Articoli

Due volte candidata all’Oscar e nomination come miglior attrice non protagonista per il film “Tom Jones” e “Otello“, l’attrice irlandese Joyce Redman, è morta, a 93 anni, con una polmonite nella sua casa nel Kent, in Inghilterra.

Nata in Irlanda il 9 dicembre 1918 da una famiglia protestante anglo-irlandese, Joyce Redman è stata educata, insieme alle sue tre sorelle, da un’istitutrice. Presto entrò a far parte della prestigiosa Royal Academy of Dramatic Art di Londra. E’ conosciuta al grande pubblico per le numerose interpretazioni televisive e teatrali e la partecipazione in circa venti film, da ricordare in particolare “Tom Jones” (la scena col cibo a tavola insieme ad Albert Finney) del regista Tony Richardson, e “Otello” di Stuart Burge, per i quali ricevette due candidature all’Oscar come miglior attrice non protagonista, rispettivamente nel 1964 e 1966.

Per “Otello“, Joyce Redman ebbe la candidatura al Golden Globe, sempre come migliore attrice non protagonista, dove ha interpretato la parte di Emilia.

 

Joyce Redman

Nata da una famiglia protestante anglo – irlandese, Joyce Redman venne educata fin da bambina da un’istitutrice assieme alle altre tre sorelle. Studiò recitazione alla prestigiosa Royal Academy of Dramatic Art di Londra.

Redman è molto più conosciuta per le numerose interpretazioni televisive e teatrali, infatti ebbe grande successo sul palcoscenico negli anni quaranta per Shadow and Substance, Claudia e Lady Precious Stream.

Joyce Redman recitò comunque in diversi film, riscuotendo critiche molto positive come in Tom Jones (1963), dove fu protagonista di un’indimenticabile scena col cibo, a tavola insieme ad Albert Finney, divenuta un cult, e in Otello, per i quali ricevette due candidature all’Oscar alla miglior attrice non protagonista, rispettivamente nel 1964 e 1966. Per Otello ebbe inoltre la candidatura al Golden Globe, sempre come migliore attrice non protagonista.

Una vita da eroe è una delle ultime composizioni di Roddy Doyle.

Una vita da eroe è ambientato nei primi anni ’50, quando Henry Smart, volontario nella guerra d’indipendenza, uomo di fiducia di Michael Collins, militante dell’IRA, fa ritorno al paese d’origine dopo un lungo esilio negli Stati Uniti. E un uomo solo, mutilato, soffre di perdite di memoria ed è certo della morte dell’amatissima moglie e dei figli.

Ingaggiato dal regista John Ford come «consulente IRA», Smart prende parte alla stesura della sceneggiatura del film che Ford intende girare proprio sulla sua vita. Ma si tratta di un «polpettone» hollywoodiano, depurato da episodi cruenti. L’Irlanda di Ford è un artificio, dove la lotta per l’indipendenza e la Guerra Civile fanno solo da sfondo all’avventura sentimentale dei protagonisti.

 

Una vita da eroe, il nuovo libro

Conclusa dunque in maniera poco soddisfacente la parentesi cinematografica, Smart si trasferisce in un paese a nord di Dublino, dove conduce un’esistenza molto tranquilla, lavorando come bidello in una scuola e come giardiniere, finché per caso scoprirà che sua moglie e sua figlia sono ancora vive. La stampa nazionale però lo cerca e svela il suo passato rivoluzionario; la Provisional IRA inizia a interessarsi a questo «vecchio leone», vede in lui un eroe dimenticato e decide di farne il proprio simbolo. Una vita da eroe è un romanzo che abbraccia mezzo secolo di storia irlandese, Doyle racconta con grande sensibilità i profondi mutamenti di un paese alla ricerca di normalità dopo anni di conflitti.

 

Acquista il libro

Acquista Una vita da eroe a un prezzo garantito.

Acquista ora!

 

Dettagli prodotto

  • Copertina flessibile: 416 pagine
  • Editore: Guanda (4 novembre 2010)
  • Collana: Narratori della Fenice
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8860882060
  • ISBN-13: 978-8860882066
  • Peso di spedizione: 358 g

 

Altre risorse interessanti

Irlanda del Nord, prigione di Long Kash, 1981. Il film Hunger di Steve McQueen è ambientato nel blocco H dove sono rinchiusi i carcerati di fede repubblicana che mettono in atto la protesta del “blanket protest” e del dirty protest” (Hunger Strike), letteralmente proteste delle coperte e dello sporco, per riottenere lo status di prigioniero politico.

