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Torna la paura in Irlanda del Nord. Una perquisizione nella città di Derry, in vista della festa di Pasqua, è finita con la morte di una donna di 29 anni. Si tratta della giornalista Lyra McKee, raggiunta da alcuni colpi d’arma da fuoco mentre seguiva gli scontri scoppiati nella notte. La polizia stava perlustrando la zona residenziale di Creggan, dove si temeva fossero conservate armi da utilizzare durante il fine settimana.

Unanime la condanna delle autorità che non hanno esitato a definire l’agguato un atto di terrorismo. Inequivocabile stando a quanto raccontato dalla giornalista Leona O’Neill, che si trovava a pochi metri dalla vittima: “L’uomo ha girato l’angolo e ha aperto il fuoco”. A confermare la tesi di O’Neill sono stati diversi testimoni oculari scesi in strada per capire cosa stesse accadendo. C’erano famiglie, giovani e bambini, avrebbero potuto uccidere ancora.

Stando a quanto dichiarato dalla polizia nordirlandese, nel dettaglio il commissario della polizia del Nord Irlanda (PSNI) Mark Hamilton, l’attacco sarebbe stato premeditato e coordinato: più di 50 bombe molotov e colpi di arma da fuoco. A pochi giorni, è arrivata la rivendicazione da parte della Nuova Ira. “L’Ira porge le nostre piene e sincere scuse al partner, alla famiglia e agli amici di Lyra Mckee per la sua morte” si legge in un comunicato inviato al quotidiano ‘The Irish Times’ e pubblicato dal suo sito. Gli autori della nota, assicurano dalla redazione, usano un codice di riconoscimento, e il testo è pertanto da ritenersi autentico.

McKee si è accasciata a terra. Non ce l’ha fatta

Una notte tragica che fa ripiombare l’Irlanda del Nord alla vicenda della Bloody Sunday. La nuova Irish Repubblican Army, – stando alle dichiarazioni della polizia nordirlandese – avrebbero ucciso volutamente. Lo scopo, delle cellule ancora attive, è di riaccendere la faida tra cattolici e protestanti. Un’occasione che alcuni fanatici stanno sfruttando sull’onda della Brexit. “È un atto orrendo, ingiustificato, terribile”, ha sottolineato Hamilton, i cui responsabili sono probabilmente i dissidenti repubblicani della Nuova Ira, una fazione che non ha mai accettato i termini dell’accordo di pace del venerdì Santo, firmato nel 1998.

Le dichiarazioni

“Sono sconcertata e profondamente addolorata” ha dichiarato Michelle O’Neill, leader del Sinn Féin. “Condanno senza riserve i responsabili della morte di questa giovane donna”. Per Arlene Foster, del partito unionista democratico (DUP), si tratta di “un atto senza senso, che spezza il cuore”.

Arresti

La polizia ha effettuato due arresti nell’ambito dell’omicidio della giornalista Lyra McKee a Derry. Si tratta di due giovani di 18 e 19 anni. Stando alla ricostruzione degli agenti, un uomo avrebbe esploso dei colpi colpendo alla testa la giornalista che si trovava vicino a uno dei veicoli della polizia. I due sono stati rilasciati. Successivamente è stata arrestata una donna, di 57 anni, sospettata di attività terroristiche.

 

Altre risorse interessanti

Silvia Calamati – Laurence McKeown – Denis O’Hearn. IL DIARIO DI BOBBY SANDS
Storia di un ragazzo irlandese

Castelvecchi Editore, 2010 – Collana: I Timoni – p. 288- 16,00 euro

5 MAGGIO 1981 – 5 MAGGIO 2010
29° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI BOBBY SANDS

Nato a Belfast nel marzo 1954, Robert Gerard “Bobby” Sands abbracciò la causa dell’indipendentismo irlandese a soli diciassette anni, nella convinzione di non poter fare nulla di diverso per combattere le ingiustizie che vedeva crescere intorno a lui. Arrestato più volte e più volte condannato senza prove a suo carico, trascorse gran parte della sua vita nello spietato carcere di Long Kesh – ribattezzato “The Maze” – dove, il 5 maggio del 1981, al culmine di una tragica protesta durata quattro anni, si lasciò morire di fame dopo aver rifiutato il cibo per ben 66 giorni consecutivi.

