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L’isola che scompare (Nutrimenti) di Fabrizio Pasanisi è un itinerario geografico e letterario, una vera guida, in una delle terre più affascinanti d’Europa: l’Irlanda.

Luoghi, parole, emozioni, sulle tracce dei grandi scrittori e fino ai nostri giorni, in un itinerario che, partendo dal Sud, da Cork, risale fino a Galway e Sligo, toccando le Cliffs of Moher, le isole Aran, il Connemara, per concludersi infine a Dublino, l’anima del paese.

Tra panorami mozzafiato e improvvisi mutamenti atmosferici, una guida alla scoperta dei luoghi che hanno segnato la cultura d’Irlanda, sulle tracce degli immortali, da Joyce a Yeats, da Beckett a Wilde, ma anche dei tanti minori che hanno dato impulso al Rinascimento celtico. Una lettura appassionante e un prezioso compagno di viaggio, ricco di spunti e curiosità.

 

L’isola che scompare di Fabrizio Pasanisi

Genere: critica letteraria e teatrale
Listino: €18,00
Editore: Nutrimenti
Collana: Tusitala
Data uscita: 12/11/2014
Pagine: 224
Formato: brossura
Lingua: Italiano
EAN: 9788865943564

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Altre risorse interessanti

Vi proponiamo il testo dell’intervista di Gianni Sartori a Ronan Bennett (1994), autore de “La seconda prigione”, pubblicato in Italia da Gamberetti editrice.

La denuncia del caso di Gerry Conlon e dei «quattro di Guildford» di Ronan Bennett che in carcere conobbe, prima dello sciopero della fame del 1981, uno dei protagonisti dell’Hunger Strike, Patsy O’Hara (INLA).

Ronan BennettRonan Bennett (Belfast, 14 gennaio 1956) è uno scrittore e ex militante dell’IRA. Nato e cresciuto a Belfast, dopo aver vissuto una sofferta esperienza di militanza politica (accusato di appartenenza all’Official IRA) ed essersi laureato in Storia presso il King’s College, di Londra, ha intrapreso una carriera di scrittore che non si è mai allontanata dall’impegno civile e dall’esigenza di testimoniare la difficile realtà sociale e politica del suo o di altri Paesi. Ronan Bennett scrive regolarmente per The Guardian e The Observer.

 

LA VERA SFIDA

“Uscire dal carcere non è che l’inizio. Evadere dal proprio passato, questa è la vera sfida”
Ronan Bennett, irlandese di Belfast, a causa del suo impegno per la causa repubblicana, ha conosciuto due volte l’esperienza del carcere: a Long-Kesh e a Brixton, negli anni Settanta. Una prima volta venne arrestato con l’accusa, poi risultata infondata, di aver ucciso un poliziotto. Venne condannato all’ergastolo in base alla testimonianza di una persona che in un secondo tempo (al processo d’appello) riconobbe di essersi confusa. Un classico esempio di errore di identificazione usato strumentalmente per imprigionare i militanti repubblicani. In seguito, trasferitosi in Gran Bretagna, venne nuovamente arrestato per cospirazione e subì un lungo periodo di carcerazione preventiva. Anche in questo caso le accuse risultarono una montatura e il suo processo acquistò una certa notorietà sulla stampa come “il processo a persone non identificate che, in luoghi non identificati, progettavano attentati contro altre persone non identificate”.

 

Qualche tua considerazione sulle recenti dichiarazioni del governo inglese che, finalmente, ha detto di essere disposto a dialogare con il Sinn Féin. Cosa ne pensi?
Le dichiarazioni rese da Major verso la metà di ottobre sono la conferma che senza il Sinn Féin non è possibile trovare una soluzione al problema dell’Irlanda del Nord. Negli ultimi anni il Governo inglese aveva sempre cercato una soluzione che escludesse il partito.

Puoi riassumere quali sono state le diverse strategie adottate dalla Gran Bretagna?
Per la prima parte di questo conflitto (Ronan si riferisce agli ultimi venticinque anni, ndr) la Gran Bretagna ha adottato una politica di sistematica repressione: processi senza giuria, internamento, uso dei proiettili di plastica anche contro manifestazioni pacifiche, la strategia adottata dai Servizi britannici di “sparare per uccidere”, ecc. Nella seconda fase del conflitto, accanto a questi metodi, hanno adottato anche una strategia diversa, di “soluzione politica”, ma sempre con l’esclusione del partito repubblicano. I vari segretari di stato per l’Irlanda del Nord hanno imbastito tavole rotonde con i partiti irlandesi, tavole rotonde a cui però il Sinn Féin non poteva partecipare. Questi colloqui venivano sempre salutati con ottimismo dalla propaganda. Ogni volta i media davano l’impressione che ormai la soluzione definitiva era a portata di mano.

Questa era anche la tua impressione?
Personalmente ogni volta ero del parere che tutto si sarebbe concluso con un niente di fatto. Cosa che poi accadeva regolarmente.

I conati di vomito di Major
Quando e perché le cose hanno cominciato a cambiare?
Le cose sono rimaste sostanzialmente inalterate fino a poco tempo fa. Ancora l’anno scorso Major sosteneva che non avrebbe mai parlato con esponenti del Sinn Fein; anzi dichiarò che “solo l’idea di parlare con Gerry Adams mi fa venire il voltastomaco”. Ad uso e consumo del suo elettorato, evidentemente. Quello che al popolo inglese non veniva detto era che già in quel momento tra il Governo britannico e il Sinn Féin si svolgevano colloqui segreti. Proprio mentre Major rilasciava queste interessanti dichiarazioni sul suo stomaco, Gerry Adams rendeva pubblici i documenti che provavano l’esistenza dei colloqui. In un primo momento, superato l’iniziale imbarazzo, il Governo inglese cercò di negare l’evidenza. Poi ammise che c’erano stati dei “contatti”.

Come giustificarono la cosa?
Uno dei motivi addotti per giustificare questi “contatti” era che ormai l’IRA sarebbe stata sul punto di arrendersi, di consegnare le armi. A questo punto l’IRA sfidò pubblicamente, ma invano, il Governo inglese a fornire le prove, i documenti di quanto andava sostenendo. In compenso furono i Repubblicani a contrattaccare dichiarando che i rappresentanti del Governo avevano riconosciuto in sede di colloqui che l’unità dell’Isola era ormai un fatto inevitabile e che bisognava convincere gli unionisti.
Naturalmente il Governo negò e il Sinn Féin rese pubblici altri documenti inoppugnabili a sostegno di quanto aveva dichiarato. Per questo ancora in marzo Martin Mc Guinness ha potuto dichiarare alla stampa che in quel momento la politica del Governo inglese era di considerare l’Irlanda come unica.