Tra loro c’è Bobby Sands, attivista dell’IRA, intraprende uno sciopero della fame che lo porterà, dopo 66 giorni, alla morte.

Sands non aveva ancora compiuto 27 anni, quando iniziò lo sciopero della fame nella prigione di Long Kash (conosciuta come Maze). Pochi mesi prima i detenuti del blocco H avevano iniziato una dura lotta, rifiutando di vestirsi con le uniformi del carcere, coprendosi solo con le coperte e rifiutando di lavarsi, vivendo in celle sporche di escrementi e in condizioni igieniche assai più che precarie.

La storia di Bobby portata sullo schermo da Hunger di Steve McQueen, autore anche della sceneggiatura con Enda Walsh, si divide in tre capitoli. Violenta e ricca di azione, con rumori assordanti, la prima parte, che documenta cosa significava vivere, come prigioniero ma anche come guardia carceraria, nel blocco H.

Un dialogo, magnificamente scritto e interpretato, tra Bobby Sands (Michael Fassbender) e padre Dominc Moran (Liam Cunningham) è il cuore del film. Le motivazioni, la disperazione, la determinazione di Bobby emergono poco a poco da un serrato confronto dialettico. E infine il digiuno, la discesa negli inferi della sofferenza da denutrizione, fatta di silenzi lunghissimi che lasciano parlare le immagini fino alla morte.

Film di esordio duro, intenso ed epico per il video artista inglese Steve McQueen, le cui opere sono state esposte nei musei di tutto il mondo, che si cimenta con un argomento difficile, in cui gli aspetti storici – la guerra in Irlanda – e la tragedia personale di Sands si mescolano trascinando lo spettatore in un vortice di violenza e sofferenza. McQueen usa la macchina da presa, alternando linguaggi diversi con immagini sempre drammatiche che descrivono senza mai esprimere alcun giudizio politico.

In tempi in cui le missioni suicide sembrano essere il pane quotidiano dei telegiornali, ripercorrere la vicenda dell’attivista acquista un valore simbolico proprio per il lungo protrarsi della sua protesta, che lo ha portato a essere conosciuto in tutto il mondo come una figura emblematica, icona di coraggio ed eroismo. Il corpo diventa per Sands l’estremo strumento di protesta, un “luogo di conflitto politico”. Dopo di lui lo sciopero della fame divenne un sistema di lotta a cui si sacrificarono altri giovani repubblicani, che tuttavia non riuscirono mai ad ottenere lo status di prigioniero politico per cui lottarono sacrificando la vita.

Vincitore al Festival di Cannes, della Caméra d’Or nella sezione Un certain Regard, Hunger Steve Mcqueen è uscito nelle sale in Francia il 26 novembre 2008. Ora disponibile anche in Italia.

 

Hunger di Steve McQueen trailer in italiano

 

Hunger strikers

I partecipanti all’Hunger Strike: Bobby Sands, Francis Hughes, che morì dopo 59 giorni di digiuno; Patsy O’Hara, 61 giorni; Raymond McCreesh, 61 giorni; Joe McDonnell, 61 giorni; Martin Hurson, 46 gorni; Kevin Lynch, 71 giorni; Kieran Doherty, dopo 73 giorni; Tom McElwee, 62 giorni e Mickey Devine, 60 giorni.

Barry McCabe lo abbiamo visto recentemente in Italia al fianco di Mick Taylor, e assicura che presto tornerà a trovarci con le sue Gibson sottobraccio.

Chi è? Barry McCabe è un ragazzo di Virginia, un piccolo paese dell’Ulster, che un giorno acquistò una vecchia chitarra in un negozietto e strada facendo ha visto più di un sogno materializzarsi: prima il tour con Rory Gallagher, suo eroe di sempre, poi i palchi di mezzo mondo condivisi con band del calibro dei Ten Years After, Molly Hatchett, ZZ Top e Canned Heat.

Se nel suo album “The Peace Within” era Davy Spillane, già collaboratore di Van Morrison, Bryan Adams e Chris Rea, a fargli compagnia con le sue uilleann pipes, nel più recente “Beyond The Tears” per non essere da meno lo hanno raggiunto alcuni amici vecchi e nuovi: tra questi Mark Feltham, già armonicista della Rory Gallagher Band, nonché il Mama’s Boys & Celtus Pat Mc Manus e Johnny Fean degli Horslips con le loro chitarre.

