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Una lunga strada tra pace e guerra ha un taglio giornalistico azzeccato e rappresenta un valido contributo alla conoscenza della questione irlandese nel nostro paese: le sue pagine ci conducono attraverso i luoghi del conflitto, a percorrere quella che il titolo giustamente definisce “una lunga strada”. Purtroppo questa strada appare lungi dall’essere giunta al termine. Spesso infatti nel nostro paese si è portati a credere che con l’Accordo siglato due anni e mezzo fa il problema sia stato definitivamente risolto.

A oltre due anni da quell’Accordo appare dunque assai opportuna l’uscita di un libro come quello di Cerulli che, oltre a presentare un approccio analitico convincente, pone in primo piano la ricerca di una corretta interpretazione del conflitto. A questo scopo, la cura nei particolari con cui il tema è trattato – del tutto necessaria, essendo il problema ancora di tragica attualità – appare utile sia per chi non conosce affatto la questione che per chi la segue da anni.

Il volume si compone di quattro parti: “il regime unionista”, “le truppe inglesi”, “resistenza”, “il processo di pace”, attraverso una suddivisione apparentemente rigida; in realtà la lettura scorre attraverso un percorso geografico-narrativo che testimonia un’indubbia conoscenza dei luoghi e della materia da parte dell’autore, particolare certo non comune ai giornalisti del nostro paese. Ogni capitolo porta il nome di un luogo, di un paese o di un quartiere di quell’entità geopolitica artificiale nota al mondo col nome di Irlanda del Nord: l’insieme delle storie di questi luoghi, abilmente coordinate dall’autore, costituiscono un resoconto fedele di questi ultimi trent’anni di conflitto.

Conoscere Una lunga strada tra pace e guerra

Molte volte in passato ci siamo soffermati sulla difficoltà di trattare il conflitto irlandese inquadrandolo nella sua problematicità senza cadere in approssimazioni o trarre conclusioni affrettate. Se il libro di Cerulli appare sostanzialmente riuscito laddove altri lavori in passato avevano fallito o poco erano riusciti ad aggiungere all’approfondimento del problema all’interno del nostro paese, ciò significa innanzitutto due cose. In primo luogo, che un tema come quello del conflitto irlandese, pesantemente condizionato dalla macchina propagandistica britannica e da sterili strumentalizzazioni ideologiche è più facile analizzarlo da un punto di vista giornalistico che in chiave storica.

A riprova di questo la pressoché totale assenza di valide opere di storia dell’Irlanda in italiano. Secondariamente, ciò significa anche che per operare un’analisi scrupolosa come quella di Cerulli è necessario approfondire tali situazioni sul campo, rendendosi conto personalmente dei fatti, non dando ascolto a fonti scarsamente attendibili o filtrate da organi di informazione con sede a Londra. L’autore preferisce infatti nella maggior parte dei casi dare spazio a interviste raccolte tra la gente di Belfast, Portadown e Derry: politici, giornalisti, membri della Chiesa o di comunità di vario genere, ma soprattutto gente comune che ha vissuto il conflitto sulla propria pelle.

L’approccio adottato appare dunque convincente perché l’autore si pone completamente al servizio della gente del Nord Irlanda, dando spazio ai racconti, ai ricordi e alle confessioni, e queste costituiscono in buona sostanza le fonti del libro. Il giornalista di “Liberazione” si limita spesso esclusivamente – ma è senza dubbio abile nel farlo – a coordinare un’insieme di voci e a confezionare, di conseguenza, un resoconto organico ed esauriente senza indulgere in giudizi affrettati o in considerazioni mutuate da pareri altrui.

Completa degnamente l’opera una bella rassegna fotografica di Frankie Quinn dal titolo “le sei contee occupate”. Da rilevare infine che i proventi ricavati dalle vendite del volume e spettanti all’autore saranno devoluti a padre Des Wilson per la sua comunità di Springhill a Ballymurphy (Belfast).

Silvio Cerulli

Silvio Cerulli vive da alcuni anni a Belfast e dal 1997 è corrispondente dall’Irlanda per il quotidiano “Liberazione”. Essendo da tempo un testimone diretto degli sviluppi del conflitto nelle Sei Contee e del processo di pace in corso, Cerulli è riuscito a inquadrare il problema nella sua corretta dimensione.

