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La giustizia dei Celti”, diritto e società celtica in un nuovo libro Matteo Passeri ricostruisce per l’Italia i fondamenti giuridici di una società oggi riscoperta Un percorso per conoscere, comprendere e riscoprire nel mondo contemporaneo e in Italia lo spirito della “Brehon Law”, l’antico diritto gaelico: è uscito in questi giorni il libro “La giustizia dei Celti” di Matteo Passeri, saggio storico su un tema poco approfondito in Italia, ovvero il sistema giuridico e sociale di una popolazione appartenente alla famiglia delle genti celtiche che penetrarono anche nel nostro paese.

Illustrando i valori, le fonti, il funzionamento della “Senchus Mor”, la grande tradizione su cui si basava anche il sistema della giustizia, l’autore ripercorre con il lettore tutti gli elementi che servono a capire la società dei Celti dal punto di vista del diritto e delle leggi: le norme consuetudinarie applicate per secoli e considerate “naturali”, le assemblee per interpretare le norme esistenti e affrontare questioni straordinarie, gli status sociali, le gerarchie, le figure religiose, i cultori, il clan e la famiglia, le funzioni del re, che addirittura poteva perdere il suo status se non era “giusto”.

Due ampi capitoli sono invece dedicati alle aree fondamentali del diritto gaelico, ovvero i contratti, la proprietà terriera e il diritto delle persone, che a sua volta spiega come fossero concepiti e funzionassero lo status della donna, i contratti di matrimonio, il divorzio, la ripartizione dei beni, l’adulterio i soggetti deboli e il fosterage, ovvero l’affidamento di un figlio a un’altra famiglia del clan incaricata di crescerlo ed educarlo. Addentrandosi nello studio del suo diritto, Passeri introduce quindi alla comprensione di una civiltà dai tratti molto moderni anche se antecedente al Cristianesimo, e i cui valori di responsabilità personale, libertà, solidarietà, merito oggi andrebbero rivalutati.

 

 

Il libro La giustizia dei Celti

Come scrive Silvano Danesi nella prefazione, sono le “regole di un mondo apparentemente lontano”, ma “la presenza celtica in Italia è stata significativa”.
Avvocato cassazionista del foro di Bergamo, membro della scuola dell’Accademia Bardica e Druidica O.L.N.O. Oltre la Nona Onda, l’autore porta in Italia uno spaccato sui celti dal punto di vista giuridico, utile a completare un percorso di riscoperta su questa civiltà che già sta avvenendo da alcuni decenni.

“La giustizia dei Celti – Lo spirito della Brehon Law” di Matteo Passeri, 15 euro, 132 pagine, brossura, Ean 9788891076212.

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Altre risorse interessanti

Sono uno scrittore. Roddy Doyle. Uno scrittore irlandese.
Sono un uomo a cui è capitato di essere scrittore. Sono un uomo che ha scelto di essere scrittore.
Sono un uomo di mezza età. Sono un uomo di mezza età a cui è capitato di essere irlandese, un uomo che non è sempre stato di mezza età ma che è sempre stato irlandese. Sono abbastanza vecchio da ricordarmi zone dell’Irlanda che, negli anni Sessanta, non avevano l’elettricità.

Sono un uomo di Dublino.
Sono un uomo di Dublino a cui non piace quasi niente della musica irlandese.
Potrei continuare così a lungo, per pagine e pagine.
Potrei riempire un pessimo libro. Io sono due o tre sostantivi e forse il doppio degli aggettivi.

Nel suo libretto dal titolo Stronzate. Un saggio filosofico, il filosofo Harry G. Frankfurt scrive: «È impossibile che una persona menta se non crede di conoscere la verità. Produrre stronzate non richiede questa convinzione». Se mi allontano dalla fiction, spesso temo di avventurarmi nelle stronzate. Quando scrivo un romanzo o un racconto esamino, e riesamino, ogni parola. Ciascuna è un mattone solido: resta là dove la metto. Quando scrivo non fiction riempio le pagine perché devo o perché sono stato invitato a farlo, di rado perché mi va o perché ne sento il bisogno. Le parole cominciano a scivolare. Io le spingo sulla pagina e spero che restino là e che, con un pizzico di fortuna, in quel caos ci sia qualcosa di non troppo sdolcinato o banale. La mia più grande e, a volte, unica speranza è di cavarmela. Quando racconto storie mi sento sicuro, molto meno quando cerco di catturare la verità. Dopotutto sono uno scrittore irlandese.