L’IRA non si è arresa

Quanto stai dicendo mi sembra smentisca l’ipotesi che la scelta della tregua in fondo è stato un atto di debolezza dell’IRA, il riconoscimento di una mezza sconfitta…
In effetti si è cercato anche di dare questa interpretazione. Io penso invece che le cose siano andate esattamente nel modo opposto, che la Gran Bretagna abbia capito di non poter sostenere ulteriormente l’occupazione militare delle sei contee, di non poter sconfiggere l’IRA. Per tutti questi anni il Governo inglese e i comandanti dell’esercito hanno dichiarato ripetutamente di essere sul punto di stroncare l’IRA, che ogni azione dell’esercito repubblicano era “l’ultimo colpo di coda” (più o meno quanto si dice dei baschi dell’ETA, ndr). Ma da documenti riservati giunti in nostro possesso, risulta che anche allora l’IRA era considerata praticamente invincibile sul piano militare. Questa è una delle ragioni per cui il Governo inglese ha dovuto riconoscere che la sua posizione era ormai insostenibile.

Naturalmente non è l’unica…
Un’altra ragione determinante sta nell’evidenza dell’appoggio popolare di cui godono i Repubblicani. All’inizio quelli dell’IRA e del partito venivano descritti dalla propaganda come assassini sanguinari, mezzi psicopatici, gente che uccide per una sorta di odio ancestrale. In seguito vennero dipinti come una gang di delinquenti comuni. Certo che come banda criminale devono aver avuto poco successo dato che nessuno dei leader repubblicani ha mai sfoggiato ricchezza e benessere; anzi molti di loro vivono in condizioni di indigenza… In entrambe le versioni i Repubblicani erano presentati come una minoranza che poteva sopravvivere solo terrorizzando la propria comunità.
In ogni conflitto la propaganda detiene naturalmente un ruolo importante. Ma è molto pericoloso finire con il credere alla propria propaganda, come hanno fatto gli Inglesi.

 

Centomila persone al funerale di Bobby Sands

Che cosa li ha costretti a ricredersi?
Molte cose. Per esempio il fatto che Sands venisse eletto al Parlamento e che un cittadino cattolico su cinque dell’Irlanda del Nord abbia partecipato ai suoi funerali. In seguito la doppia elezione di Gerry Adams e le dozzine e dozzine di consiglieri comunali eletti nelle liste del partito. Ci volle un po’ di tempo ma alla fine il governo britannico fu costretto a convincersi che i Repubblicani godevano di un notevole appoggio; che non era possibile trattare senza tener conto di questa fetta dell’elettorato. Questo riconoscimento è alla base del cambiamento di rotta del Governo inglese.

Immagino che anche la questione economica abbia avuto un certo peso…
Certamente. Quando ci sono di mezzo i soldi anche gli Inglesi cambiano politica. Mantenere l’apparato di sicurezza ormai costa cifre altissime. Inoltre ricordiamoci che nel Nord il Governo ha foraggiato con miliardi di sterline una economia fallimentare, un vero e proprio “pozzo di San Patrizio”…
Naturalmente questo è avvenuto per ragioni politiche, non certo perché Londra avesse a cuore i bisogni della gente. Il Governo cercava così di comprare la lealtà della popolazione, in particolare degli unionisti. Anche per questo nel nordirlanda il thatcherismo non ha mai attecchito. I finanziamenti dovevano anche garantire una certa moderazione in politica. Si può tranquillamente affermare che per un quarto di secolo la gente si è presa i soldi restituendo in cambio poca lealtà e non votando più di tanto i partiti moderati. Venticinque anni di questa politica si sono rivelati fallimentari. Sarà poi compito degli storici stabilire con precisione quando e come il Governo britannico ha deciso di cambiare politica; resta il fatto incontestabile che ha cambiato atteggiamento sul ruolo del partito repubblicano.

Quanto ha influito sulle trattative la decisione dell’IRA di estendere il conflitto alla Gran Bretagna, attaccando in modo molto pesante (tra gli altri obiettivi) anche la City?
Sicuramente la campagna militare in Gran Bretagna è stata molto efficace, in particolare le due bombe alla City. Ricordo che, dopo la seconda bomba, alla televisione c’erano state dichiarazioni molto allarmate di finanzieri tedeschi e giapponesi che prendevano seriamente in considerazione l’ipotesi di trasferire altrove le loro banche. Evidentemente il Governo inglese ha preferito non correre questo rischio.

Allora è tutto risolto; d’ora in poi la strada è in discesa…
In realtà ci sono ancora delle resistenze da parte inglese. Bisogna dire che, nonostante i passi avanti, il Governo britannico ha dato prova di poca fantasia e elasticità nel rispondere al “cessate il fuoco” dell’IRA. Evidentemente è stato colto alla sprovvista e non sapeva cosa rispondere.
La prima cosa che ha fatto è stata quella di infilarsi in un vicolo cieco, mettendosi a discutere se l’IRA avesse o meno usato la parola “permanente” (in riferimento alla tregua ovviamente, ndr). Major ha ripetutamente dichiarato che non ci sarebbero stati colloqui con Adams se non avesse esplicitamente pronunciato la parola “permanente” e finché l’IRA non avesse consegnato le armi. In un secondo tempo si sarebbero accontentati almeno dell’esplosivo. Questa era ancora la posizione ufficiale dopo la prima metà di ottobre (il “cessate il fuoco” dell’IRA risale al 31 agosto, ndr). L’IRA, come è noto, non ha consegnato un bel niente e alla fine Major ha ugualmente riconosciuto che era tempo di iniziare i colloqui anche con i repubblicani.
A tuo avviso, in questo tergiversare, c’è stata solo incapacità politica o anche malafede?
Io penso che da parte del Governo inglese ci sia stata anche una certa dose di disonestà rispetto al processo di pace. Ora evidentemente sta cercando di recuperare terreno, di mascherare l’imbarazzo per non aver saputo trovare subito una soluzione adeguata. Quindi, se ti capiterà di leggere le dichiarazioni di qualche ministro sulla presunta vittoria del Governo inglese, sai cosa pensare in proposito.