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Nonostante la fine della lotta armata dell’IRA la violenza in Irlanda del Nord continua, nel completo silenzio dei media internazionali. Una Colonia in Europa documenta ciò che abbiamo appena detto. L’autrice è Silvia Calamati.

Un conflitto che è tutt’altro che una “guerra di religione” o “guerra civile”. In oltre trent’anni, per cercare di sconfiggere l’Irish Republican Army, il Governo britannico ha esercitato un controllo della popolazione che non ha eguali in Europa. Ha conferito a soldati e polizia poteri eccezionali e legalizzato la politica dello “sparare per uccidere”, così come denunciato da Amnesty International e dai più prestigiosi organismi internazionali per i diritti umani.

Ha infine messo in atto una strategia, costellata di collusioni tra servizi segreti, forze di sicurezza e gruppi paramilitari lealisti, che ha portato all’uccisione di decine e decine di civili innocenti, tra cui gli insigni avvocati Pat Finucane e Rosemary Nelson e il giornalista Martin O’Hagan.

 

Una Colonia in Europa, libro

Una Colonia in Europa, scritto da una giornalista collaboratrice di RAI NEWS 24, non mancherà di suscitare pesanti interrogativi sulle responsabilità e sul modo in cui Londra ha gestito tale secolare conflitto.

Chi è Silvia Calamati

Giornalista e scrittrice, si occupa della questione irlandese dal 1982. Ha vissuto due anni a Dublino e trascorso lunghi periodi a Belfast. Tra il 1990 e il 1995 ha seguito il problema dell’Ulster per il settimanale AVVENIMENTI. Dal 1999 collabora con RAI NEWS 24. Ha curato la traduzione di UN GIORNO DELLA MIA VITA (Feltrinelli), di Bobby Sands, il primo dei dieci giovani repubblicani irlandesi che nel 1981 si lasciarono morire di fame nel carcere di Long Kesh, a pochi chilometri da Belfast, per rivendicare lo status di prigioniero politico.
Ha tradotto e curato GUERRA E LIBERAZIONE IN IRLANDA. LA CHIESA DEL CONFLITTO (Edizioni della Battaglia, 1998), scritto dal sacerdote nord-irlandese Joseph McVeigh.
Nel 2001 ha pubblicato FIGLIE DI ERIN. VOCI DI DONNE DELL’IRLANDA DEL NORD (Edizioni Associate) e, l’anno successivo, la versione in lingua inglese, WOMEN’S STORIES FROM THE NORTH OF IRELAND (Beyond the Pale Publications).
Per la sua attività di giornalista e scrittrice nel 2002 le è stato assegnato a Belfast il Premio Internazionale TOM COX AWARD.

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Da decenni in Irlanda del nord vengono perpetrate gravissime violazioni dei diritti umani soprattutto a danno dei civili. Sono ormai palesi le collusioni tra le forze dell’ordine, l’esercito britannico e i gruppi paramilitari lealisti fedeli alla Corona britannica. Figlie di Erin racconta proprio questo.

Ciononostante il problema viene spesso liquidato affrettatamente come una questione di ordine pubblico interna alla Gran Bretagna o peggio come un’anacronistica guerra di religione tra cattolici e protestanti.

Figlie di Erin oltre all’edizione inglese (WOMEN’S STORIES FROM THE NORTH OF IRELAND, Belfast, Beyond the Pale), è disponibile ora anche in lingua spagnola. E’ stato infatti recentemente pubblicato a Barcellona dalla casa editrice Icaria, con il titolo HIJAS DE ERIN.

Figlie di Erin: voci di Donna

Già autrice e curatrice dei più importanti testi in italiano sul conflitto anglo-irlandese, Silvia Calamati, giornalista collaboratrice di RAI NEWS 24, aggiunge in “Figlie di Erin” un altro tassello fondamentale alla conoscenza critica di un conflitto spesso banalizzato, talvolta anche in modo fuorviante, dagli organi di stampa italiani. Il volume raccoglie oltre un decennio di interviste, testimonianze e racconti pieni di sofferenza – ma anche di orgoglio – che le donne nordirlandesi hanno rilasciato negli anni all’autrice, la quale è riuscita a trasformarle in un potente atto d’accusa nei confronti dell’autorità britannica nel nord. In questo senso Calamati conferma ancora una volta grande sensibilità e competenza in materia, e particolarmente felice appare la scelta di dare voce a un universo, quale quello femminile, la cui anima è stata letteralmente lacerata dal conflitto.