Essere irlandesi. La mia strada per Mandalay

Altre stronzate.
Sono uno scrittore che ha perso il padre proprio quando cominciava a pensare, con apprensione, a questo saggio. La sua morte mi ha pervaso di una profonda tristezza, una tristezza più cupa e prolungata di qualunque altra avessi mai provato. Mi ha anche dato un po’ di conforto, ma solo quando scrivo e penso a questo saggio. Adesso sento il forte desiderio di scrivere di mio padre e, tramite lui, di accostarmi al tema dell’identità. Posso fidarmi delle cose che scrivo. Saranno anche stronzate, ma almeno sono stronzate scritte con convinzione.
Mio padre è nato nel 1923 a Dublino. È nato cittadino irlandese. Se fosse nato poco più di un anno prima sarebbe stato suddito britannico. È arrivato a meno di un anno dalla fine della guerra civile. Le vittime non furono tantissime, ma la frattura fu profonda e molto dolorosa. Mio padre è cresciuto su un versante di quella frattura, il versante repubblicano. Perciò era irlandese, ma essere irlandesi era una novità assoluta. Ed è cresciuto fra persone per le quali il nuovo stato non era abbastanza irlandese. La sua era una famiglia numerosa e, a quanto ne so, felice, ma su una cosa regnava il silenzio.

Due fratelli, gli zii di mio padre, avevano combattuto nella guerra civile, l’uno contro l’altro. Uno di loro, Johnny Doyle, schierato con i repubblicani, era morto in maniera molto violenta.
Mio padre si chiamava Rory. Gli hanno dato questo nome perché è nato il giorno del primo anniversario dell’esecuzione del leader repubblicano Rory O’Connor. La faccenda si complica e, spero, diventa più interessante ora che vi dico che lo stesso Rory O’Connor non era sempre stato Rory O’Connor. Aveva scelto la versione gaelica «Rory» del suo nome «Roderick» per esprimere il suo nazionalismo irlandese.
Quel cambio di nome era una dichiarazione d’indipendenza.
Mio padre è nato al Rotunda Maternity Hospital in fondo a O’Connell Street, strada che fino a qualche anno prima si chiamava Sackville Street: anche in questo caso il cambio di nome è stata una dichiarazione. Il General Post Office, o G.P.O., teatro della Rivolta di Pasqua del 1916, è in O’Connell Street. Fu lì che, nelle parole di William Butler Yeats, «ogni cosa è mutata, mutata interamente: una terribile bellezza è nata».
La strada mostrava ancora i segni dei danni inflitti dai bombardamenti britannici del 1916 e dalla più recente guerra civile. L’indipendenza, la rottura dall’Impero britannico, è facile da individuare: il 6 dicembre 1922.

Come si fa a sapere, però, quando finisce una guerra civile? Rory O’Connor era schierato con la parte che perse quella guerra, per cui il nome di mio padre era un piccolo atto eversivo.
Mio padre è nato un anno e due giorni dopo che tre quarti dell’isola dell’Irlanda erano diventati lo «Stato Libero d’Irlanda» ed è morto il 16 marzo di quest’anno, in un luogo chiamato «Repubblica d’Irlanda». È morto in un ospedale a circa cinque chilometri da quello in cui era nato e ha vissuto l’intera vita a Dublino, la capitale. È sempre stato irlandese, ma il significato dell’aggettivo «irlandese» è cambiato e si è alterato, e lui si è portato con sé quelle tendenze e oscillazioni per tutta la vita.

Anche uno dei suoi nipoti si chiama Rory, ma dare questo nome a quel bambino non esprimeva alcun intento eversivo. Quel Rory è nato nel 1991, nello stesso ospedale del nonno, il Rotunda, in fondo a O’Connell Street. Il significato di «irlandese» ha oscillato anche durante la sua vita.

Per buona parte dell’esistenza di mio padre essere irlandesi ha significato essere «non inglesi». Quando un giornalista francese gli chiese se fosse inglese, Samuel Beckett rispose: «Au contraire». Mio padre avrebbe annuito: per lui quella risposta, per quanto buffa e forse assurda, sarebbe stata del tutto sensata. Sospetto che l’assurdità della risposta di Beckett piacerebbe anche a suo nipote, ma lui non coglierebbe il grido di guerra che contiene.
Mio padre Rory è cresciuto in uno stato deciso a non essere inglese. Per molti dei suoi fondatori, il nuovo stato doveva essere agricolo, di lingua gaelica e cattolico. La sua insularità geografica sarebbe diventata anche un’insularità culturale e morale. Per quanto comprensibile, era rischioso. Loro lottavano contro l’affermato ritratto degli irlandesi che li voleva seducenti ma inaffidabili, ottusi, ubriaconi, violenti, impiccioni, incapaci di sostentarsi e, men che meno, di governarsi. La nuova Irlanda sarebbe stata pura. Protestanti ed ebrei sarebbero stati meno irlandesi dei veri irlandesi; Dublino, una città sporca, sarebbe stata equivoca, meno irlandese del resto dell’Irlanda; chi non parlava gaelico sarebbe stato interdetto dagli incarichi di governo. Il calcio e il rugby erano «garrison games», cioè sport stranieri praticati, e lasciati, dalle guarnigioni britanniche. A chi praticava sport gaelici i «garrison games» erano vietati. L’Irlanda avrebbe dovuto tener fede al nuovo ideale agricolo, gaelico, devotamente e incondizionatamente cattolico.