 

Il tradimento dei chierici

Questa evidentemente è la posizione del Sinn Féin. E la tua opinione come scrittore? Cosa pensi dell’atteggiamento tenuto dagli intellettuali irlandesi rispetto al conflitto?
Ho parlato come scrittore, non solo come membro del partito; come scrittore la cui vita è stata fortemente segnata da quello che accadeva in Irlanda del Nord. I miei libri, articoli, le mie sceneggiature sono stati fortemente influenzati dal conflitto e dal carcere. Non credo che il conflitto sia stato ben compreso dalla maggioranza degli intellettuali nordirlandesi. C’è naturalmente qualche eccezione ma la stragrande maggioranza ha cercato di evitare ogni coinvolgimento politico. Nel mio caso, invece, l’impegno politico (e le sue conseguenze: il carcere soprattutto) è stato determinante, cruciale. Adesso questo atteggiamento, che finora era stato fatto proprio solo da una minoranza intellettuale, viene riscoperto e rivalutato proprio grazie al processo di pace. Soprattutto da coloro che hanno avuto esperienze analoghe. È come se questi primi mesi del processo di pace abbiano dato coraggio alla comunità, e cominciare a credere che vi siano possibilità concrete di una pace giusta ha ridato fiducia anche a molti artisti.

Molti scrittori nordirlandesi sono di origine cattolica e provengono dai quartieri proletari di Belfast o Derry. Cosa è cambiato nel loro modo di scrivere?
Finora, per la maggior parte degli scrittori irlandesi di origine operaia, valeva l’esigenza di doversi in qualche modo “imporre”, anche all’interno della propria comunità. Ora mi sembra che questa idea stia scomparendo. Insieme all’idea che, per poter essere pubblicati, bisogna mettere in luce gli aspetti peggiori della vita (la violenza, il degrado…). Naturalmente questo non significa passare ad una visione idilliaca della situazione. Molti lavori scritti in questi ultimi tempi sono carichi di tensione, come a mio avviso dovrebbe essere tutta la buona letteratura.

 

Dalla parte degli oppressi

E della tua produzione letteraria cosa puoi dirci? Come viene accolta dalla critica?
Soprattutto dopo l’esperienza del carcere, nei miei lavori non mi pongo dal punto di vista delle persone di successo, dei “rampanti”, “borghesi”, ma da quello della gente semplice, sfruttata e oppressa (come gli abitanti di West Belfast), gente con problemi quotidiani, piena di dubbi… Un critico sostiene che io scrivo della vita “a un livello basso”; l’ho preso come un complimento. Inoltre, nei miei libri, cerco di privilegiare gli aspetti collettivi, solidali (delle lotte ma anche della vita quotidiana) rispetto all’individualismo. Sicuramente questo è dovuto alla mia esperienza nel campo di Long-Kesh. Ricordo bene quando vi giunsi, vent’anni fa, dopo il mio primo arresto. Un prigioniero al suo primo arresto è una delle persone più vulnerabili che esistano sulla terra: improvvisamente gli è stato tolto l’intero controllo sulla propria vita. Quella prima volta per me è stata molto dolorosa… E i primi giorni di isolamento hanno aggiunto paura alla paura. Le cose però sono cambiate quando sono stato trasferito con gli altri compagni prigionieri. Questi erano già riusciti a raggiungere un livello tale di autorganizzazione da aver praticamente escluso l’autorità carceraria dalle celle. Restando uniti, solidarizzando tra loro, difendendosi insieme dalle aggressioni delle guardie, i prigionieri politici erano riusciti a ricreare un ambiente più favorevole anche dentro il campo di prigionia. Era la messa in pratica del vero concetto di solidarietà: io difendo te, tu difendi me. E dentro Long-Kesh la solidarietà tra i prigionieri era tutto fuorché un vuoto slogan. Eravamo in costante protesta e rivolta contro le autorità carcerarie e questo ci permise di sopravvivere conservando la nostra identità.

 

La rivolta di Long-Kesh

Tu hai anche preso parte a una delle maggiori rivolte carcerarie degli anni Settanta, conclusasi con la quasi distruzione del campo di Long-Kesh…
Fu una delle esperienze più drammatiche ma anche più importanti. Un secondino era entrato in una cella e aveva cominciato a pestare un prigioniero. Come reazione a quel pestaggio l’intero campo venne bruciato, nel corso di una rivolta.
Naturalmente la reazione fu molto dura, feroce: venimmo attaccati con i lacrimogeni e con proiettili di plastica, ci aizzarono contro i cani… Dopo l’incendio del carcere (nell’ottobre del ’74) rimanemmo per settimane in celle scoperte (senza il tetto ma con il filo spinato, ndr), con la neve, praticamente senza cibo e senza coperte… Però posso affermare con sicurezza che nessuno di noi pensò mai di aver fatto la cosa sbagliata. Se non avessimo reagito a quel pestaggio poi ne sarebbero venuti altri; sarebbe potuto capitare a chiunque. Questa è l’etica della solidarietà collettiva che ho ricavato dalla mia esperienza e che cerco di riprodurre nei miei libri.

Qualche critico l’ha definita una visione del mondo e dei rapporti sociali “fascista”…
E la cosa mi ha fatto incazzare parecchio. Si può dire che scrivo male ma non accetto di essere definito “fascista”. Credo che con questa definizione si sia volontariamente frainteso quello che scrivo, considerandolo una minaccia per l’individuo. È esattamente il contrario: cerco di esprimere la ricerca di una situazione in cui ciascuno possa vivere meglio. Questo naturalmente a volte comporta dei sacrifici. Tornando al carcere, il sacrificio maggiore è stato sicuramente quello pagato dai dieci militanti dell’IRA e dell’INLA dell’81, morti in sciopero della fame per conservare l’autonomia che i prigionieri repubblicani avevano conquistato con le loro lotte. Credo che solo pensare di definire “fascista” questo modo di difendersi dall’oppressione (caratteristico del proletariato irlandese) sia aberrante.

Patsy O’Hara

Tra l’altro tu hai avuto modo di conoscere bene uno dei dieci Hunger Striker, Patsy O’Hara dell’INLA di Derry, con cui hai condiviso per un anno la cella…

Ho conosciuto Patsy quando è entrato per la prima volta a Long-Kesh, nel ’75. Era stato arrestato assieme ad un altro compagno (mi pare si chiamasse Brian…) per dei proiettili rinvenuti nella loro auto. Quando uno arrivava in carcere, per prima cosa gli si chiedeva che cosa avesse detto alla polizia. Non avevano dato altro che il loro nome. Questo, dati i metodi usati abitualmente dalle forze di repressione (percosse, tortura…), era abbastanza raro e venne considerato un segno di forza, di determinazione. Questa impressione venne poi confermata dal comportamento tenuto in carcere da Patsy e dall’altro compagno. Patsy in particolare era un leader nato, anche se non in modo ostentato; era sempre molto calmo, non alzava mai la voce…

La cella N.14

Nonostante fosse molto giovane, si capiva che era molto preparato politicamente. Siamo stati nella stessa cella, la N.14, per circa un anno e abbiamo parlato a lungo di come ognuno di noi fosse arrivato alle sue convinzioni politiche. Sostanzialmente avevamo gli stessi punti di riferimento: “Bloody Sunday” (la “Domenica di sangue”; Derry, 30 gennaio 1972), l’internamento, l’incendio di Long-Kesh… Io sono uscito di prigione prima. In seguito Patsy e Brian vennero assolti (sembra che le pallottole fossero state messe nell’auto a loro insaputa, ndr).
Poi Patsy è stato arrestato di nuovo e non ci siamo più rivisti. Quando ho saputo che aveva iniziato lo sciopero della fame, ho subito pensato che sarebbe andato fino in fondo.

