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«Non ritengono opportuno trascrivere i loro sacri precetti. Invece per gli altri affari sia pubblici sia privati fanno uso dell’alfabeto greco». Questo, secondo il noto resoconto di Cesare, il rapporto tra i Celti e la scrittura: praticamente inesistente.
I dati archeologici concordano con quanto detto dall’autore del De Bello Gallico: relativi alla civiltà celtica nella fase antica sono giunti fino a noi pochi documenti scritti, la maggior parte dei quali sono iscrizioni su pietra, metallo, ceramica e altro materiale d’uso quotidiano. Nessun trattato religioso. Nessuna raccolta giuridica, nessuna opera letteraria o poetica. Nemmeno un manuale pratico.
Perché? E’ quello che cercherà di chiarire la conferenza “Alfabeti celtici. Dal ‘nostro’ leponzio all’enigmatico Ogam”, che si terrà sabato 22 settembre a Busto Arsizio (Va) presso il Museo del Tessile (ore 13) nell’ambito di Bustofolk, la notissima manifestazione di musica e cultura celtica ormai giunta all’XI Edizione. Relatrice sarà la dott.ssa Elena Percivaldi, saggista, esperta di medioevo e di cultura protostorica.
E’ noto infatti che, presso i Celti, gli unici e soli depositari della sapienza erano i druidi, cioè i membri della casta sacerdotale, separati nella società dalla classe dei cavalieri, dediti alla guerra. Oltre ad espletare le ritualità religiose, i druidi conoscevano le erbe, gli astri e le forze della natura, e sapevano dominarle. Ricorda Cesare che essi «si interessano al culto, provvedono ai sacrifici pubblici e privati, interpretano le cose attinenti alla religione: presso di loro si raduna un gran numero di giovani ed essi sono tenuti in grande considerazione». Decidevano inoltre in quasi tutte le controversie pubbliche e private, stabilivano pene e risarcimenti ed erano responsabili dell’educazione dei giovani, a cui erano insegnate «molte questioni sugli astri e sui loro movimenti, sulla grandezza del mondo e della terra, sulla natura, sull’essenza e sul potere degli dei». A tutte queste capacità, dunque, i druidi univano – unici tra i Celti – la conoscenza dell’alfabeto e della scrittura.

Ma non ne facevano uso, se non in casi eccezionali. Per quali ragioni?

I motivi di questa “idiosincrasia” sono chiariti dallo stesso Cesare: «primo, non vogliono che le norme che regolano la loro organizzazione vengano a conoscenza del volgo; secondo, perché i loro discepoli, facendo conto sugli scritti, non le studino con minore diligenza. Succede spesso infatti che, confidando nell’aiuto della scrittura, non si tenga adeguatamente in esercizio la memoria».
Mettere per iscritto un precetto religioso, una regola giuridica, una nozione qualsiasi era dunque per loro, al contrario di altri popoli come i Latini, i Greci, gli Etruschi, assolutamente sconsigliabile. Il rischio era che formule magiche, rituali o altre nozioni considerate segrete cadessero nelle mani sbagliate, con esiti forse funesti.
Tuttavia, come si è accennato, testimonianze scritta prodotta dalla cultura celtica esistono. Una delle più antica di esse è un graffito su un vaso di ceramica databile al VI secolo a.C. e proveniente da una tomba di Castelletto Ticino (Varese): si tratta di un nome – XOSIOIO (“di Kosios”), con ogni probabilità l’indicazione di appartenenza del manufatto. L’alfabeto usato era, come noto, derivato da quello etrusco di Lugano. Nel passo già citato, Cesare parla dello sporadico utilizzo, da parte dei druidi, dell’alfabeto greco, dato confermato dai ritrovamenti archeologici (monete, iscrizioni). Altri ritrovamenti, infine, dimostrano che in Gallia, almeno dal I secolo d.C., era largamente usata anche la scrittura latina, come risulta eclatante nel caso del grandioso Calendario di Coligny che, scoperto nel 1897, è un documento di eccezionale importanza, oltre che sul piano linguistico e storico, anche per la conoscenza di come i Celti computavano il tempo. E proprio il Calendario di Coligny, indirettamente, dimostra che i Celti, per quanto concerne questioni rituali o religiose, ricorrevano alla scrittura soltanto quando si sentivano minacciati nella loro identità e temevano che le nozioni da loro custodite con tanta cura potessero perdersi per sempre. Il Calendario fu messo per iscritto nel II secolo d.C., quando cioè la romanizzazione completa delle Gallie era ormai solo questione di tempo.