Mio padre viveva in quell’anti-Inghilterra e l’amava – era un patriota: amava essere irlandese molto più di quanto amasse non essere inglese – eppure la sua canzone preferita, il pezzo con cui si esibiva, era The Road to Mandalay (La strada per Mandalay), costruita attorno alle parole del premio Nobel cantore dell’imperialismo britannico Rudyard Kipling.

In stanze piene di fumo, affollate da altra gente cresciuta nella povertà dell’Irlanda degli anni Venti, Trenta, Quaranta e Cinquanta, lui si alzava e cantava a gran voce.

Presso la vecchia pagoda di Moulmein, rivolta verso il mare a est, siede una ragazza birmana, e io so che sta pensando a me,
perché il vento è tra le palme e le campane del tempio dicono:
«Ritorna, soldato britannico, ritorna a Mandalay!»

E, ogni volta, tutti cantavano in coro con lui il ritornello. Irlandesi fieri, uomini e donne, fieri della loro storia comune, fieri della lotta che li aveva resi irlandesi, gridavano quelle parole al soffitto:

Ritorna a Mandalay,
dove stava la vecchia flottiglia
non senti lo sciabordio delle pale da Rangoon a Mandalay?
Sulla strada per Mandalay
dove giocano i pesci volanti
e l’alba si leva come un tuono dalla Cina oltre la baia!

Ebbene sì, mista al fumo di sigaretta e alla musica c’era ironia nell’aria. Eppure c’era anche una grande gioia, un amore per il mondo oltre l’Irlanda e la consapevolezza che molti dei soldati britannici che avevano occupato Rangoon e Mandalay per l’Impero erano, in realtà, irlandesi, compreso lo zio di mio padre che in seguito combatté nella guerra civile. Però non sapremo mai se la ragazza birmana della canzone si strugge per un uomo di Dublino, di Cork, di Galway, o per un uomo di Liverpool o di Glasgow.
Ovviamente essere irlandesi era, ed è, più complesso di quanto suggerisca uno sguardo alla parola o a una cartina geografica.
Per gran parte della vita di mio padre, l’esponente di spicco della politica irlandese è stato Éamon de Valera. Il giorno di San Patrizio del 1943, quando mio padre aveva diciannove anni e faceva l’apprendista in una stamperia, e il resto d’Europa era in guerra, il Taoiseach d’Irlanda de Valera, cioè il primo ministro, tenne un discorso radiofonico al popolo irlandese. Eccone un estratto:

«L’Irlanda ideale che avremo, l’Irlanda che abbiamo sognato, sarà la casa di un popolo che dà importanza alla ricchezza materiale solo in quanto presupposto di una vita giusta, di un popolo che, pago di un benessere frugale, dedica il suo tempo libero alle cose dello spirito: una terra la cui campagna sarà rischiarata da fattorie accoglienti, i cui campi e i cui paesini saranno resi gioiosi dai rumori dell’operosità, dalla vivacità di bambini vigorosi, dalle gare di ragazzi atletici e dalle risate di ragazze nubili felici, i cui focolari saranno teatro della saggezza di una vecchiaia serena. La casa, in breve, di un popolo che vive la vita come Dio desidera che gli uomini la vivano».

L’Irlanda ideale di de Valera era un luogo di «fattorie», «campi» e «paesini». Non c’erano cittadine e città. A quanto pare, Dio non desiderava che gli uomini vivessero in città. Nell’Irlanda ideale i ragazzi dovevano essere «atletici», le ragazze «felici» e nubili, la vecchiaia «serena». Ma come potevano tutti i ragazzi essere atletici? Quale legge avrebbe garantito la felicità alle ragazze? E come si fa ad aspettare con serenità la demenza e l’incontinenza che avanzano? Questi aggettivi… «atletico», «accogliente», «vigoroso», «felice», «frugale», «giusto». Visto quanto stava accadendo in Europa, parole come «atletico» e «vigoroso», presentate come simboli dell’ideale, sono quasi sinistre, e folli. E il termine «rischiarato»… da quale finestra guardava fuori de Valera mentre scriveva il discorso? In Irlanda piove. Se non piove sta per piovere. In Irlanda il chiarore non è un ideale: è un evento meteorologico sporadico, una rarità fra un acquazzone e l’altro. Ma è proprio questo il problema degli ideali, no? La realtà ci piove su. Se siamo fortunati.