Un’ultima considerazione sul rapporto tra la tua esperienza del carcere e i libri che scrivi…
Mi rendo conto che dalle mie parole questa esperienza del carcere può apparire quanto mai tetra… In realtà con i compagni prigionieri c’erano anche momenti di estrema gioia… Contemporaneamente c’erano anche esperienze negative: rivalità personali e politiche, esasperate dalla detenzione… Nei miei libri cerco di ricreare tutto questo, esprimere sia l’impegno che il divertimento. Altrimenti sarebbe solo propaganda.

 

L’incognita loyalista

Quali sono le tue previsioni a lungo termine? Potrà durare stabilmente questo stato di non-belligeranza? Cosa faranno i loyalisti?
A mio avviso il Governo inglese dovrà riconoscere che la sua presenza in Irlanda del Nord è stata un disastro e che il Popolo Irlandese deve poter decidere del suo futuro. Inoltre i protestanti, che sono parte integrante del Popolo Irlandese, dovranno scegliere se intendono restare legati alla Gran Bretagna o piuttosto vivere in una Irlanda unita, portando la loro esperienza, la loro cultura e conservando la propria identità. La prima ipotesi sarebbe un disastro anche per loro. In tutto sono un milione di persone che vivono confinati in un angolino dell’isola. Penso che lo capiscano anche loro e che sceglieranno l’altra possibilità. Personalmente sono molto ottimista sull’eventualità che cattolici e protestanti riescano a trovare un terreno comune. Non dimentichiamo che attualmente la leadership politica protestante è molto screditata. In particolare gode di scarsa considerazione da parte della sua maggiore base elettorale, la classe operaia protestante. I proletari di Shankill Road e delle altre aree unioniste chiamano i dirigenti politici unionisti “la brigata pellicce e gioielli”, dato che si sono serviti della politica per arricchirsi. Lentamente si sta formando una classe politica alternativa che sembra possedere una buona dose di coscienza di classe. Credo che troverà una risposta adeguata nella classe operaia cattolica. Le condizioni materiali di vita sono analoghe: disoccupazione, case fatiscenti… Credo che finiranno per unirsi nella ricerca di soluzioni comuni.

 

Divide et impera

Tra l’altro mi sembra che anche in passato ci siano state lotte comuni: scioperi, occupazioni…
In passato ci sono stati molti episodi di questo genere, sia agli inizi del secolo che negli anni Trenta e Quaranta. Ma ogni volta gli Orangisti (la classe dirigente protestante, ndr) sono riusciti a sabotare queste alleanze. Enfatizzando le differenze tra cattolici e protestanti, discriminando, facendo sì che i proletari protestanti considerassero l’Ulster “roba loro” da difendere dagli attacchi dei “papisti”, gli Orangisti hanno mantenuto saldamente il potere. Ma ormai è tempo che anche la classe operaia protestante si chieda che cosa ha ottenuto in questi ultimi settant’anni di collaborazione con la propria borghesia. Hanno ottenuto case decrepite, invivibili, prima dei cattolici; hanno ottenuto lavori malpagati, prima dei cattolici. Direi che la classe operaia protestante ha fatto un pessimo affare. Dimenticavo: gli è anche stato concesso una volta all’anno, il 12 luglio, di sfilare per le strade di Belfast urlando quanto sono superiori ai cattolici, ma, francamente, non mi sembra molto.

Da questo punto di vista come giudichi il “cessate il fuoco” delle organizzazioni paramilitari protestanti (UDA, UVF…)? In un primo tempo sembrava che fossero disposti a scatenare la guerra civile, pur di non mettere in discussione lo Stato delle sei contee…
Lo spettro del “bagno di sangue” è stato più volte evocato dal Governo inglese come alibi per non fare nulla. Anche gran parte dell’opinione pubblica pensava che i protestanti sarebbero letteralmente impazziti e avrebbero scatenato la guerra civile. Ma c’è una grossa differenza tra ammazzare persone inermi nella loro casa o per strada (in genere le squadre della morte loyaliste scelgono i loro obiettivi tra la popolazione cattolica indiscriminatamente, indipendentemente dall’impegno o dalle simpatie politiche delle vittime, ndr) e entrare nella prospettiva di sconfiggere militarmente esercito e polizia nel corso di una guerra civile.

I gruppi paramilitari protestanti non hanno mai dato prova di esser in grado di ingaggiare una guerra vera e propria. Per questo non sono sufficientemente attrezzati, neanche a livello psicologico. Dovrebbero chiedere alla comunità protestante di sostenerli anche contro la Corona: una situazione insostenibile per gran parte degli unionisti, al limite della schizofrenia. Bisogna poi tener conto delle infinite prove di collusione dei gruppi paramilitari unionisti con la polizia. Si è sempre sospettato che queste bande fossero creature dei servizi segreti, usati come arma di terrorismo di stato. Ora il Governo inglese vuole la pace e non bisogna sorprendersi che anche gli unionisti si adeguino.

Intervista a cura di Gianni Sartori (1994)

 

Hunger strikers

I partecipanti all’Hunger Strike: Bobby Sands, Francis Hughes, che morì dopo 59 giorni di digiuno; Patsy O’Hara, 61 giorni; Raymond McCreesh, 61 giorni; Joe McDonnell, 61 giorni; Martin Hurson, 46 gorni; Kevin Lynch, 71 giorni; Kieran Doherty, dopo 73 giorni; Tom McElwee, 62 giorni e Mickey Devine, 60 giorni.

Vagabondo in Irlanda. Il poeta e premio Nobel William Butler Yeats, nelle sue Autobiografie, racconta come un suo consiglio salvò il genio del giovane John Millington Synge (Rathfarnham, Dublino 1871 – Dublino 1909) dall’estinzione, portandolo a diventare uno dei più grandi autori del teatro irlandese. Era il 1896 e Synge era a Parigi, dove frequentava i corsi della Sorbona su lingue celtiche e critica letteraria.