Mogli e sorelle, madri e fidanzate, storie di donne comuni in circostanze eccezionali quali quelle di una guerra a bassa intensità combattuta nel cuore dell’Europa tra l’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale e la “criminalizzazione” portata avanti con ogni mezzo dalla propaganda britannica. Per la prima volta a parlare del conflitto, in Figlie di Erin, sono donne impegnate in iniziative politiche ma anche semplici casalinghe trascinate nel dramma loro malgrado, mobilitate dalla perdita di un affetto o dalla privazione della libertà, comunque dall’assurdità di un regime costruito per opprimere e schiacciare una comunità privandola dei diritti umani più fondamentali.

Talvolta alcune di loro sono trasformate da un evento tragico, spinte a impegnarsi dalla ricerca di un conforto nell’effetto terapeutico che la lotta per una causa può talvolta offrire in situazioni disperate. Le “voci” che escono dalle pagine di questo libro sono in realtà grida di dolore, ma anche testimonianze di grande dignità da parte di donne “forti ma anche dolci come le pietre delle isole Aran”, che hanno affrontato tutte le difficoltà con coraggio e a testa alta, sapendo di agire sempre e comunque nel giusto. Anche per questo si tratta di “voci” che pesano come macigni sulla coscienza di chi in tutti questi anni non ha visto o ha fatto finta di non vedere l’immane tragedia del popolo irlandese. Da non perdere.

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Bobby Sands, UN GIORNO DELLA MIA VITA con l’introduzione di Sean MacBride A cura di Silvia Calamati, Milano, Feltrinelli, 1996.

‘Sono un prigioniero politico perchè sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra’.

Queste parole sono tratte da Un giorno della mia vita, di Sands, uno dei dieci detenuti repubblicani irlandesi che nel 1981 si lasciarono morire di fame nel carcere di Long Kesh, a pochi chilometri da Belfast, per ottenere il riconoscimento dello status di prigionieri politici. Uno stillicidio di vite voluto con freddo e cinico calcolo dal governo britannico dell’allora primo ministro Margaret Thatcher, nel tentativo di minare la lotta repubblicana all’interno e all’esterno del carcere.

 

Un giorno della mia vita

Il libro, introdotto dalla prefazione di Sean MacBride, Premio Nobel per la Pace, raccoglie gran parte dei messaggi che Sands scrisse su pezzetti di carta igienica, fatti uscire clandestinamente dalla prigione. Era il periodo in cui, alla fine degli anni Settanta, assieme ad altri trecento prigionieri, stava conducendo la blanket protest: una protesta che consisteva nel rifiutarsi di indossare l’uniforme del carcere, che avrebbe equiparato a criminali comuni coloro che invece si ritenevano prigionieri politici, combattenti per la libertà del proprio paese.

Per questa ragione Sands e i suoi compagni scelsero di vivere per anni nudi, con solo delle coperte per coprirsi, in celle senza vetri e con i pavimenti ed i muri coperti di escrementi, spazzatura e rifiuti, che i secondini si rifiutavano di rimuovere. Anni di quotidiani e brutali pestaggi, brutalità e violenze, perpetrate su quelle che Sands definisce ‘carni martoriate’.

Un giorno della mia vita è una testimonianza sconvolgente, lucida e terribile di una giornata tipo nei Blocchi H. Racconta i pestaggi a sangue, le perquisizioni anali imposte con la forza, il freddo intenso sofferto dai detenuti, costretti a camminare per la cella fino ad d essere esausti. E poi l’infinita solitudine, i vermi gettati dai secondini nei pasti dei prigionieri, le nuvole nere di mosche sui mucchi di spazzatura e sugli escrementi, la gioia di riuscire a portare di nascosto in cella, dopo la visita e nonostante le dure perquisizioni, una breve lettera dei familiari. Ma soprattutto esprime, in tutta la loro intensità, il coraggio e la determinazione di chi sapeva che non ci sarebbe stata alcuna tortura in grado di ‘annientare la resistenza di un prigioniero politico repubblicano che non vuole cedere’.

