Il Fantasma dell’Opera e Rodolfo Valentino, il Musical. Si è dedicato ancora al mito del divo italoamericano curando e traducendo i suoi libri Il mio diario privato e Sogni a occhi aperti, partecipando inoltre alla realizzazione di Rudy, documentario in concorso ai David di Donatello 2007.

Paolo Iorio è cassazionista, internazionalista, avvocato in Bruxelles, presidente di Advocats Sans Frontières Italia. Ha al suo attivo varie pubblicazioni giuridiche in diritto internazionale e diritto comparato. Tiene lezioni di Common Law presso la Luiss Management e la Link Campus dell’Università di Malta a Roma.

 

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Con ‘Il marinaio nell’armadio‘ edito da Fazi, Hugo Hamilton evidenzia il ritratto di un adolescente in cerca dell’emancipazione dai drammi familiari e dal peso della storia, un ragazzo in cerca che troverà se stesso in un mondo che non offre vie di fuga.

Il marinaio nell’armadio è ambientato nella Dublino anni Settanta.

Mentre dal mondo ‘arrivano’ le immagini del Vietnam, a due passi si vivono i Troubles in Irlanda del Nord, ed Hugo sta combattendo una guerra personale per l’emancipazione dal padre, nazionalista ossessivo che impone ai propri figli di parlare solo in gaelico, e dalla madre tedesca, mai guarita dai traumi del nazismo.

Hugo Hamilton presenta ‘Il marinaio nell’armadio’

Il marinaio nell’armadio racconta Dublino, anni Settanta; in un’epoca di tensioni politiche mondiali, mentre le immagini del Vietnam si sovrappongono a quelle della guerriglia separatista irlandese, Hugo sta combattendo un’altra guerra: la sua. Contro il padre, nazionalista ossessivo che impone ai figli di parlare solo in gaelico, e la madre tedesca, mai guarita dai traumi del nazismo, il giovane si ribella a modo suo, andando a lavorare al porto, ascoltando i Beatles di nascosto e soprattutto coltivando il sogno proibito di passare dalla parte dei nemici, gli inglesi “cattivi e imperialisti”.

Il modello di Hugo ne Il marinaio nell’armadio è il nonno paterno, ribelle come lui, arruolatosi nella Marina britannica e immortalato in divisa in una foto nascosta come un’onta in fondo all’armadio di casa Hamilton. I tentativi di liberazione personale del ragazzo vengono però turbati da alcuni eventi: la strana scomparsa di un cugino tedesco, la faida tra un pescatore cattolico e uno protestante, una morte misteriosa.

Se con il cane che abbaiava alle onde Hugo Hamilton ha appassionato il mondo con il racconto della sua infanzia, con Il marinaio nell’armadio ci regala il ritratto di un adolescente che cerca a tutti i costi l’emancipazione dai drammi familiari e dal peso della storia. Durante la cruda e magica estate della sua crescita, il giovane Hugo cercherà e troverà se stesso in un mondo che non offre vie di fuga.

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