Aveva deciso, infatti, di dedicarsi a tempo pieno allo studio della letteratura, dopo aver tentato, con risultati a quanto pare poco soddisfacenti, la carriera di musicista in Germania (in precedenza aveva vinto varie borse di studio alla Royal Irish Academy of Music). Proveniva da un’antichissima famiglia irlandese, cosa di cui andava molto orgoglioso, ma all’epoca viveva in ristrettezze. “Io ero poverissimo,” scrive Yeats “ma lui molto più povero[…]. Aveva appena il minimo indispensabile per non fare la fame, e qualche volta la faceva. Era andato in giro per l’Europa, viaggiando in terza classe o a piedi, suonando il violino per i poveri, in strada o nelle loro stamberghe”.

Fatto sta che qualcuno disse a Yeats che all’ultimo piano del suo albergo alloggiava un altro irlandese e i due si conobbero. Yeats aveva trentun anni e Synge ventiquattro. Quest’ultimo era in viaggio da sei mesi con sole cinquanta sterline. Era stato a suonare il violino per i contadini della Foresta Nera ed era passato anche per l’Italia (Synge tradurrà poi dodici sonetti di Petrarca in gaelico). La sua “opera” all’epoca consisteva solo in qualche poesia che Yeats stesso definì “morbosa e malinconica”. Nulla lasciava intravedere la maturità delle opere successive. Eppure Yeats diede a Synge un consiglio dei cui risultati, a posteriori, il poeta stesso si stupì.

“Lo esortai ad andare nelle isole Aran,” scrive Yeats “a scoprire una vita che mai era stata espressa in forma letteraria, anziché una vita di cui era stato espresso tutto”. Era un consiglio che probabilmente avrebbe dato a ogni giovane scrittore irlandese, perché lui stesso aveva appena visitato le isole di Inishmaan e Insishmoore e in quei giorni ne parlava con tutti in continuazione.

John Synge: diari di viaggio, vita, opere

Tra le altre cose, a Inishmaan, Yeats aveva conosciuto l’uomo più anziano dell’isola. Questi si era presentato così: “Se uno di lor signori ha commesso un delitto, noi lo nasconderemo. C’era un signore che aveva ucciso suo padre, e io lo tenni in casa mia sei mesi, finché non scappò in America”3. Questa frase, riferita da Yeats a Synge, fu, come vedremo, la scintilla che fece nascere il capolavoro del drammaturgo irlandese, The Playboy of The Western World (in italiano tradotto da Gigi Lunari col titolo Quel ragazzaccio venuto da lontano), la commedia che scatenò disordini e risse il giorno della sua prima all’Abbey Theatre.

Passò un anno, era il maggio del 1897, e Synge partì per le Aran (facendo ritorno a Parigi ogni inverno, fino al 1903). Ne nacque un resoconto, il primo diario di viaggio di Synge, dal titolo Aran Islands, scritto nel 1901 e pubblicato nel 1907 (con illustrazioni del fratello di Yeats, Jack).

John, che considerava questa la sua prima vera opera, fece leggere il manoscritto a Lady Augusta Gregory, altra grande autrice di teatro irlandese e, soprattutto, una delle massime studiose di folklore (protagonista con lo stesso Synge, Yeats e George William Russell del Rinascimento Celtico). Lady Gregory, sempre attenta a valorizzare in primis il patrimonio di leggende e fiabe irlandesi, suggerì a Synge di eliminare i nomi dei posti visitati e di aggiungere più racconti popolari. Questo non era l’intento del drammaturgo. A differenza di Yeats e di Lady Gregory, Synge propendeva per un approccio realistico. La leggenda e la tradizione dovevano mischiarsi con la realtà del suo tempo. O, per dirla meglio: realtà e tradizione dovevano parlare l’una attraverso l’altra.

“Nessun dramma” scrisse Synge “può nascere da nient’altro che le fondamenta della vita reale; che non sono mai fantastiche, né moderne, né inattuali”. E sarà proprio questa differenza a segnare la modernità delle opere drammaturgiche di Synge rispetto a quelle degli altri autori del nuovo teatro irlandese.

Quello che è più importante sottolineare, adesso, è come furono proprio questi primi diari a fare da fondamenta e sorgente per le opere destinate al palcoscenico. I viaggi nelle Aran, come i successivi nel Wicklow e nel West Kerry (quelli contenuti in questo volume) e nel Connemara, furono un vero e proprio serbatoio per la descrizione di una realtà vista in modo quasi antropologico. Intendendo il termine “antropologico” da un punto di vista moderno.

Synge si immerse nel mondo da lui descritto; se ne fece partecipe

È lui il protagonista dei suoi racconti, rimettendosi al nostro giudizio, come ogni buon antropologo moderno farebbe. Ciò che c’è di prezioso nel suo sguardo è la partecipazione a trecentosessanta gradi a tutto ciò che è vita. Da musicista si interessa alle canzoni e alle danze e registra le sue osservazioni (studiava il violino, o meglio la fidula, strumento tipico della cultura popolare irlandese). Ci racconta di quando incontra un altro musicista in un’osteria e si mettono a parlare di come si acquista un violino e del perché bisogna provarlo all’aria aperta. Da appassionato di ornitologia ci descrive tutte le varie razze di uccelli da lui osservate sull’isola del Grande Blasket (famosa per la fauna). Riaffiora in lui, dunque, la curiosità che aveva da bambino per la natura, quando, in compagnia di Florence Floss, annotava fiori e animali su una piccola agenda, a Rathfarnham, zona rurale nei dintorni di Dublino, oppure a Glanmore Castle, nella contea di Wicklow..

E non è un caso che sia stata proprio la natura l’argomento dei suoi primi tentativi letterari.

C’è in Synge, anche nelle sue opere teatrali, un rapporto con il mondo fisico molto profondo. Nei suoi testi la natura è una vera e propria protagonista. Non è un paesaggio sullo sfondo, dialoga con altri “characters”, ne influenza le scelte. In tutto questo influisce la passione precoce dell’autore per l’opera di Darwin che, letta a quattordici anni, lo fece orientare verso una sorta di liberalismo agnostico.

Era impossibile per lui essere un vero protestante, così come sarà impossibile poi aderire pienamente a un movimento nazionale irlandese.

L’Opera

C’è da sottolineare, infatti, che l’opera di Synge, come quella degli americani Thoureau o Emerson, nasconde in sé anche una profonda idea libertaria. Non a caso, questa trova espressione nel libro di viaggio. C’è tutto un filone letterario che collega idee libertarie e viaggio e che fa da trait d’union fra autori del passato, come appunto Thoureau o Jack London, e autori del presente, come William Least Heat Moon (il cui bellissimo Praterie, con tutti i suoi elenchi, ricorda molto da vicino questo libro) e Jon Krakauer (quello, per intenderci, di Into the Wild). Il viaggio è sintomo di curiosità e di apertura.