La seconda parte del libro ripropone in versione integrale il Diario che Sands scrisse per 17 giorni a partire dal 1° marzo 1981, il giorno in cui iniziò lo sciopero della fame che l’avrebbe portato alla morte 66 giorni dopo, il 5 maggio 1981. Un testamento politico che lo affianca alle figure più alte della storia tragica e secolare del Movimento Repubblicano irlandese: «Credo di essere soltanto uno dei molti sventurati irlandesi usciti da una generazione insorta per un insopprimibile desiderio di libertà». Una confessione intima e sofferta, con cui egli disegna una mappa di valori irrinunciabili, un codice morale che va oltre il mero esercizio del coraggio: «Nella mia mente tormentata c’è al primo posto il pensiero che l’Irlanda non conoscerà mai pace fino a quando la presenza straniera ed oppressiva della Gran Bretagna non sarà schiacciata, permettendo a tutto il popolo irlandese di controllare, unito, i propri affari e di determinare il proprio destino come un popolo sovrano».

Una «presenza oppressiva» che viene dettagliatamente documentata nella lunga cronologia presentata in appendice alla fine del libro: «1971/1981: dall’internamento agli scioperi della fame», curata da Silvia Calamati, giornalista collaboratrice di RAI NEWS 24 e autrice. Una Colonia in Europa (2005). E’ una finestra aperta su dieci anni di storia irlandese. Da essa tragicamente traspare che la morte di Sands e dei suoi nove compagni non furono altro che la punta di un iceberg, rappresentato dalla «macchina di repressione e di tortura» messa in atto nelle Sei Contee nord-irlandesi dal governo inglese fin dall’invio delle sue truppe nel 1969. Come denunciato da Amnesty International, a farne le spese furono in quegli anni (ed ancora oggi) centinaia e centinaia di civili finiti in carcere senza processo, dopo essere passati nelle mani di vere e proprie squadre di torturatori, alla stregua di quelli presentati nel film In nome del padre del regista Jim Sheridan.

Il libro di Sands, prezioso documento sulla storia nord-irlandese degli ultimi anni, è quindi un utile strumento per comprendere le ragioni per cui, nonostante la firma dell’Accordo del «Venerdì Santo» dell’aprile 1998, rappresenti ancor oggi una ferita aperta nel cuore dell’Europa.

 

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Chi era Joe, un rivoluzionario o un terrorista, un idealista o uno spietato calcolatore
Brendan Anderson: “Joe Cahill – Una vita in libertà” (Bompiani, pp. 206).

L’ultima intervista di Joe Cahill, uno degli esponenti piu’ importanti dell’Irish Republican Army rilasciata al giornalista Brandan Anderson, poco prima di morire, nel 2004 a 84 anni.

Ne e’ uscito un ritratto privo di abbellimenti, diretto, quasi violento nel presentare la presa di coscienza di Cahill, la necessita’ per lui di difendere i propri ideali con le armi, di venire a patti con personaggi discutibili, di contrabbandare armi, pur di realizzare il suo sogno: vedere di nuovo unito il suo Paese, secondo un personale e distorto senso di repubblicanesimo.

 

Una vita in libertà

Cahill, che parla con estrema franchezza delle cose “che ha deciso in tutta liberta’ di affrontare”, scrive Anderson, parte dalla sua infanzia a Belfast negli anni di un “crudo settarismo”; rievoca la sua entrata nell’Ira a 16 anni, con l’addestramento alle armi, i soldi risparmiati sul lavoro di esattore per contribuire alla causa, fino al sempre maggiore coinvolgimento, che nel 1942 lo porto’, dopo un’azione finita tragicamente, in prigione, condannato a morte. Una sentenza trasformata poi in carcere a vita, ridotto a una condanna di 7 anni. Cahill, una volta scarcerato, rende la tattica dell’Ira piu’ aggressiva: impara a guadagnare consensi attraverso i media, utilizza gli attentati, le bombe (sono gli anni dell’uccisione del membro della famiglia reale MOuntbatten) come cassa di risonanza; chiede finanziamenti negli Usa, contrabbanda armi con Gheddafi.