Quando il primo ministro pronunciò quelle parole, mio padre aveva diciannove anni. Era un acceso sostenitore di de Valera e del suo partito politico, il Fianna Fáil. Suo padre, Tim Doyle, l’uomo che l’aveva chiamato «Rory», aveva contribuito a fondare quel partito e mio padre ne è stato un iscritto attivo sin da piccolo e fino alla morte. Però dubito che avrebbe approvato l’ideale di de Valera o che lo avrebbe voluto. Non era particolarmente atletico, amava Dublino e la seriosità delle riunioni attorno ai focolari gli avrebbe dato il voltastomaco o lo avrebbe fatto scoppiare a ridere.
«Chi resta intrappolato nel sogno dell’altro è fottuto» ha detto Gilles Deleuze.
«Se sai cantare The Road to Mandalay no» avrebbe potuto replicare mio padre.
Con il tempo l’Irlanda ideale è cambiata. Negli anni Sessanta si è girata e ha guardato verso l’Europa. Negli anni Ottanta gli irlandesi erano ormai europei. L’insularità non era più una virtù. Siamo stati bravi europei, poi pessimi europei, e adesso vogliamo tornare a essere bravi europei.
Siamo stati un popolo spirituale, ciascuno di noi un poeta o un musicista. Poi siamo stati una terra di banchieri e imprenditori, con una popolazione giovane capace di guardare nelle viscere di un computer e dire: «Facile». Siamo stati un clamoroso successo, l’unico successo. Dominava una nuova insularità: «Abbiamo moltissimo da offrire al mondo, ma il mondo non ha nulla da offrirci». Adesso, a quanto pare, siamo di nuovo poeti. Almeno finché i prezzi delle case non ricominceranno a salire.

Da non molto ci siamo innamorati della regina d’Inghilterra.
«È inglese, M. Beckett?»
«Je ne sais pas».
Tre anni fa la regina è venuta nella Repubblica d’Irlanda, prima monarca britannica a visitare quella parte dell’isola dal 1911. Ha posato una corona di fiori sul memoriale degli uomini e delle donne morti durante la guerra d’indipendenza. Mio padre si è commosso moltissimo, ed è stato colto un po’ di sorpresa. Suo nipote non se n’è quasi accorto. Lui non è cresciuto nella non-Inghilterra. Non credo che sia cresciuto in un’Irlanda necessariamente migliore, solo diversa.
Ogni volta che lascio il mio paese divento subito irlandese. Ho bisogno del passaporto. E il mio essere irlandese è uno dei motivi per cui oggi sono qui. Qui non sono soltanto uno scrittore: sono uno scrittore irlandese. Eppure non so bene cosa significhi, anzi, se addirittura significhi qualcosa. Sono piuttosto soddisfatto di essere irlandese, ma detesto essere «irlandese». L’adoro e lo combatto.

Ecco dove penso si possa trovare l’identità, nella lotta all’identità. O nella lotta all’identità imposta. Stavo scrivendo il mio nono romanzo, credo, quando mi sono reso conto che era proprio quello che stavo facendo: lottavo contro la mia identità, o contro quella che altri avevano cercato di impormi, lottavo contro l’ideale. Lottavo contro quello che altri si aspettavano che fossi e scrivevo con gioia quello che altri consideravano non irlandese, o meno irlandese o più dublinese che irlandese.

I miei libri sono popolati di brave persone che parlano – molto – e amano, ridono e fanno ridere chi le circonda, e di famiglie che si destreggiano e se la cavano senza l’intervento della chiesa cattolica. Nelle mie storie la religione non ha molto spazio. La campagna, la terra al di fuori di Dublino, è visitata di rado.
Ai miei personaggi l’aria troppo fresca non piace e «Homestead» è una marca di marmellata.
Alle pagine dei miei romanzi ho imposto la mia personale definizione di ciò che significa essere irlandesi perché lo volevo. Ricordo di aver riso quando mi sono accorto di poterlo fare, e di riuscirci. E l’ho fatto anche perché ne avevo bisogno.

Il mio primo romanzo, I Commitments, parla di un gruppo di ragazzi che hanno voglia di suonare e scelgono un genere distante dalla musica irlandese, il soul dei neri d’America. Se ne appropriano e lo rendono irlandese.
Lo rendono dublinese.
Danno alla musica l’arguzia
e la geografia della città.