 

Intervista all’irlandese Barry McCabe

Musicista sensibile e generoso, Barry ha uno stile asciutto, pulito ed essenziale in cui scorre quello speciale sapore irlandese, vigoroso e caldo, capace di avvolgere l’ascoltatore e metterlo immediatamente a proprio agio.
Rory Gallagher e Peter Green nel cuore, Barry McCabe si è avviato lungo un personale percorso musicale in cui si fondono tradizione irlandese e blues, rock ‘n’ roll e sperimentazione… quanto segue è ciò che ha da dire in proposito.

MB: Ciao Barry McCabe! Si direbbe che tu sia spesso in tour con Mick Taylor e che nel 2008 ti rivedremo in Italia proprio in sua compagnia. Quando lo hai incontrato per la prima volta? E com’è andata? Sai, sono in molti a considerarlo una leggenda vivente… me compreso.

BMC: L’ho incontrato nel marzo 2007, quando acconsentì a essere il mio “ospite speciale” al party organizzato per il lancio di “Beyond The Tears”. Ero molto eccitato all’idea di suonare con lui, ovviamente, e son felice di poter dire che lo show è riuscito davvero bene. Sai, dopo abbiamo ricevuto tanti di quei complimenti che decidere di programmare altri concerti insieme ci è parsa una scelta obbligata. L’idea è piaciuta anche a Mick, così l’anno scorso è finita che abbiamo fatto qualche show in Europa tra Germania, Olanda e Italia.
Quanto a Mick Taylor, bè, puoi includermi nella lista di chi lo considera una leggenda. Da parte mia sono anche un grande fan di Peter Green, e proprio per questo so bene che già per entrare nei Bluesbreakers doveva avere i numeri… sul fatto che se la cavò con disinvoltura e sfoggiando al contempo uno stile unico, penso che siamo tutti d’accordo.

 

MB: Ho visto il concerto di Mick Taylor a Milano nel novembre 2007, nel quale avete alternato composizioni tue e sue. Il brano di apertura era la tua “In The Dead Of Night” [da “Beyond The Tears”] e, in generale, l’impressione era che tu avessi molto spazio sul palco. Era solo “questione di un tour” o pensate di approfondire la collaborazione?

BMC: Mick ha insistito fin dall’inizio perché eseguissi alcuni miei brani durante i concerti e da questo punto di vista per me è fantastico, in quanto lo spazio per lasciare la mia impronta nello spettacolo non mi manca. Penso che a Mick piaccia avere qualcuno con cui spartire il “carico”. Quando canto, lui è davvero felice di starsene un passo indietro a fare ciò che più ama: suonare la chitarra.
Il palco milanese era molto grande e prima di cominciare gli dissi che in quelle condizioni amo muovermi un pò in giro, la sua risposta è stata un semplice “Accomodati.”. Quindi, sì, ho piena libertà di seguire l’ispirazione del momento e fare ciò che sento.

Spero che potremo approfondire la collaborazione, certamente. Subito dopo il nostro primo show Mick disse che gli sarebbe piaciuto suonare in “Beyond The Tears”, offrendomi i suoi servizi qualora decidessi di registrare qualcos’altro. Wow! Si parlò anche di comporre a quattro mani e penso che potremmo fare molte cose, compatibilmente coi nostri programmi e col fatto che si prenda la decisione di ragionarci un pò su.

MB: Sei cresciuto a Virginia, una piccola città nella Contea di Cavan, Ulster, e hai avuto la possibilità di suonare al fianco di uno degli eroi nazionali irlandesi: Rory Gallagher! Ti va di parlare un pò di quei giorni?

BMC: È vero, è a Virginia che sono cresciuto, e ai tempi era un villaggio davvero grazioso e tranquillo. Da allora si è un pò espanso, ma è riuscito a conservare gran parte del suo fascino. È stato un bel posto in cui crescere. Là potevi percepire un senso di comunità, e a casa avevo il permesso di suonare la mia chitarra a volume molto, molto alto (benché abitassimo nella strada principale)! Poi, lo so, coi miei capelli lunghi e gli albums di Rory Gallagher sottobraccio io certamente ero quello strano, però mi hanno tollerato! [ride] Ho messo in piedi una band e già prima di lasciare la scuola suonavo da semi-professionista. Poi girai per tutto il paese e poi ancora me ne partii per l’Europa continentale. Il resto, come si dice, è storia!