Aspetti commerciali

Diversa la questione per quanto concerne gli aspetti commerciali: in questi casi – si tratta di legende monetarie – l’uso della scrittura è invece espressione di una società urbanizzata o in via di urbanizzazione. Etrusco, greco, latino: i Celti del continente non inventarono, per traslitterare le loro lingue, sistemi di scrittura autonomi, ma si limitarono ad adottare, con qualche variante per venire incontro a diverse esigenze fonetiche, quelli in uso presso altre culture, come avevano già fatto a suo tempo i romani e gli stessi greci.
Non così invece i Celti delle isole britanniche: qui le svariate competenze dei druidi – naturalistiche, astronomiche, religiose, esoteriche, culturali, persino filosofiche – fornirono lo sfondo per la creazione e la diffusione di un alfabeto che, sebbene sia accostabile ad altri sistemi di scrittura in vigore presso altre civiltà europee, può essere considerato un’invenzione originale: l’alfabeto ogamico. Un alfabeto composto da 20 lettere divise in 4 gruppi di 5 segni ciascuno, incisi su una superficie rigida, legno, osso e pietra. La particolarità dell’ogam rispetto ad altri alfabeti è che le lettere non hanno un aspetto, per così dire, “alfabetico”, ma sono costituite da tacche incise orizzontalmente, verticalmente e obliquamente rispetto allo spigolo, oppure sotto forma di punto. Un sistema utilizzato dal III-IV secolo d.C. fino alle soglie dell’età moderna in Irlanda, in Galles, in Cornovaglia, in Scozia e sull’Isola di Man solo per scrivere epitaffi su pietre tombali o segnalazioni di proprietà su cippi di confine.
Ma chi inventò questo sistema di scrittura così poco pratico? Quando fu ideato? Perché? E con quali scopi? Lo sentirete alla conferenza, dove sarà possibile acquistare anche copie del volume Ogam. Antico alfabeto dei Celti, pubblicato da Elena Percivaldi per i tipi della Keltia Editrice di Aosta: primo tentativo di sintesi originale sull’ogam in lingua italiana, pensato per essere accessibile non solo agli “addetti ai lavori” (che comunque troveranno nel vasto corpus di note e nella bibliografia i riferimenti per verificare le informazioni e i raffronti e per risalire alle fonti), ma anche ad un pubblico più vasto.
 

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Anche questa è arte, si tratta di Frank Buckley che a Dublino ha voluto realizzare una casa impastando i resti triturati di 1,4 miliardi di euro (1.820 milioni dollari). Un momento di follia che vuole dimostrare come l’investimento sugli immobili è stato ‘azzerato’ o quasi dalla crisi immobiliare.

Frank Buckley ha costruito l’appartamento nella hall di un edificio di Dublino ancora da completare, simbolo del culmine di un boom edilizio, che ha trovato fine, grazie alla crisi delle banche. Una realizzazione fatta di mattoni di banconote in euro triturati presi in prestito dalla zecca nazionale irlandese. Buckley la chiama “Billion-euro home“, perchè in Irlanda in tanti hanno investito miliardi per edifici o appartamenti che oramai hanno dimezzato il proprio valore di mercato.

Nel 2000 la Tigre Celtica volava sull’economia mondiale ma la bolla immobiliare è scoppiata sette anni dopo innescando la più grave recessione del mondo industrializzato, fino a costringere il Paese a chiedere un umiliante salvataggio da parte dell’UE e del FMI.