Nel 1991, quando è uscito l’adattamento cinematografico del romanzo, un critico ha commentato che avrebbe scoraggiato i turisti dal visitare l’Irlanda. Le immagini, i suoni, la lingua, la sporcizia – la gioia – non erano irlandesi.
A distanza di ventitré anni, molti pensano che «Mustang Sally» sia una canzone tradizionale irlandese. Avevo sbagliato tutto… o forse avevo fatto centro. «Mustang Sally» era la mia strada per Mandalay. Stavo facendo quello che aveva fatto mio padre. Accettavo quanto mi era stato dato, e lo rifiutavo. Sfruttavo lo scontro fra l’identità personale e l’identità nazionale.

Ero irlandese alle mie, instabili, condizioni.
Sono uno scrittore irlandese che forse si sta avventurando nelle stronzate.
Perciò mi fermo.

 

Altre risorse interessanti

Si intitola Diario d’Irlanda, il nuovo romanzo di Valentina Aglio, Albatros editore (Premio Internazionale Pietro Mignosi 2012).

In Diario d’Irlanda, l’autrice messinese viaggia sulla strada dei ricordi ricca di scoperte ed emozioni, in luoghi diversi in un passato prezioso da rivalutare nella condivisione di progetti e speranze futuribili.

Si dice che spesso nella vita accade l’improbabile, ciò che non avresti mai immaginato, ma che hai sempre sognato. Quando accade veramente, poi, non riesci a dominare l’emozione che si prova e vorresti raccontare la tua storia al mondo intero.

Laura ha sempre amato partire per le vacanze studio, non avrebbe, però, mai pensato di tornare così diversa dopo questa esperienza. Si dice anche che le cose belle e indimenticabili sono quelle grandi e irraggiungibili. Invece la vita è bella e indimenticabile soprattutto nella semplicità di ogni giorno, nell’ansia di un amore, nella novità di un viaggio con degli amici speciali, nell’originalità di luoghi diversi da scoprire, nella preziosità di un passato da rivalutare, nella condivisione di speranze, delusioni, progetti.

Laura sa che la vita è complicata e che si deve indovinare il tempo giusto e la corrente propizia, ma il suo sogno è troppo grande per rinunciarci. Non importa quanti le crederanno o la ascolteranno. Lei vuole solo dire quanto è meraviglioso, insostituibile e irrinunciabile lottare per qualcosa in cui si crede davvero. La vittoria non è nel traguardo raggiunto, ma nella giusta attesa del momento giusto.

 

Altre informazioni

  • Genere: Letteratura italiana
  • la Feltrinelli: Narrativa moderna e contemporanea (dopo il 1945)
  • Editore: Il Filo
  • Collana: Nuove voci
  • Pagine: 232
  • Formato: brossura
  • Lingua: Italiano
  • EAN 9788856735895

 

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Altre risorse interessanti

Il valzer dimenticato vi porta a Terenure, un grazioso sobborgo di Dublino, dove sta nevicando. Gina Moynihan, trentenne sveglia e smaliziata, la tipica “altra donna”, ripercorre i momenti che l’hanno portata a innamorarsi dell’uomo della sua vita, Sean Vallely. Mentre fuori la città si paralizza sotto una coltre bianca, Gina ricorda i giorni trascorsi tra una camera d’albergo e un’altra, i lunghi pomeriggi divisi tra estasi e rifiuto.
Il valzer dimenticato è il nuovo libro di Anne Enright – scrittrice irlandese, autrice di saggi, racconti e romanzi.
Il suo romanzo La veglia (The Gathering) ha vinto il Booker Prize nel 2007. Prima di tale vittoria non era particolarmente nota al grande pubblico in Irlanda o nel Regno Unito, sebbene i suoi libri fossero favorevolmente recensiti e stimati.
 

Sinossi

A Terenure, un grazioso sobborgo di Dublino, sta nevicando. Gina Moynihan, trentenne sveglia e smaliziata, la tipica “altra donna”, ripercorre i momenti che l’hanno portata a innamorarsi dell’uomo della sua vita, Seán Vallely. Mentre fuori la città si paralizza sotto una coltre bianca, Gina ricorda i giorni trascorsi tra una camera d’albergo e un’altra, i lunghi pomeriggi divisi tra estasi e rifiuto. Ora, mentre le strade silenziose e il vorticare della neve rendono la giornata luminosa e piena di possibilità, Gina decide di uscire e incontrare una bambina, un “bellissimo errore” come la chiama lei: è Evie, la figlia dodicenne di Seán, la testimone involontaria del loro amore. In questo romanzo, una sorta di libro dei segreti, Anne Enright si rivolge direttamente ai suoi lettori che, come in “La veglia”, trovano, tutta l’improvvisa emozione della vita quotidiana, i fragili legami tra le persone, gli sguardi pronti a cogliere ogni minimo gesto, ogni battito di ciglia, e come sempre l’autentico, spietato ritratto di famiglie, matrimoni, individui.
 