Rory lo conobbi bazzicando i suoi concerti e riuscendo infine a incontrarlo. Lui era una delle poche “superstars” disponibili a passare del tempo coi fans dopo gli spettacoli. Fu al National Stadium di Dublino nei primi anni ‘70. Ho avuto il piacere di essere al Carlton Cinema quando registrò l’album “Irish Tour ‘74”, e ciò significa che anch’io sono in quel disco famoso, là da qualche parte a sgolarmi e applaudire.
Lo rividi tempo dopo nell’Europa continentale, in occasione di un mio tour in Germania. Lui suonava ad Amburgo e io decisi di fare un salto a salutarlo. Era sorpreso di trovarmi là. Quando seppe che ero impegnato nelle stesse esperienze che toccarono a lui anni prima, cioè facendomi i denti nel circuito dei club, cominciò a nutrire un profondo rispetto per me. Da allora, infatti, si interessò sempre a ciò che facevo.
Partecipai al suo tour del ‘91-’92. Era un sogno che si avverava, e nessuno di noi pensava che pochi anni dopo se ne sarebbe andato. Rory era una persona davvero gentile e la sua morte fu una grande perdita per il mondo della musica.

MB: La prima volta che mi capitò di ascoltare una registrazione di Gallagher restai senza fiato: la sua energia e il suo talento sono/erano doni rari, molto difficili da trovare. Sfortunatamente, il suo nome non sembra essere conosciuto quanto meriterebbe. Come lo spieghi?

BMC: Bè, Rory era assolutamente contrario alla pubblicazione di “singoli” (45 giri), e la cosa ebbe un effetto nocivo sulla sua popolarità. Questa scelta praticamente dimezzò il “tempo radiofonico” a sua disposizione perché in America, per esempio, gli album vengono trasmessi su FM, ma devi avere un singolo per passare su AM. Va anche ricordato che lui era una persona estremamente timida, certo non lo avresti mai trovato nei “posti che contano” a farsi fotografare, etc.

MB: Col tuo album “The Peace Within” hai cominciato a esplorare le frontiere del “Celtic Blues”, un’affascinante miscela di folk, blues e rock ‘n’ roll. Hai fatto un gran lavoro con gli strumenti tradizionali… ho impiegato un sacco di tempo per convincermi che una cornamusa potesse suonare in quel modo!

BMC: Bè, non sei l’unico! [ride] Penso di aver disorientato un bel pò di gente con quell’album. Le uilleann pipes, le cornamuse irlandesi, sono state usate nel rock in passato (a suonarle nel mio album era Davy Spillane, già membro di una band folk-rock di grande successo, i Moving Hearts), io desideravo portarle in una sfera blues. Sentivo alcune similitudini tra la musica irlandese e il blues ed ero curioso di sapere se potevano rimpiazzare l’armonica, il sax o altri strumenti normalmente associati a quel genere di musica.

Devo ammettere che le uilleann pipes sono estremamente difficili da suonare e Davy Spillane un vero genio, sono stato molto fortunato ad averlo con me. Pochi riescono a ripetere ciò che lui sa fare con una cornamusa e, cosa ancor più importante, aveva addosso una gran voglia di sperimentare qualcosa di diverso.

MB: Si direbbe che i musicisti irlandesi abbiano un legame con le proprie radici musicali più forte rispetto a quelli inglesi o europei. Sbaglio?

BMC: Potrebbe essere. Non dimenticare che la musica è stata una componente importantissima della nostra storia (nel periodo dell’occupazione i messaggi segreti venivano trasmessi in forma di canzone, per esempio) perciò non trovo affatto strano che permanga un legame emozionale con essa. Poi la nostra storia ci rende un popolo estremamente malinconico, talvolta, e suonare o ascoltare musica è una grande forma di terapia per questo tipo di cose. Molti di noi vedono la musica come un qualcosa che va ben oltre l’intrattenimento, penso.

MB: L’industria musicale ha molte similitudini con quella dei fast food, oggi, ma il tuo CD “Beyond The Tears” si muove in una direzione completamente diversa: ci vuole coraggio per produrre un album “sensibile” in questi tempi “insensibili”.