Capisce prontamente tuttavia il momento in cui bisogna cedere le armi e lasciare la parola ai trattati. Nel 1998 partecipa in prima persona con il Sinn Fein di Gerry Adams ai negoziati con il governo inglese. Ne esce il Good Friday Agreement del quale allora aveva detto: “Non e’ perfetto, ha difetti, ma e’ una base per progredire. Potrebbe e dovrebbe essere un primo passo verso una repubblica di 32 contee. Per me e’ la nuova linea strategica”. Il suo impegno per la pace lo porta nel 2000 anche all’incontro con Bill Clinton.

Un uomo complesso e sorprendente, questo Cahill, che chiude la sua conversazione con Anderson ritornando agli ideali della sua adolescenza: “Quasi tutti credono, e anche io sono tra questi, che i cambiamenti che hanno avuto luogo ci consentiranno di agire politicamente (…)- afferma-. Il nostro obiettivo e’ un’Irlanda unita e la strategia che oggi stiamo attuando mira a raggiungere per via pacifica l’unita’ dell’Irlanda”.

 

Chi è Joe Cahill

Tutte le ‘estates’ nazionaliste, i quartieri–ghetto di Short Strand, del ‘Murph e di Lower Falls, hanno issato le bandiere a mezz’asta; l’Irlanda del Nord repubblicana e cattolica e’ in lutto: e’ morto Joe Cahill.

Il veterano repubblicano si e’ spento nella notte tra venerdi’ e sabato, ad ottantaquattro  anni compiuti. Ottantaquattro anni trascorsi in parte combattendo per l’indipendenza del suo paese, ed in parte nelle prigioni Inglesi.

La sua vita puo’ essere tranquillamente paragonata alla sceneggiatura di un film, oppure ad un romanzo: Cahill e’ nato nell’enclave cattolica di Whiterock Road, West Belfast, nel 1920 ed e’ stato una delle figure chiave della storia del movimento repubblicano, sia dal punto di vista militare che politico.

Gia’ noto alle autorita’ di Sua Maesta’ dalla fine degli anni ’30, nel 1942 fu condannato a morte, insieme ad altri cinque militanti, per l’omicidio di un poliziotto, Patrick Murphy; la sua pena fu commuttata in ergastolo, pare per diretto intervento del Vaticano.

Comunque, quando nel 1951 fu rilasciato, riprese immediatamente la militanza armata nell’IRA,  partecipando a quella sanguinosa campagna sul suolo inglese definita col nome di ‘Border Campaign’, fino a diventarne dapprima Comandante della Brigata di Belfast, ed in seguito, nei primi anni ’70, Chieff of Staff dell’intero Esercito Repubblicano Irlandese.

Fu lui nel 1973 ad innalzare il livello dello scontro armato contro lo stato Britannico, volando a Tripoli, in Libia, per incontrare il Colonnello Gheddafi e per allacciare quel continuo rapporto di scambio e compravendita, che tante armi ed esplosivi, sempre piu’letali, ha porttato nelle mani dell’IRA.

Lo stesso Cahill, l’anno successivo, fu arrestato di nuovo per essere stato intercettato su una nave, proveniente dalla Libia, destinazione Irlanda, con un carico di mitragliatrici ed armi di vario genere; conclusione: altri tre anni di reclusione.

“Cahill ha trascorso la sua intera esistenza in lotta. E’ stato il leader della  Causa Repubblicana, ma ne e’ stato anche  l’ umile servitore”.

Queste sono state la parole di tributo pronunciate da Gerry Adams, presidente del Sinn Fein, braccio politico dell’IRA,  nei confronti dell’uomo che lui ha piu’ volte definito come il ‘padre’ di un’intera generazione di repubblicani.

Cahill e’ stato anche uno dei piu’ accaniti sostenitori del ‘cessate il fuoco’  dichiarato nel 1994 dall’Army Council dell’IRA; e proprio per questo motivo, trascorse parecchio tampo negli Stati Uniti per cercare il supporto degli Irlandesi d’America, prolifici finanziatori del movimento a cui lui ha dedicato tutta una vita.

In piu’, sempre Adams ha ricordato un curioso aneddoto, accaduto quattro anni orsono, durante la visita di Bill Clinton nelle sei contee. Adams, nell’atto di presentare Joe Cahill a Clinton, fu interrotto dallo stesso presidente americano, che gli disse:

“Quest’uomo non ha bisogno di presentazioni, so’ gia’ tutto di lui”.