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Formato: Brossura
Editore: Bompiani
Anno di pubblicazione: 2012
Collana: Narratori stranieri Bompiani
Lingua: Italiano
Titolo originale: The Forgotten Waltz
Lingua originale: Inglese
Pagine: 275
Traduttore: A. Silvestri
Codice EAN: 9788845271489
Generi: Romanzi e Letterature, Romanzi stranieri contemporanei
 

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Terra di confine, un libro di Brian McGilloway, racconta una lingua di terra che corre tra Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Al centro di essa, a Lifford, viene trovato sotto la neve il cadavere di Angela Cashell, una ragazzina di quindici anni. L’indagine è affidata all’ispettore Ben Devlin della Garda Police, la polizia nazionale irlandese.
Unici indizi: un anello con una pietra di luna e una vecchia fotografia. In gabbia, intanto, finisce il padre della ragazza, Johnny Cashell, colpevole di aver appiccato il fuoco, insieme ai fratelli, a un accampamento di nomadi per farla pagare a un certo Whitey McKelvey.
Whitey è l’assassino di Angela? E lui che ha cercato di vendere l’anello a un banco dei pegni e che si trovava insieme alla ragazza la notte dell’omicidio? Alla ricerca di risposte, Devlin sprofonda in una storia nerissima. Un rompicapo maledetto, in cui ogni indizio rimanda a un passato tragico consumato in quella terra di confine.
 

Dettagli

Terra di confine, ecco maggiori dettagli sul libro.

  • Formato: Brossura
  • Editore: Edizioni BD
  • Anno di pubblicazione: 2012
  • Collana: Revolver
  • Lingua: Italiano
  • Pagine: 268
  • Traduttore: M. Piva Dittrich
  • Codice EAN: 9788866346074
  • Generi: Gialli e Fantasy, Gialli e Thriller

 

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Brian McGilloway

Brian McGilloway è nato nel 1974 a Derry, in Irlanda del Nord, dove oggi insegna Letteratura inglese. I suoi romanzi hanno ottenuto importanti riconoscimenti. Non parlare, il primo thriller della serie sulle indagini della detective Lucy Black, ha vinto il premio letterario University of Ulster’s McCrea nel 2011 ed è stato per settimane ai primi posti delle classifiche inglesi e americane. La Newton Compton ha pubblicato anche Urlare non basterà e Non entrare.
 

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Il ritratto di Dorian Gray (1890) diventò una specie di vangelo del decadentismo e dell’estetismo in cui sono assolutamente evidenti i tratti autobiografici, e le ossessioni dell’autore emergono dalla storia di Lord Dorian.

La produzione artistica di Oscar Wilde non è pero limitata alle sue opere, egli le superò nel progetto di fare della sua vita un’opera d’arte, in cui relazioni, mondanità, cultura, sentimenti, amore per l’eccesso valessero come pennellate di un affresco in continuo divenire: da qui l’egocentrismo e il culto di sé, la fedeltà alle sue idee nella rivoluzione del gusto.

Il romanzo narra la vicenda del bellissimo Dorian che ottiene di conservare intatte gioventù e avvenenza, nonostante le mille dissolutezze cui si abbandona. Sarà infatti un suo ritratto, tenuto opportunamente nascosto, a invecchiare al suo posto.

 

Il ritratto di Dorian Gray, il libro

Il ritratto è quasi un compendio della “filosofia” wildiana nella sua ricerca della sensazione intensa e rara, nella negazione di ogni credo o sentimento che il piacere, “Il ritratto di Dorian Gray” sottolinea con forza la supremazia dell’artista sulle leggi morali e sulle convenzioni sociali.

Idee che Wilde praticò e pagò in prima persona, volendo “vivere la propria vita come un’opera d’arte” e difendendo, attraverso la grazia scherzosa e paradossale del suo inimitabile stile, i valori dell’arte, della cultura, dell’uomo. Con uno scritto di Marguerite Yourcenar.

 

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In occasione del centoundicesimo anniversario della morte dello scrittore, poeta e drammaturgo irlandese, il governo di Dublino ha deciso di finanziare il restauro del sepolcro.

In collaborazione con le autorità francesi, la tomba di Oscar Wilde a Parigi sarà protetta dalle appassionate ammiratrici che disseminano baci ovunque.

Così si è deciso di applicare un vetro di protezione alla tomba di Oscar Wilde a Parigi.