BMC: Suppongo di sì, volendo guardare le cose da questo punto di vista. Onestamente, l’unico criterio che ho per quanto riguarda il fare musica è che deve piacermi e venire dal cuore. Va anche bene produrla e distribuirla poi, ma non lo faccio con in testa idee o strategie commerciali. Non fraintendermi, sono felicissimo quando i miei dischi vendono, ma si tratta di un bonus, non dell’obbiettivo.

MB: Ascoltando “Beyond The Tears” ho avuto l’impressione di trovarmi a trascorrere una giornata al pub in compagnia di un vecchio amico, alternando gli scherzi ai ricordi dei tempi buoni e di quelli cattivi, addosso la sensazione che tutto andrà bene – anche là fuori. Una giornata intera, sino al tramonto che, al tempo di un valzer, accompagna il commiato.

Barry McCabe: Mi piace questa spiegazione dell’album. Penso che tu abbia colto esattamente quello che mi premeva trasmettere con il disco. Sì, è davvero la storia della vita, dalla prima canzone sino all’ultima. L’inizio è affidato a una melodia rock’ n’ roll abbastanza semplice (anche se i versi sono un pò più pesanti rispetto agli standard del genere), si attraversano un po’ di umori cupi nella parte centrale e si conclude con un valzer, che dovrebbe trasmettere un senso di pace o soddisfazione all’ascoltatore. L’album è una metafora del viaggio della vita. Parti pieno di entusiasmo, strada facendo finisci a terra e affronti giorni bui, ma se mantieni viva la fede potresti venirne fuori e, chissà, andartene danzando nel tramonto. Non è un finale eccessivamente felice (non siamo a Hollywood) ma è più ottimista che pessimista, e penso sia questo ciò che importa. L’ascoltatore non dovrebbe cadere in depressione dopo averlo ascoltato, ma piuttosto sentire che c’è speranza, una ragione per continuare a camminare.

MB: Grazie, Barry McCabe! C’è qualcosa che vorresti aggiungere?

BMC: Non mi pare, direi che abbiamo trattato un pò tutti gli argomenti. Vorrei solo ricordare il mio indirizzo web – www.barrymccabe.com – e ringraziarti per l’interesse: spero che la gente troverà piacevole leggere di me e della mia musica.

Virginia, County Cavan, 3 gennaio 2008

Su concessione di Massimo Baraldi

Caldamente consigliato e vincitore di vari premi cinematografici, High Boot Benny (1993) è tra i lungometraggi meno noti tra quelli aventi quale background i troubles e la questione nordirlandese.

High Boot Benny si incentra sulla vita di Benny, soprannominato high boot per via dei suoi anfibi dai quali non si separa mai.

Egli è un giovane delinquente che, in quanto ricercato, ha dovuto lasciare la sua hometown, Belfast, e pertanto rifugiarsi in un piccolo centro rurale sito lungo la linea di confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda.

 

High Boot Benny (Film)

Come sappiamo, questa zona è luogo di intensi traffici e continue operazioni militari dell’IRA e quindi sottoposta ad un rigido controllo da parte dell’establishment britannico, del resto basti pensare a ciò che accade ancora oggi nella regione del South Armagh, chiamata Bandit County dagli agenti di Sua Maestà.

Benny, passato il confine, ha trovato ospitalità presso la scuola del suddetto paesino, la cui insegnante è tra l’altro attratta sessualmente da lui.

Il giovane, che ha sempre evitato di farsi coinvolgere dagli eventi del Conflitto nordirlandese, questa volta ne rimarrà travolto: si troverà invischiato suo malgrado nell’omicidio di un informatore della polizia, così la scuola diventerà ben presto oggetto di indagini sia da parte dell’Esercito Britannico e dei paramilitari Lealisti, sia da parte dell’IRA stessa, in quanto entrambe le fazioni erroneamente considerano Benny essere una spia al soldo nemico.

La rappresentazione e l’approccio del regista all’eterno conflitto che ha insanguinato le sei contee per più di un trentennio risultano essere molto fedeli alla realtà ed efficaci, evidenziando come nel corso dei troubles molte persone neutrali, non appartenenti ad alcuna delle opposte fazioni, si sono trovate gioco-forza a ricoprire ruoli, a volte anche principali, nella guerra in corso, vedendo pertanto le loro vite e quelle dei cari subirne le più estreme conseguenze.

Va infine sottolineata la grande interpretazione di Frances Tomelty, già protagonista nel ruolo della vedova nel capolavoro The Field di Jim Sheridan, che in High Boot Benny recita la parte dell’insegnate della piccola scuola.