Si tratta di un tipo di letteratura che non è fatta di schemi, non è, in questo senso, letteraria. è una letteratura che attende sorprese. E le registra, con una curiosità capace di vedere vita anche in un filo d’erba. È libertaria perché è al di là del buonismo e del politicamente corretto: nel mondo di Synge rientrano antipatie e simpatie, amore per ciò che di selvaggio c’è nel mondo e gusto della cultura più raffinata. Synge crea il suo personaggio proprio attraverso le cose che gli stanno attorno.

Anche le tragedie e le commedie di Synge, oltre ai diari, rivelano questa fusione. Lo vediamo, per esempio, in quel piccolo capolavoro che è l’atto unico di Riders to the Sea (Cavalcata a mare, nella traduzione italiana di Gigi Lunari). Qui, con toni che richiamano l’antica tragedia greca (su tutti l’Edipo a Colono), è il mare ad essere il grande protagonista. Incombe sulla vicenda delle donne che, chiuse nella loro casa, attendono o apprendono notizie sui destini degli uomini, partiti per mare e poi annegati.

È come se il realismo di Verga si mischiasse con il senso del destino di Bergman. Tutto è pervaso da una ieratica bellezza, mentre ascoltiamo i dialoghi delle protagoniste.

Per quest’opera Synge fu accusato dai contemporanei di non idealizzare i propri personaggi (ed è curioso pensare come una delle accuse che a posteriori gli venne mossa fu proprio di avere fatto il contrario).

Vita

Tornando alla sua vita, il tempo dei viaggi nel Wicklow e nel West Kerry fu, purtroppo per Synge, anche il tempo della malattia (le sofferenze fisiche cominciarono già nel 1897, anno in cui partì per le Aran, e lo accompagnarono fino agli ultimi giorni).

Synge soffriva del morbo di Hodgkin, una forma di cancro all’epoca incurabile, che lo fece morire a soli trentotto anni. Da qui, forse, gli derivava quella sorta di fatalismo che pervade la sua opera e che si riscontra anche nell’osservazione di alcuni paesaggi desolati dell’Irlanda nei suoi articoli. Paesaggi che lasciano un senso di inquietudine e di mistero. Quella che Synge stesso definisce una bellezza ammantata di malinconia.

“Provavo una specie di dolore” scrive descrivendo il West Kerry “nel sentire la solitudine e la desolazione di quello stesso posto che conferiva a quella gente le loro migliori qualità”.

In Synge la spinta vitale è sempre equilibrata da questo senso del tragico. Humour e dramma vanno a braccetto, così come ispirazione lirica e realismo. Ne scaturisce una sorta di accettazione che diventa spinta a godere del mondo. “Non c’è nessuno che possa vivere per sempre,” dice Synge alla fine di Riders to the Sea “e noi dobbiamo saperci accontentare”.

Luci e ombre

Lo stesso Synge era uomo di luci e ombre, silenzioso e duro a volte, semplice e cordiale altre. Così lo immortala Yeats nei versi della poesia In memoria del maggiore Robert Gregory:

“E poi viene John Synge, quell’uomo indagatore
Che, morente, scelse il mondo vivente come testo
E mai avrebbe riposato nella tomba
Se all’imbrunire, dopo lungo viaggio,
non fosse giunto fra gente appartata
nel più desolato e petroso dei luoghi,
all’imbrunire, in mezzo ad una razza
semplice e appassionata come il suo cuore”

È un ritratto molto efficace. Particolarmente centrata è la definizione di Synge come uomo indagatore. Ciò che più stupisce nel leggere dei suoi vagabondaggi è vedere il tipo di intellettuale con cui stiamo avendo a che far e il modo di fare cultura che ci propone.

È lui stesso a dire che vorrebbe “essere nello stesso tempo Shakespeare, Beethoven e Darwin”. Ma è significativo anche quel morente con cui Yeats inserisce Synge in una particolare dimensione terreste, disposta ad accettare tutto.

Yeats definì Synge l’autore più apolitico che avesse mai conosciuto. “Era l’uomo che ci serviva,” scrisse “perché era l’unico, fra tutti quelli che ho conosciuto, incapace di qualsiasi pensiero politico o fine umanitario. Poteva succedere che se ne stesse tutto il giorno per strada in compagnia di un poveraccio senza alcun desiderio di fargli del bene, ma solo perché quel tipo gli piaceva […]. Ha descritto, con un simbolismo esagerato, una realtà che amava proprio perché amava ogni realtà. Lungi dall’essere quel politicante legato agli interessi inglesi che hanno voluto farne i suoi detrattori, era tanto poco un politico che il mondo lo muoveva solo al sorriso e alla compassione”5. Per questo Synge scatenò le ire dei giornali e di molti intellettuali irlandesi. La sua ‘autonomia’ di intellettuale non gli permetteva di essere davvero partecipe di nessun gruppo. Lui stesso si descriveva così a Maud Gonne: “La mia teoria di rinascita dell’Irlanda è differente dalla vostra. Io voglio lavorare in autonomia per la causa dell’Irlanda e non sarò mai capace di farlo se tutto questo si mischia con movimenti rivoluzionari e semi-militari”. Paradossalmente questo rendeva il nostro autore meno nazionalista eppure più vicino alla tradizione.

Fu un preveggente, in un certo senso. La sua opera è arrivata fino a Beckett (che da giovane frequentava l’Abbey Theatre e rimase profondamente colpito dalle piece di Synge, Yeats e Lady Gregory) ed è l’unica che ha conservato freschezza, fra le tante di quell’epoca.

Rinascita celtica

Partecipò alla rinascita celtica, alla lega gaelica e alla fondazione del teatro nazionale ma rimase sempre e profondamente autonomo. Dell’Abbey Theatre divenne condirettore e consulente letterario. Ma il suo atteggiamento era ben diverso da quello degli altri. Quando alcune delle donne del teatro lo convinsero a scrivere un lavoro sulla ribellione del 1898, Synge sparì e tornò due settimane dopo con un canovaccio.

La storia da lui inventata era questa: due donne, una protestante e una cattolica, si rifugiano in una caverna e cominciano a discutere delle rispettive religioni. Parlano a bassa voce perché una teme di essere violentata dai soldati lealisti e l’altra dai ribelli. Ma, alla fine, una delle due si alza ed esce, dicendo che per lei qualsiasi destino è meglio che subire la compagnia dell’altra.

Il dramma non venne mai rappresentato, ovviamente, e Synge, a detta di Yeats, sembrò non capire lo scalpore che avrebbe potuto suscitare.

La cosa, tuttavia, fu solo rimandata.