Dopo di lui, tra il maggio e l’agosto 1981,  altri nove giovani prigionieri repubblicani irlandesi, tutti al di sotto dei trent’anni, morirono a Long Kesh.
Bobby Sands è stato salutato come un eroe non soltanto dai suoi compagni ma da chiunque, in ogni parte del mondo, si ritrovi impegnato a lottare per la giustizia e la libertà.
Il diario di Bobby Sands restituisce al lettore quelli che furono la vita e i sogni di un ragazzo irlandese, riproponendo, dopo decenni di censure, i drammi di una guerra in Europa troppo spesso dimenticata, che ha causato oltre 3.700 morti.

Estratto

“Se non riescono a distruggere il desiderio di libertà non possono stroncarti. Non mi stroncheranno perché il desiderio di libertà e la libertà del popolo irlandese sono nel mio cuore. Verrà il giorno in cui tutto il popolo irlandese avrà il desiderio di libertà. Sarà allora che vedremo sorgere la luna”. (Bobby Sands, 17 marzo 1981).

Silvia Calamati

Si occupa della questione irlandese dal 1982. Ha tradotto Un giorno della mia vita (Feltrinelli, 1996) di Bobby Sands e Guerra e liberazione in Irlanda (Edizioni della Battaglia, 1998) di Joseph McVeigh. Tra le sue pubblicazioni, i saggi Figlie di Erin. Voci di donne dell’Irlanda del Nord (Edizioni Associate, 2001, tradotto in inglese, spagnolo e gaelico), Irlanda del Nord. Una colonia in Europa (Edizioni Associate, 2005) e Qui Belfast. 20 anni di cronache dall’Irlanda di Bobby Sands e Pat Finucane (Edizioni Associate).
Collaboratrice di Rai News 24, ha ricevuto il premio internazionale Tom Cox Award per il suo impegno di giornalista e scrittrice.

Laurence McKeown

Ex compagno di prigionia di Bobby Sands , nel 1981 condusse lo sciopero della fame per 70 giorni. Divenuto oggi scrittore, ha sceneggiato  il film H3 (2001), ispirato alla tragica vicenda di Sands e dei suoi compagni di prigionia nel carcere di Long Kesh.

Denis O’Hearn

Negli anni Settanta ha lavorato a Belfast come giornalista contribuendo in maniera decisiva, grazie agli articoli pubblicati su «In These Times» e «The Guardian», a far conoscere le lotte carcerarie dei prigionieri politici irlandesi detenuti a Long Kesh. Insegna sociologia alla University of  Binghamton di New York.

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Il libro, scritto dal giornalista irlandese Ed Moloney, svela la drammatica vicenda delle trame e delle mortali rivalità tra i membri di uno dei più oscuri gruppi terroristici d’Europa.

Al centro della storia, un uomo solo: Gerry Adams. Moloney porta alla luce nuovi sconvolgenti materiali e testimonianze sulla sua carriera di giovane leader dell’IRA a Belfast e sull’incessante scalata al potere.

Ed Moloney si pone e ci pone una forte e inquietante domanda: come può un uomo che ha comandato e condonato spaventose atrocità essere anche la forza trainante del cessate il fuoco e del processo di pace?

 

Ed Moloney presenta la storia segreta dell’IRA

Grazie al lavoro di ricerca dell’autore e alla ricchissima documentazione esaminata e prodotta, “La storia segreta dell’IRA” colpisce e smonta tutte le nostre nozioni, le conoscenze e le opinioni sul processo di pace irlandese e, soprattutto, sulla storia inglese e irlandese del tardo XX secolo. Scritta dal giornalista irlandese Ed Moloney, questa monumentale ricostruzione svela la drammatica vicenda delle trame e delle mortali rivalità tra i membri di uno dei più oscuri gruppi terroristici d’Europa.