 

Irishtimes: €1.4bn house is a work of art

Buckley aveva ricevuto un mutuo al 100% per una casa che aveva un valore di 365.000 euro, nonostante non avesse un reddito stabile e dopo la separazione con la moglie ha dovuto lasciare l’immobile che ora ha perso un terzo del suo valore. Ma l’uomo non si è perso d’animo ed ora potrà vivere nella sua “Billion-euro home“, talmente calda che addirittura dorme senza coperte. L’unica cosa chiara infatti, sembra essere che l’euro, sia un ottimo isolante.

 

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Dal 9 luglio 2010, la mostra “Nodi, Spirali Intrecci d’oro” che offre un’interpretazione in chiave contemporanea di antichi gioielli celtici: un evento che trova ideale collocazione nel Museo della città di Bobbio, nella storica sede del Monastero di San Colombano.

L’idea dell’esposizione nasce dalla collaborazione tra l’orafa Nadina Raiola ed il maestro cesellatore Gianni Bergonzoni che utilizzano repertori stilistici dell’arte celtica per trasmettere antiche e complesse tecniche orafe.
Proprio l’energia e il rigore geometrico dell’arte celtica, così come i temi e le linee apparentemente semplici, permettono di esaltare l’antica tecnica dello sbalzo e del cesello, creando rilievi e ornati con risultati sorprendenti.

La mostra ruota intorno ai motivi decorativi più caratteristici dell’arte celtica – nodi, spirali e intrecci – e vede protagonisti una serie di gioielli realizzati dall’orafa Nadina Raiola, dal maestro cesellatore Gianni Bergonzoni e dalle cesellatrici Nilde Cassinelli e Barbara Graviani. Nella rilettura di antichi patterns ogni artista ha espresso la propria personalità: creazioni che lasciano intuire i diversi percorsi di ricerca e le ricche sfaccettature di ogni singolo creativo.

 

Nodi, Spirali e Intrecci d’oro

Le ispirazioni dei gioielli spaziano dalle suggestioni dei manoscritti irlandesi ai colori intensi degli antichi smalti celtici: elementi decorativi sospesi nel tempo e carichi di valenze magiche e apotropaiche. Le figure celtiche catturano immediatamente l’immaginazione, lasciando intuire qualcosa di più profondo e misterioso del semplice gioco ottico, invitando l’osservatore a percorrerle come un labirinto.

L’esposizione intende portare nuova linfa all’antichissima arte dello sbalzo e cesello su lastra di metallo, rivitalizzando un’antica tecnica artistica, oggi trascurata, ma che affonda le sue radici nella storia. Non a caso lo sbalzo e il cesello furono utilizzati non solo dai celti ma anche da più antiche civiltà, che avevano riconosciuto in queste tecniche grandi potenzialità sia per rendere temi figurativi sia per disegni astratti e geometrici.
Una tradizione artistica che è fortemente legata a un territorio come quello di Bobbio, importante centro di diffusione della cultura irlandese e celtica in Italia.
Un segnale che le antiche tradizioni possono essere trasmesse e arricchite dalla visione e maestria tecnica di nuovi artisti e creativi.

La mostra prevederà anche uno spazio adibito all’esposizione di note storiche e parallelamente verranno effettuati dei laboratori didattici con esempi di lavorazioni in loco, durante i quali i visitatori potranno osservare ed apprendere le antiche tecniche esecutive dello sbalzo e del cesello.

Nodi, Spirali e Intrecci d’oro. Interpretazioni di gioielli celtici
Museo della città, Monastero di San Colombano, Bobbio (Pc)
Inaugurazione: 9 Luglio ore 18
Apertura: 9-18 Luglio 2010
Orari: 10-22

Informazioni

Gioielleria Raiola 0523.501055
Iat Bobbio 0523.962815
Laboratorio 346 2382902

 

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