Nel 1907 Synge presentò all’Abbey Theatre Playboy of the Western World, il suo capolavoro. Al centro di questa commedia irriverente e brillante c’era un uomo che diceva di aver ammazzato il padre e che veniva ospitato in un’osteria da una ragazza che se ne innamorava. Lo spunto era proprio quella frase sentita da Yeats sulle Aran. La commedia mostrava i tratti tipici della gente irlandese, radicata nella terra ma facile alla fantasticheria. La cosa suscitò tumulti nel pubblico cattolico e nazionalista. Yeats era ad Aberdeen e dovette tornare indietro. “Pittoresco, poetico, fantastico, un capolavoro di stile e musicalità,” scrisse Yeats “opera somma del nostro teatro dialettale, il Playboy scatenò le ire del popolino. Dovemmo rappresentarlo sotto la protezione della polizia, l’ultima sera con settanta agenti in sala e cinquecento, secondo un giornale, a mantenere l’ordine nelle strade. Non accade mai che vada in scena davanti a un pubblico irlandese senza che qualcosa venga lanciato addosso agli attori. A New York volarono una torta al ribes e un orologio, ma il proprietario dell’orologio si presentò alla porta di servizio per recuperarlo dopo lo spettacolo. Da tempo, però, il pubblico di Dublino ha accettato il Playboy. Si è reso conto, penso, che ogni personaggio in scena è amabile e simpatico, per un verso o per l’altro”.

Come si capisce da questo passo, il pubblicò, anche se dopo molto tempo, finì per capire che “non idealizzare” gli irlandesi più che un demerito era un merito. Era un accettarsi finalmente per ciò che si era.

Così Synge finì, senza cercarlo a tutti i costi, per essere un simbolo della nuova Irlanda, un autore di riferimento sia per Beckett che per il recente premio Nobel Seamus Heaney. Finì per essere colui che aveva reso quel mondo poetico irlandese un linguaggio universale.

È un autore mai didattico, mai astratto, mai filosofeggiante. Al contrario è vigile, concreto, drammatico. Nei suoi articoli di viaggio non c’è nulla che possa accostarsi alla definizione di “crepuscolo celtico”. Calato in quel mondo, Synge ne rivisse i valori, la storia, la lingua, con un atteggiamento molto simile a quello dell’umanesimo italiano.

Ferma un contadino o un marinaio o un tinker (i famosi ‘zingari’ irlandesi qui spesso documentati) e si mette a parlare. Rievoca grandi episodi storici: la Grande Carestia, le ribellioni, il colera, l’Home Rule. Parla dei manicomi e degli ospizi. Descrive il dolore e la rabbia dei vecchi che vedono i figli partire per l’America. Discute di pesca e di currach (le canoe irlandesi). Parla di morti affogati o scomparsi nella nebbia della torbiera. Si ferma nei pub e ascolta le conversazioni sulla birra irlandese. Soprattutto sente conversazioni in irlandese, registra una lingua che sembra sempre sul punto di morire. Fa parlare la gente e lui ascolta. Oppure si ferma a guardare il paesaggio lasciando che sia questo a parlare attraverso la scrittura.

Ci sono, in queste poche pagine, decine e decine di nomi di uccelli diversi. Ci sono le corse ai cavalli. C’è il movimento della nebbia sulle valli. C’è la marea che si alza. Ci sono le tante strade isolate e quel sensus mortis di alcuni luoghi appartati, abbandonati o deserti.

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Da oltre trent’anni le sei contee nordirlandesi sono tormentate da un conflitto etnico nazionale tra due “segmenti etnici”, cattolici e protestanti, malamente gestito da una delle più antiche democrazie del mondo (il Regno unito), e che né il processo di integrazione europea né l’interferenza a singhiozzo dell’egemone americano (dietro pressioni della lobby irlandese-americana) sono riusciti a ricomporre.

L’attuale congelamento del conflitto è solo apparente, la ripresa della guerra civile è tutt’altro che una remota possibilità. La momentanea pausa di violenza sembra essere più che altro la conseguenza della decisione delle organizzazioni paramilitari repubblicane e lealiste di non compromettere la propria causa nazionale ricorrendo ad atti di terrorismo in un momento in cui questi vengono massicciamente utilizzati da Al-Qaeda. Ma la situazione resta esplosiva.

La ripresa dell’assetto istituzionale di tipo “consociativo-condominiale”, attualmente sospeso, sembra essere, dunque, l’unica speranza.

 

Un conflitto etnico nel cuore dell’Europa di Luca Bellocchio

Drammaturgo, teorico della letteratura, fine critico delle opere di Shakespeare, Yeats, Swift e Joyce, severo censore del postmodernismo, biografo di se stesso.

Terry Eagleton è tutto questo, e altro ancora. In questo libro la sua intelligenza combattiva e tagliente, da sempre ammirata e temuta, si cimenta con il genere della recensione, raggiungendo esiti davvero straordinari. Eagleton non si accontenta infatti di valutare le idee di uno scrittore e le tesi di un libro ma nel suo stile inimitabile, spesso percorso da una vena crudelmente comica, non manca mai di dipingere un brillante affresco teorico e politico che funge da vero e proprio sfondo al suo impegno nell’analisi dei testi di volta in volta “presi di mira”.

Il libro è una raccolta di appassionate recensioni scritte in poco più di un decennio, periodo durante il quale Eagleton ha affrontato a viso aperto personaggi come Stanley Fish, Gayatry Spivak, Slavoj Zizek, Edward Said e persino David Beckam, tutti vittime del suo caustico umorismo, dell’implacabile vena critica e delle sue brillanti doti di detective nel campo della letteratura.

 

Dettagli

Genere: politica internazionale
Editore: Meltemi
Collana: Melusine
Data uscita: 26/10/2006
Pagine: 208
Formato: brossura
Lingua: Italiano
EAN: 9788883535109

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Da decenni in Irlanda del nord vengono perpetrate gravissime violazioni dei diritti umani soprattutto a danno dei civili. Sono ormai palesi le collusioni tra le forze dell’ordine, l’esercito britannico e i gruppi paramilitari lealisti fedeli alla Corona britannica. Figlie di Erin racconta proprio questo.

Ciononostante il problema viene spesso liquidato affrettatamente come una questione di ordine pubblico interna alla Gran Bretagna o peggio come un’anacronistica guerra di religione tra cattolici e protestanti.

Figlie di Erin oltre all’edizione inglese (WOMEN’S STORIES FROM THE NORTH OF IRELAND, Belfast, Beyond the Pale), è disponibile ora anche in lingua spagnola. E’ stato infatti recentemente pubblicato a Barcellona dalla casa editrice Icaria, con il titolo HIJAS DE ERIN.