Al centro della storia, un uomo solo: Gerry Adams. Moloney porta alla luce nuovi sconvolgenti materiali e testimonianze sulla sua carriera di giovane leader dell’IRA a Belfast e sull’incessante scalata al potere, ponendosi e ponendoci una forte e inquietante domanda: come può un uomo che ha comandato e condonato spaventose atrocità essere anche la forza trainante del cessate il fuoco e del processo di pace? Ricco di rivelazioni – compreso il lungo e travagliato rapporto con il regime di Gheddafi, i rapporti diplomatici segretissimi tra la Lady di ferro Margaret Thatcher e Adams, i negoziati tra la Chiesa cattolica e la leadership repubblicana e il ruolo cruciale giocato dalle amministrazioni Clinton e Bush – il volume ridefinisce i confini di una delle più complesse guerre civili della vecchia Europa.

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Genere: politica internazionale
Editore: Dalai Editore
Collana: I nani
Data uscita: 27/06/2005
Pagine:699
Formato:brossura
Lingua: Italiano
Traduttori: Salvatore Giovanni Fichera
Titolo: A Secret History of the IRA
EAN: 9788884907578

 

Altre risorse interessanti

Da oltre trent’anni le sei contee nordirlandesi sono tormentate da un conflitto etnico nazionale tra due “segmenti etnici”, cattolici e protestanti, malamente gestito da una delle più antiche democrazie del mondo (il Regno unito), e che né il processo di integrazione europea né l’interferenza a singhiozzo dell’egemone americano (dietro pressioni della lobby irlandese-americana) sono riusciti a ricomporre.

L’attuale congelamento del conflitto è solo apparente, la ripresa della guerra civile è tutt’altro che una remota possibilità. La momentanea pausa di violenza sembra essere più che altro la conseguenza della decisione delle organizzazioni paramilitari repubblicane e lealiste di non compromettere la propria causa nazionale ricorrendo ad atti di terrorismo in un momento in cui questi vengono massicciamente utilizzati da Al-Qaeda. Ma la situazione resta esplosiva.

La ripresa dell’assetto istituzionale di tipo “consociativo-condominiale”, attualmente sospeso, sembra essere, dunque, l’unica speranza.

 

Un conflitto etnico nel cuore dell’Europa di Luca Bellocchio

Drammaturgo, teorico della letteratura, fine critico delle opere di Shakespeare, Yeats, Swift e Joyce, severo censore del postmodernismo, biografo di se stesso.

Terry Eagleton è tutto questo, e altro ancora. In questo libro la sua intelligenza combattiva e tagliente, da sempre ammirata e temuta, si cimenta con il genere della recensione, raggiungendo esiti davvero straordinari. Eagleton non si accontenta infatti di valutare le idee di uno scrittore e le tesi di un libro ma nel suo stile inimitabile, spesso percorso da una vena crudelmente comica, non manca mai di dipingere un brillante affresco teorico e politico che funge da vero e proprio sfondo al suo impegno nell’analisi dei testi di volta in volta “presi di mira”.

Il libro è una raccolta di appassionate recensioni scritte in poco più di un decennio, periodo durante il quale Eagleton ha affrontato a viso aperto personaggi come Stanley Fish, Gayatry Spivak, Slavoj Zizek, Edward Said e persino David Beckam, tutti vittime del suo caustico umorismo, dell’implacabile vena critica e delle sue brillanti doti di detective nel campo della letteratura.

 

Dettagli

Genere: politica internazionale
Editore: Meltemi
Collana: Melusine
Data uscita: 26/10/2006
Pagine: 208
Formato: brossura
Lingua: Italiano
EAN: 9788883535109

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Altre risorse interessanti

Nonostante la fine della lotta armata dell’IRA la violenza in Irlanda del Nord continua, nel completo silenzio dei media internazionali. Una Colonia in Europa documenta ciò che abbiamo appena detto. L’autrice è Silvia Calamati.

Un conflitto che è tutt’altro che una “guerra di religione” o “guerra civile”. In oltre trent’anni, per cercare di sconfiggere l’Irish Republican Army, il Governo britannico ha esercitato un controllo della popolazione che non ha eguali in Europa. Ha conferito a soldati e polizia poteri eccezionali e legalizzato la politica dello “sparare per uccidere”, così come denunciato da Amnesty International e dai più prestigiosi organismi internazionali per i diritti umani.