Nel 1998, all’indomani del Good Friday Agreement, accordo di pace targato New Labour, Cahill fu eletto vice- presidente onorario a vita del Sinn Fein; nello scorso Ard Fheis (congresso nazionale) del partito la sua ultime apparizione pubblica.

In quella occasione disse: “Ricordatevi che abbiamo vinto la Guerra, adesso diamoci da fare per vincere la Pace”.

Il piu’ grosso problema da affrontare quando si parla del conflitto nordirlandese e’ sempre quello di un’oggettiva difficolta di distinguere cio’ che puo’ essere definito con l’aggettivo di ‘politico’ e cio’ che, invece, va considerato come ‘crimine’.

E tale contrasto in questo caso e’ evidente; la storia di Joe Cahill e’ la piu’ classica delle storie nordirlandesi: da una parte eletto a vero eroe, combattente per la liberta’, con le sue azioni, violente nella maggior parte dei casi, ma comunque mitizzate, mentre dall’altra parte della comunita’, quella ‘arancione’, logicamente demonizzato come un killer di professione, a capo di un’orda di terroristi.

Quello che comunque e’ doveroso dire, anzi scrivere, e’ che con la sua morte si e’realmente spenta la luce su di uno dei grandi e piu’ longevi protagonisti di questao triste dilemma dell’Europa Occidentale, storia infinita composta da divisioni, odii settari, H-Blocks e ‘Stakeknife’; ma soprattutto caratterizzata dalle vite vissute dagli abitanti di queste sei contee, e’ vero cosi’ piccole, ma ancora capaci di catturare l’attenzione del mondo intero.

Lo scrittore presenta in Italia il suo ultimo libro “Brooklyn” e parla a tutto campo. Dal Trattato di Lisbona all’Ulster, sino all’amore per il Belpaese. Sbocciato a Italia 90. Ha vinto premi letterari di statura mondiale, tra cui il più ricco del globo, l’Impac Dublin Prize, nel 2006. È considerato tra i più grandi scrittori irlandesi contemporanei. E, anzi, Mario Fortunato lo ha definito «forse il miglior scrittore in lingua inglese dei nostri tempi».

Una gloriosa introduzione per Colm Toíbín, in questi giorni in Italia per presentare il suo nuovo romanzo Brooklyn, importato da Bompiani (329 pp., euro 18,50). L’autore 54enne è giunto ieri a Milano nell’ambito de La Milanesiana, rassegna ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi. Il Riformista ha conversato con l’autore, sul suo ultimo romanzo – ben accolto dalla critica anglosassone -, e non solo.

Brooklyn di Colm Toíbín

Non è facile trovare lavoro a Enniscorthy, una cittadina nel sudest dell’lrlanda. I primi anni cinquanta sembrano seminare solo insoddisfazione e nostalgia per un benessere che non c’è, neppure all’orizzonte. La giovane Eilis Lacey, prigioniera del confronto quotidiano con la madre e la sorella Rose, non vede davanti a sé alcuna prospettiva, finché l’imprevedibile visita di un prete emigrato, padre Flood, le fa scorgere l’opportunità di una vita diversa, al di là dell’oceano, a New York. E sarà proprio a Brooklyn che Eilis riuscirà a trasformare il passato in un futuro libero e propizio. E l’incontro con Tony, un ragazzo da amare, farà del sogno una reale possibilità che cambierà la sua vita, forse, per sempre. Colm Tóibín racconta una storia d’amore fatta di passioni e cadute; e la vertigine di Eilis, nella scelta fatale tra senso del dovere, appartenenza alla famiglia e desiderio di libertà, in quella linea d ombra tra l’adolescenza e l’età adulta.

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È sottile il filo che lega i dodici racconti di Uomini d’Irlanda di William Trevor: è poco più di una sensazione, penetrante e diffusa, un’atmosfera sottilmente malinconica che scandisce le vicende di personaggi assai diversi tra loro eppure tutti accomunati dall’incombere di un destino, a volte già riconosciuto, altre volte semplicemente presagito.

Ognuno dei protagonisti porta con sé la percezione chiara di un sussulto, breve e terribile, che ne scardina l’esistenza.