 

Altre risorse interessanti

Hush a Bye Baby è ambientato in Irlanda del Nord durante l’anno 1984. I troubles (conflitto nordirlandese) ed il tesissimo clima politico fanno da cornice alla storia di Goretti, Majella, Sinead e Dinky, quattro ragazze quindicenni, amiche per la pelle, cresciuti nei ghetti cattolici di Derry: Bogside e Creggan.

Questa la strofa dell’omonima canzone popolare irlandese Hush a Bye Baby, che ha influenzato l’esordiente regista Harkin nell’intitolare questo film.

“Hush a bye baby, on the tree top,
When the wind blows the cradle will rock;
When the bow breaks, the cradle will fall,
And down will come baby, cradle and all”.

 

Il film Hush a Bye Baby

La questione dei supergrass, ossia dei pentiti, e dei loro processi è all’ordine del giorno nelle sei contee, in più la politica dello shoot to kill e degli arresti indiscriminati ancora praticata dalle British Crown Forces. Una sera, ad una lezione di lingua gaelica, Goretti incontra un giovane nazionalista, Ciaran: neanche ha inizio la loro storia d’amore che i soldati dell’esercito britannico arrestano il ragazzo. Tutti i tentativi di Goretti di contattare Ciaran in carcere saranno vani, a causa della linea dura adottata dal governo britannico nei confronti dei prigionieri repubblicani.

La giovane realizza di essere incinta ed il suo senso di isolamento aumenta: non volendo confessare a nessuno al di fuori di Ciaran di aspettare un bambino, Goretti, proprio per mantenere tale segreto, gli invia in carcere alcune lettere scritte in gaelico, ma, al tempo, non era permesso ai prigionieri di comunicare in irlandese con l’esterno, pertanto tali lettere non saranno mai lette da Ciaran.

Ad agosto, Goretti va con l’amica Dinki in un Gaeltacht (luogo dove si parla esclusivamente in gaelico) nella contea del Donegal ed un giorno ascolta per caso alla radio un dibattito avente come oggetto l’aborto (l’anno seguente ci sarà il referendum popolare sull’aborto nella Repubblica d’Irlanda). La giovane ne rimane fortemente colpita e sorge in lei una sorta di dicotomia fra i principi cattolici cui è stata educata fin da bambina (costanti nel film i pensieri di Goretti rivolti all’immaginario religioso, soprattutto alla figura della Vergine Maria) e la situazione contingente in cui ella al momento si trova, ossia la segretezza della sua gravidanza e l’apparente abbandono da parte di Ciaran.

Conclusioni

Ed è proprio questo che il film ha intenzione di esplorare, ossia il rapporto fra la sessualità così come intesa dalla working class irlandese negli anni ’80 e la morale cattolica, al tempo vero e proprio fondamento sociale, soprattutto nei ghetti e nelle estates dell’Irlanda del Nord. Hush a Bye Baby ha riscosso un grandissimo successo e varie pieces teatrali sono state tratte dal film e messe in scena nei teatri di mezzo mondo. La protagonista Emer McCourt (Goretti) in seguito alla sua interpretazione ha ricevuto numerosi awards internazionali.

Hush a Bye Baby concede il debutto cinematografico di una giovanissima Sinèad O’Connor, famosa cantante irlandese, che ha, tra l’altro, anche composto la colonna sonora del film.

 

Altre risorse interessanti

Mickybo & me è un film del 2004, ambientato nell’Irlanda del Nord degli anni ’70. In una violenta ma affascinante Belfast, divisa dall’odio settario, la pellicola è l’ultima fatica del regista Terry Loane che racconta la storia di due ragazzini legati da un’amicizia capace di travalicare i muri e le barriere religiose.

Mickybo & me, autentico “lad” di strada, cattolico, gambe esili e ginocchia sbucciate, e John Jo, elegante figlio della middle-class protestante, hanno un sogno in comune: lasciarsi alle spalle le esplosioni a cui assistono quotidianamente ed intraprendere una vera e propria fuga verso l’Australia.

Cresciuti nel mito western di Butch Cassidy e Sundance Kid, i due piccoli protagonisti, si troveranno lungo il cammino a compiere piccoli crimini, in situazioni sempre al limite fra la realtà e la fantasia, fra sparatorie in pellicola e bozzoli raccolti realmente per le strade della capitale nordirlandese. Loane, già realizzatore di Billy Elliot, ci mostra le ferocia dei troubles e le condizioni di vita nei ghetti delle sei contee attraverso gli sguardi divertiti, ma decisamente tristi, di due bambini, la cui smania di evasione dovrà necessariamente fare i conti con un contesto sociale decisamente più surreale delle loro avventurose fantasie.