Figlie di Erin: voci di Donna

Già autrice e curatrice dei più importanti testi in italiano sul conflitto anglo-irlandese, Silvia Calamati, giornalista collaboratrice di RAI NEWS 24, aggiunge in “Figlie di Erin” un altro tassello fondamentale alla conoscenza critica di un conflitto spesso banalizzato, talvolta anche in modo fuorviante, dagli organi di stampa italiani. Il volume raccoglie oltre un decennio di interviste, testimonianze e racconti pieni di sofferenza – ma anche di orgoglio – che le donne nordirlandesi hanno rilasciato negli anni all’autrice, la quale è riuscita a trasformarle in un potente atto d’accusa nei confronti dell’autorità britannica nel nord. In questo senso Calamati conferma ancora una volta grande sensibilità e competenza in materia, e particolarmente felice appare la scelta di dare voce a un universo, quale quello femminile, la cui anima è stata letteralmente lacerata dal conflitto.

Mogli e sorelle, madri e fidanzate, storie di donne comuni in circostanze eccezionali quali quelle di una guerra a bassa intensità combattuta nel cuore dell’Europa tra l’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale e la “criminalizzazione” portata avanti con ogni mezzo dalla propaganda britannica. Per la prima volta a parlare del conflitto, in Figlie di Erin, sono donne impegnate in iniziative politiche ma anche semplici casalinghe trascinate nel dramma loro malgrado, mobilitate dalla perdita di un affetto o dalla privazione della libertà, comunque dall’assurdità di un regime costruito per opprimere e schiacciare una comunità privandola dei diritti umani più fondamentali.

Talvolta alcune di loro sono trasformate da un evento tragico, spinte a impegnarsi dalla ricerca di un conforto nell’effetto terapeutico che la lotta per una causa può talvolta offrire in situazioni disperate. Le “voci” che escono dalle pagine di questo libro sono in realtà grida di dolore, ma anche testimonianze di grande dignità da parte di donne “forti ma anche dolci come le pietre delle isole Aran”, che hanno affrontato tutte le difficoltà con coraggio e a testa alta, sapendo di agire sempre e comunque nel giusto. Anche per questo si tratta di “voci” che pesano come macigni sulla coscienza di chi in tutti questi anni non ha visto o ha fatto finta di non vedere l’immane tragedia del popolo irlandese. Da non perdere.

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Lo scrittore presenta in Italia il suo ultimo libro “Brooklyn” e parla a tutto campo. Dal Trattato di Lisbona all’Ulster, sino all’amore per il Belpaese. Sbocciato a Italia 90. Ha vinto premi letterari di statura mondiale, tra cui il più ricco del globo, l’Impac Dublin Prize, nel 2006. È considerato tra i più grandi scrittori irlandesi contemporanei. E, anzi, Mario Fortunato lo ha definito «forse il miglior scrittore in lingua inglese dei nostri tempi».

Una gloriosa introduzione per Colm Toíbín, in questi giorni in Italia per presentare il suo nuovo romanzo Brooklyn, importato da Bompiani (329 pp., euro 18,50). L’autore 54enne è giunto ieri a Milano nell’ambito de La Milanesiana, rassegna ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi. Il Riformista ha conversato con l’autore, sul suo ultimo romanzo – ben accolto dalla critica anglosassone -, e non solo.

Brooklyn di Colm Toíbín

Non è facile trovare lavoro a Enniscorthy, una cittadina nel sudest dell’lrlanda. I primi anni cinquanta sembrano seminare solo insoddisfazione e nostalgia per un benessere che non c’è, neppure all’orizzonte. La giovane Eilis Lacey, prigioniera del confronto quotidiano con la madre e la sorella Rose, non vede davanti a sé alcuna prospettiva, finché l’imprevedibile visita di un prete emigrato, padre Flood, le fa scorgere l’opportunità di una vita diversa, al di là dell’oceano, a New York. E sarà proprio a Brooklyn che Eilis riuscirà a trasformare il passato in un futuro libero e propizio. E l’incontro con Tony, un ragazzo da amare, farà del sogno una reale possibilità che cambierà la sua vita, forse, per sempre. Colm Tóibín racconta una storia d’amore fatta di passioni e cadute; e la vertigine di Eilis, nella scelta fatale tra senso del dovere, appartenenza alla famiglia e desiderio di libertà, in quella linea d ombra tra l’adolescenza e l’età adulta.

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Nella capitale, due ragazzi appena sedicenni vivono l’avventura di un’amicizia che cambierà la loro vita, in un momento molto particolare nella storia dell’Irlanda.

Siamo infatti fra la primavera del 1915, in cui rimbomberanno in lontananza i cannoni della Grande Guerra, e la maledetta primavera del 1916, in cui i sogni di indipendenza dei nazionalisti irlandesi si spegneranno nella cosiddetta “Pasqua di sangue”.

Jim è il timido e studioso secondogenito di un commerciante votato alla causa britannica. Doyler viene invece da una famiglia poverissima e ha dovuto rinunciare a una borsa di studio per lavorare in campagna, da dove è tornato col cuore pieno di ideali socialisti e rivoluzionari, senza tuttavia serbare rancore per la miglio sorte toccata a Jim.

 

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L’erotismo che tinge l’amicizia tra i due ragazzi resterebbe soltanto latente se non facesse la sua apparizione sulla scena, nel ruolo di mentore, Anthony MacMurrough, un anglo-irlandese in esilio da una ricca zia dopo aver scontato una condanna per omosessualità, che richiama la sorte toccata a Oscar Wilde. Gra i tre nasce un rapporto profondo, segnato dalla lealtà. E sarà proprio Anthony a correre in soccorso dei due giovani quando, all’alba della rivolta indipendentista, questi tenteranno una grande impresa a nuoto, attraversando le acque gelide della baia della capitale, fino a un isolotto dove sono determinati a piantare la bandiera della liberà.

Due ragazzi, Dublino, il mare è un ambizioso e complesso romanzo di formazione che a una narrazione sensibile mescola momenti di farsa, sprazzi di comicità, e accenti di ilarismo in cui riverberano echi di James Joyce e di Flann O’Brien. E in cui il grande sogno di un’Irlanda libera di sovrappone a quello della liberazione omosessuale: due ideali per i quali – non dubitano i protagonisti – vale la pena di combattere, sacrificarsi e se necessario anche morire.

 

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NOTE BIOGRAFICHE – Jamie O’Neill , ha dedicato dieci anni alla stesura del libro, accolto dalla critica anglosassone come uno dei maggiori romanzi di questi anni. Nato e cresciuto a Dun Laoghaire, nella contea dublinese, si è mantenuto facendo il portiere di notte in un ospedale psichiatrico di Londra. Tornato in Irlanda, oggi vive a Galway.

 

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