Spesso si tratta di un lutto, magari lontano nel tempo ma non ancora elaborato. Ma può anche trattarsi di qualcosa di meno appariscente, un semplice incontro, l’appuntamento misterioso con un uomo sconosciuto, o soltanto l’inaspettato riconoscimento di un volto familiare in una piccola via di Parigi, dopo anni di silenzio e di lontananza.

 

Il libro gli Uomini

Trevor ha costruito, attraverso i personaggi dei suoi racconti, un piccolo ed elementare labirinto irlandese che assomiglia moltissimo a quello delle esistenze degli esseri umani di tutte le latitudini.

E ce lo descrive con l’essenzialità tipica della sua scrittura, asciutta e compatta, ma anche capace di rapidissime e vertiginose incursioni: scoperte improvvise affidate a pochi gesti, affetti e sentimenti che emergono da infondate profondità interiori e soprattutto solitudine, un abisso di solitudine squarciato soltanto dal crollare della consuetudine quotidiana che, credendo di nasconderlo, lo alimentava.

 

L’autore

Trevor è nato a Mitchelstown, nei pressi di Cork. Dopo aver trascorso l’adolescenza nella provincia irlandese, ha frequentato il Trinity College di Dublino. Da molti anni vive in Inghilterra.
Narratore e drammaturgo, è autore di numerosi romanzi che ne hanno fatto uno dei maggiori scrittori di lingua inglese. Tra i suoi libri, Il viaggio di Felicia, Giochi da ragazzi, Marionette del destino, Notizie dall’Irlanda, Morte d’estate, Gli scapoli delle colline, La storia di Lucy Gault e Regole d’amore, pubblicati in Italia da Guanda.

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Diario d’Irlanda è uno degli affreschi più intensi e poetici sull’Isola di Smeraldo. L’autore, Heinrich Boll, dipinge con le parole luoghi, persone, sensazioni incontrare e vissute durante il suo viaggio nel verde della Terra dei Santi.

E’ il 1955 quando Boll, futuro premio Nobel per la Letteratura, lascia la nativa Germania e insieme alla famiglia tutta si imbarca in un’avventura da cui nascerà un’utopica visione: ritratti elegiaci alternati da paesaggi sferzati dal vento e dalla povertà.

Un’umana inconsueta testimonianza sull’Irlanda, paesi di forti contrasti, intriso di asprezze e dolcezze, maledizioni preghiere, dove la poesia della vita può apparire all’improvviso, dietro l’angolo della strada.

Sinossi

Pubblicato nel 1957 e definito dalla critica del tempo “un’utopia”, questo libro può essere letto oggi come una fiaba dal gusto arcaico. In una serie di brevi flash l’autore presenta, con estremo realismo, la verde Irlanda come un paese nel quale il dolce si mescola all’amaro, la preghiera alla maledizione; un luogo in cui la poesia si incontra anche all’angolo della strada. Incantevole “pastorale”, che sa di vacanza, di respiro ossigenante, di sogno o di favola, “Diario d’Irlanda” è una testimonianza umana piena di poesia. Introduzione di Italo Alighiero Cusano.

 

Dettagli sul Diario

Genere: Letteratura internazionale
Listino: €9,00
Editore: Mondadori
Collana: Oscar scrittori del Novecento
Data uscita: 01/01/1998
Pagine: 1
Lingua: Italiano
Traduttori: Marianelli M.
EAN: 9788804461913

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Dopo il successo strepitoso e immediato in Italia, il romanzo vincitore del Concorso Internazionale “Narrando” di Albus Edizioni conquista anche l’Irlanda, dove sarà presentato il prossimo 9 febbraio.

Ad introdurre la serata dedicata alle giovani penne italiane sarà il Presidente dell’Istituto Italiano di Cultura di Dublino, dottor Bruno Busetti. Per la gioia del pubblico, saranno presenti l’autrice Raffaella Santulli e lo scrittore Mauro Fiorio Plà con il suo Low Cost “Mezzo pieno” ha infatti suscitato anche all’estero una vivace attenzione da parte dei critici e dei lettori facendo presto parlare di sé.

Forse perché…in qualsiasi fase della vita, in qualsiasi posto e in qualsiasi momento della giornata non c’è niente di più salutare che immergersi in un…Mezzo Pieno di romanticismo. Una giovane sposa segue il suo altrettanto giovane consorte che per motivi di lavoro si trasferisce a Torino da un paese meridionale.