Il segreto della tomba di Wilde a Parigi

Su internet sono migliaia le ammiratrici che condividono le foto della tomba di Oscar Wilde a Parigi. Queste donne si recano nel cimitero di Pere Lachaise e baciano la lapide dello scrittore, omaggiando così l’autore irlandese. Ora le autorità, in collaborazione anche con gli eredi di Wilde, capeggiati dal pronipote Merlin Holland, hanno deciso di mettere fine a questa usanza che durava da circa venti anni. E così da oggi niente più baci ne graffiti sulla tomba di Oscar Wilde a Parigi, non più centinaia di labbra ‘stampate’ con rossetti dai colori passionali sul sepolcro dello scrittore.

Hai ricevuto informazioni sulla tomba di Oscar Wilde a Parigi, ora ti consigliamo di acquistare il “Il ritratto di Dorian Gray“. Il romanzo è ambientato nella Londra vittoriana del XIX secolo, che all’epoca era pervasa da una mentalità tipicamente borghese. Narra di un giovane di bell’aspetto, Dorian Gray, che arriverà a fare della sua bellezza un rito insano. Egli inizia a rendersi conto del privilegio del suo fascino quando Basil Hallward, un pittore suo amico, gli regala un ritratto da lui dipinto, che lo riproduce nel pieno della gioventù.

Lord Henry Wotton avrà un ruolo decisivo nella vita di Dorian, che conosce proprio presso lo studio di Hallward: Wotton, con i suoi discorsi estremamente articolati, cattura l’attenzione del ragazzo, rendendolo, a poco a poco, quasi l’incarnazione del suo modo di pensare. Dorian, dopo un lungo discorso con Wotton, comincia a guardare la giovinezza come qualcosa di veramente importante, tanto da provare invidia verso il suo stesso ritratto, che sarà eternamente bello e giovane mentre lui invecchierà. Colpito dal panico, Dorian arriva a stipulare una sorta di “patto col demonio”, grazie al quale rimarrà eternamente giovane e bello, mentre il quadro mostrerà i segni della decadenza fisica e della corruzione morale del personaggio.

 

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Dio salvi il Gigante‘, il sesto incarico della saga Unesco ‘Il mondo di Mauro & Lisi’ ideata e scritta dalla giornalista romana Diletta Nicastro. Il libro, attesissimo e preannunciato dalla raccolta ‘…Aspettando il Gigante’ uscita a luglio, sarà lanciato ufficialmente il 14 ottobre presso la Libreria Suspense in Via Ceresio a Roma a partire dalle ore 18.30.

L’evento ha il Patrocinio della “Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO”.

‘Dio salvi il Gigante’ è un’avventura mozzafiato ambientata nella Giant’s Causeway in Irlanda del Nord, nel Patrimonio UNESCO dal 1986, che miscela l’adrenalina di ’24’ con il romanticismo e i personaggi di Jane Austen. “Jane Austen è una scrittrice che amo moltissimo e, spinta dai miei stessi lettori, ho voluto porgere omaggio alla sua penna inserendo nel romanzo personaggi che richiamano i suoi libri. In principal modo l’agente segreto Jonathan ‘Fitz’ Darcy che non solo ricorda nel nome e nel comportamento il più celebre Fitzwilliam di ‘Orgoglio e Pregiudizio’, ma che nel corso della storia vive emozioni ed avvenimenti che i conoscitori dell’opera troveranno simili agli eventi narrati dalla Austen. Chi è la sua Elizabeth Bennet? Gli scontri sono ancora una volta sociali. Ma trasportati nel Ventunesimo secolo. Si vede così l’orgoglio di un futuro Lord alle prese con i pregiudizi di una ribelle irlandese”, racconta Diletta Nicastro.

Dio salvi il Gigante

Dio salvi il Gigante‘ è un romanzo dal ritmo serrato, che lascia con il fiato sospeso fino all’ultima pagina, con l’imprevedibile rivelazione finale. “Si parla di servizi segreti inglesi, di ribelli irlandesi, di scontri ideologici, di terrorismo. Chi è la mente del piano? Chi la talpa? Quale il reale obiettivo? Di chi fidarsi? Di Malcom Morris o di Cuchullin? Di Parker o di Midwinter? L’equilibro è molto instabile e in qualsiasi momento potrebbe accendersi la miccia anche tra chi invece dovrebbe collaborare. Su questo punta Karim, l’Uomo delle Marionette”.

Il tag line del romanzo è infatti: ‘Karim aveva previsto tutto. Tutto. Tranne Mauro Cavalieri’. “Sarà lui a fare da ago della bilancia. A far trovare accordi dove invece regna il sospetto. Ma non sarà facile anche perché ad un certo punto si troverà di fronte ad un bivio in cui entrambe le vie portano al tradimento…”, continua la Nicastro.