 

Il film Mickybo & me

E poi, chi è che non ha mai avuto degli eroi?

Il Trailer

Cast

John Joe McNeill: Mickybo; Niall Wright: Jonjo; Julie Walters: madre di Mickybo; Ciarán Hinds: padre di Jonjo; Adrian Dunbar: padre di Mickybo; Gina McKee: madre di Jonjo; Susan Lynch: Torch Woman; Laine Megaw: zia Rita; Michael McElhatton: meccanico; Brendan Caskey: Gank; Charlie Clarke: Fartface; Hannah Carnegie: Niamh; Patricia Carson: Annie; J.J. Murphy: anziano marito; Bronágh Taggart: cameriera di Fusco.

 

Narni, si propone come il luogo reale delle ‘Cronache di Narnia’, il film tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore nord-irlandese Clive Staples Lewis. Gli amministratori locali, di questo piccolo paese in provincia di Terni arroccato su una collina al confine tra Umbria e Lazio, sostengono che la pellicola proponga riferimenti al centro narnese.

Anna Laura Bobbi, assessore comunale alla cultura, spiega che “Narnia era il nome della città all’epoca dei Romani. Nel film ci sono poi riferimenti a un ponte per il quale viene spontaneo pensare al ponte d’Augusto, una struttura di epoca romana i resti del quale si trovano alle porte del paese lungo le sponde del fiume Nera, e alla sedia del papa, ipotizziamo possa trattarsi di un grande blocco di pietra collocato lungo la Flaminia.

A Narni si trovano, inoltre, l’eremo di San Iago o il monastero di San Cassiano, luoghi dove forti sono le suggestioni”.

Lewis conosceva Narni

Lo scrittore irlandese Lewis, vissuto alla metà degli anni Cinquanta, sapeva, secondo voce esperta, dell’esistenza di Narni e del suo nome in epoca romana. “Uno dei biografi dello scrittore inglese sostiene che questi – spiega ancora l’assessore Bobbi – aveva una cartina topografica dell’Italia con evidenziate le vie consolari che portano a Roma (e Narni si trova proprio lungo la Flaminia). Da questa avrebbe tratto il nome Narnia dove ha poi ambientato le sue cronache fantastiche”.

Si registra un forte entusiasmo a Narni e dice ancora Anna Laura Bobbi, “Narni è il centro della fantasia”.

A Londra la prima mondiale

Magico spettacolo al Royal Albert Hall di Londra il film natalizio della Walt Disney, che è stato applaudito da una folla di personaggi del cinema e della musica. Un’ambientazione suggestiva al di fuori del celebre teatro londinese, dove è stato ricreato per l’occasione l’inverno centenario di Narnia, un paese immaginario frutto della fantasia dello scrittore Nord irlandese Clive Lewis.

Anche il salone a Kensington Gardens, che ha ospitato il party dopo la proiezione del film, è stato decorato secondo i temi dell’immaginario paese, tra enormi alberi ghiacciati e sfavillanti sculture di ghiaccio. L’eterna lotta tra il bene e il male, il valore della famiglia, il coraggio e la speranza nei momenti più difficili, in un mondo magico dove uomini e natura ritrovano l’armonia perduta: questi i temi del primo episodio tratto dalla celebre saga letteraria composta da Lewis.

‘Il Leone, la Strega e l’Armadio’, pubblicato nel 1950, è il primo libro della serie ‘The Chronicles of Narnia’, che ha venduto circa 100 milioni di copie in tutto il mondo, tradotte in 29 lingue negli ultimi 50 anni, seconda solo per numero di libri venduti a Harry Potter.

Anche la produzione cinematografica ha avuto dei costi sostenuti, 150 milioni di dollari e quasi tre anni di lavorazione per raccontare una favola ricca di incantesimi, magie e creature fantastiche: minotauri, centauri, fauni…

Quattro bambini cercano di sfuggire ai bombardamenti di Londra e si rifugiano in una casa di campagna. Qui, in una vecchia soffitta, scoprono un armadio magico tramite cui è possibile accedere ad un magico regno, il regno di Narnia!

 

Altre risorse interessanti