 

Raffaella Santulli, Mezzo pieno

La tranquilla e rassicurante vita di un paese di provincia è messa subito a confronto con l’inquietante caos cittadino. Il calore umano diventa solo un tenero ricordo nella totale noia e indifferenza della nuova realtà sociale in cui è difficile adattarsi. Perché “quando cambi posto è un po’ come se ripartissi da zero, è un po’ come se resettassi il passato”. Allora non resta che mettersi in gioco, tirando fuori il meglio di sé  e… trovare un lavoro… nuove amicizie… e accorgersi che la vita può dare molto di più… Questione di scelte, tra testa e cuore, convenzioni e desideri… Scelte difficili, “perché ci hanno detto che la vita è questa, perché la vita ce l’hanno insegnata sui banchi di scuola, perché ci  hanno detto questo sì, questo no, questo è bene, questo è male, non mangiare la mela che morirai e lavorerai sudando e partorirai con dolore. Ci hanno detto che i nostri pensieri sono sporchi, che dobbiamo lavare le nostre mani e le nostre anime, ci hanno detto che dobbiamo svegliarci  alle sette ogni mattina e timbrare il cartellino e andare a scuola e fare i compiti, che se invece ti compri un gelato e ti stendi sul prato al sole non hai fatto il tuo dovere”. Quindi: “Lasciarsi andare o trattenersi? Sentirsi viva o morire lentamente? Non riesco a scegliere un paio di jeans, come posso scegliere della mia vita?”. È come se due anime prendessero a combattere nella stessa persona, in una vita che ci arma contro tutto e contro tutti e anche contro noi stessi: “Armata contro me stessa, perché ci hanno messe in due in questo corpo e a volte si sta stretti”.

Al suo primo romanzo, la Santulli ha realizzato un concentrato di emozioni che fluiscono, dense, dalla sua vena di scrittrice per scorrere, attraverso parole chiare, accurate, e schiette, a regalarci una lettura piacevole e coinvolgente che sa porci però molti spunti di riflessione. “Com’è il vostro bicchiere? Mezzo vuoto o mezzo pieno? Vi scervellate sulla quantità e non guardate il  contenuto…”. Raffaella Santulli nasce a Napoli nel 1976. Laureatasi in giurisprudenza con abilitazione forense, si trasferisce a Torino. Vive tra l’Italia e l’Irlanda.

 

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Partendo dalla prima pagina ho subito la fascinazione di uno stile pulito e scorrevole. Un modo di scrivere che, irriducibilmente, trasforma il libro in un buon libro.

Daniel di Waterford è ambientato in Irlanda e racconta di un giovane professore di letteratura inglese, Daniel O’Connell, che da Waterford, città in cui vive, si sposta a Dublino per coronare il sogno della sua vita nei suoi ultimi giorni. Daniel, infatti, sa che è prossimo l’avvento della sua morte e, proprio da tale consapevolezza, vive la vita con occhi diversi.

Soffre di non poter approfondire le relazioni con coloro che ama o che ritiene interessanti. Scrive una lettera alla sua donna, raccomandandole di vivere l’amore nella sua autenticità. Mantiene la dovuta distanza dalla vita, pur desiderandola vivere, pur rimanendo ancora deluso dalle sue crudeltà….come nell’incontro con Meggy. Calpesta solennemente il prato del Trinity College chiedendosi ancora se è all’altezza dell’ incarico conferitogli.

 

Daniel

Luca Delgado, in una forma essenziale quanto elegante, ci racconta una storia, che a tratti sembrerebbe autobiografica, tanto è permeata di dimensioni interiori descritte in modo straordinariamente sintetico e paradossalmente netto.

Il tempo scandisce ritmi e tensioni in un divenire dinamico e allo stesso tempo statico poiché impregnato di una consapevolezza onnipresente e corrosiva. Esso è stimato oltre l’eccesso divenendo un importante elemento del racconto, probabilmente la chiave intera del libro: è proprio intorno al concetto di tempo che ruotano armonicamente i più svariati aspetti della narrazione, non ultimo il tema della morte.

Ulteriori informazioni
Titolo Daniel di Waterford
Autore Luca Delgado
Editore Otma Edizioni
Anno 2008
Prezzo € 9,00

Tratto da Il Reporter

 

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