I M&L-Maniacs fremono. Infine Lisi Cavalieri e l’irlandese Kieran Moynihan, protagonisti storici della saga, si scambieranno l’attesissimo primo bacio. “Si sveleranno molti segreti della vita di Kieran. Si conosceranno Charlie O’Meara, Eilidh O’Donague, Greer Brennan. E ci saranno molte emozioni, il vero motore delle mie storie. Il bacio tra Lisi e Kieran è una di quelle più forti”.

I precedenti romanzi della saga ‘Il mondo di Mauro & Lisi’ sono: Il mistero di Lussemburgo, Il tesoro di Skara Brae, I fossili di Messel, I lillà di Padova, I segreti di Tallinn, …Aspettando il Gigante.

 

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Una vita da eroe è una delle ultime composizioni di Roddy Doyle.

Una vita da eroe è ambientato nei primi anni ’50, quando Henry Smart, volontario nella guerra d’indipendenza, uomo di fiducia di Michael Collins, militante dell’IRA, fa ritorno al paese d’origine dopo un lungo esilio negli Stati Uniti. E un uomo solo, mutilato, soffre di perdite di memoria ed è certo della morte dell’amatissima moglie e dei figli.

Ingaggiato dal regista John Ford come «consulente IRA», Smart prende parte alla stesura della sceneggiatura del film che Ford intende girare proprio sulla sua vita. Ma si tratta di un «polpettone» hollywoodiano, depurato da episodi cruenti. L’Irlanda di Ford è un artificio, dove la lotta per l’indipendenza e la Guerra Civile fanno solo da sfondo all’avventura sentimentale dei protagonisti.

 

Una vita da eroe, il nuovo libro

Conclusa dunque in maniera poco soddisfacente la parentesi cinematografica, Smart si trasferisce in un paese a nord di Dublino, dove conduce un’esistenza molto tranquilla, lavorando come bidello in una scuola e come giardiniere, finché per caso scoprirà che sua moglie e sua figlia sono ancora vive. La stampa nazionale però lo cerca e svela il suo passato rivoluzionario; la Provisional IRA inizia a interessarsi a questo «vecchio leone», vede in lui un eroe dimenticato e decide di farne il proprio simbolo. Una vita da eroe è un romanzo che abbraccia mezzo secolo di storia irlandese, Doyle racconta con grande sensibilità i profondi mutamenti di un paese alla ricerca di normalità dopo anni di conflitti.

 

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Dettagli prodotto

  • Copertina flessibile: 416 pagine
  • Editore: Guanda (4 novembre 2010)
  • Collana: Narratori della Fenice
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8860882060
  • ISBN-13: 978-8860882066
  • Peso di spedizione: 358 g

 

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Scrivere pericolosamente è un omaggio allo scrittore irlandese pubblicato in concomitanza con il settantesimo anniversario della morte.

Centinaia di città hanno festeggiato il Bloomsday, una commemorazione in onore dello scrittore irlandese conosciuto in tutto il mondo per l’Ulisse e Gente di Dublino. Scrivere pericolosamente è un nuovo omaggio.

Così la Minimum fax ha pubblicato una raccolta di citazioni curate da Federico Sabatini sotto il nome di ‘Scrivere pericolosamente’. Un libro per studenti e studiosi e per gli appassionati di letteratura.

Sinossi

Nel 2011 ricorre il 70° anniversario della morte di James Joyce, ma per i lettori e gli scrittori di tutto il mondo l’autore dell’Ulisse e di Gente di Dublino è più vivo che mai, come dimostra il successo del Bloomsday, la commemorazione che, da più di mezzo secolo a questa parte, il 6 giugno di ogni anno vede svolgersi eventi in suo onore in centinaia di città. Scopriamo Scrivere pericolosamente.

Sulla scia di altri fortunati titoli della col lana Filigrana (Senza trama e senza finale di Anton Cechov, Niente trucchi da quattro soldi di Raymond Carver, Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato di Francis S Fitzgerald), Minimum Fax ha scelto a sua volta di rendere omaggio a Joyce con una raccolta di citazioni che, spaziando dalla narrativa ai saggi alle lettere, offrono per la prima volta una panoramica completa e accessibile del suo pensiero sull’arte di scrivere. Riflessioni sul processo creativo, sulle tecniche di narrazione, sul mercato editoriale, sul ruolo dello scrittore, non ché preziose osservazioni critiche sulla propria opera e quella altrui. Molto più agile da consultare rispetto a un manuale accademico, ma altrettanto ricco nei contenuti, Scrivere pericolosamente è un libro adatto al pubblico degli studenti e degli studiosi così come a quel lo dei semplici appassionati di letteratura e scrittura: ed è il perfetto complemento saggistico alle opere narrative di un gran de classico del Novecento.

 

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