Ha infine messo in atto una strategia, costellata di collusioni tra servizi segreti, forze di sicurezza e gruppi paramilitari lealisti, che ha portato all’uccisione di decine e decine di civili innocenti, tra cui gli insigni avvocati Pat Finucane e Rosemary Nelson e il giornalista Martin O’Hagan.

 

Una Colonia in Europa, libro

Una Colonia in Europa, scritto da una giornalista collaboratrice di RAI NEWS 24, non mancherà di suscitare pesanti interrogativi sulle responsabilità e sul modo in cui Londra ha gestito tale secolare conflitto.

Chi è Silvia Calamati

Giornalista e scrittrice, si occupa della questione irlandese dal 1982. Ha vissuto due anni a Dublino e trascorso lunghi periodi a Belfast. Tra il 1990 e il 1995 ha seguito il problema dell’Ulster per il settimanale AVVENIMENTI. Dal 1999 collabora con RAI NEWS 24. Ha curato la traduzione di UN GIORNO DELLA MIA VITA (Feltrinelli), di Bobby Sands, il primo dei dieci giovani repubblicani irlandesi che nel 1981 si lasciarono morire di fame nel carcere di Long Kesh, a pochi chilometri da Belfast, per rivendicare lo status di prigioniero politico.
Ha tradotto e curato GUERRA E LIBERAZIONE IN IRLANDA. LA CHIESA DEL CONFLITTO (Edizioni della Battaglia, 1998), scritto dal sacerdote nord-irlandese Joseph McVeigh.
Nel 2001 ha pubblicato FIGLIE DI ERIN. VOCI DI DONNE DELL’IRLANDA DEL NORD (Edizioni Associate) e, l’anno successivo, la versione in lingua inglese, WOMEN’S STORIES FROM THE NORTH OF IRELAND (Beyond the Pale Publications).
Per la sua attività di giornalista e scrittrice nel 2002 le è stato assegnato a Belfast il Premio Internazionale TOM COX AWARD.

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Altre risorse

Da decenni in Irlanda del nord vengono perpetrate gravissime violazioni dei diritti umani soprattutto a danno dei civili. Sono ormai palesi le collusioni tra le forze dell’ordine, l’esercito britannico e i gruppi paramilitari lealisti fedeli alla Corona britannica. Figlie di Erin racconta proprio questo.

Ciononostante il problema viene spesso liquidato affrettatamente come una questione di ordine pubblico interna alla Gran Bretagna o peggio come un’anacronistica guerra di religione tra cattolici e protestanti.

Figlie di Erin oltre all’edizione inglese (WOMEN’S STORIES FROM THE NORTH OF IRELAND, Belfast, Beyond the Pale), è disponibile ora anche in lingua spagnola. E’ stato infatti recentemente pubblicato a Barcellona dalla casa editrice Icaria, con il titolo HIJAS DE ERIN.

Figlie di Erin: voci di Donna

Già autrice e curatrice dei più importanti testi in italiano sul conflitto anglo-irlandese, Silvia Calamati, giornalista collaboratrice di RAI NEWS 24, aggiunge in “Figlie di Erin” un altro tassello fondamentale alla conoscenza critica di un conflitto spesso banalizzato, talvolta anche in modo fuorviante, dagli organi di stampa italiani. Il volume raccoglie oltre un decennio di interviste, testimonianze e racconti pieni di sofferenza – ma anche di orgoglio – che le donne nordirlandesi hanno rilasciato negli anni all’autrice, la quale è riuscita a trasformarle in un potente atto d’accusa nei confronti dell’autorità britannica nel nord. In questo senso Calamati conferma ancora una volta grande sensibilità e competenza in materia, e particolarmente felice appare la scelta di dare voce a un universo, quale quello femminile, la cui anima è stata letteralmente lacerata dal conflitto.

Mogli e sorelle, madri e fidanzate, storie di donne comuni in circostanze eccezionali quali quelle di una guerra a bassa intensità combattuta nel cuore dell’Europa tra l’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale e la “criminalizzazione” portata avanti con ogni mezzo dalla propaganda britannica. Per la prima volta a parlare del conflitto, in Figlie di Erin, sono donne impegnate in iniziative politiche ma anche semplici casalinghe trascinate nel dramma loro malgrado, mobilitate dalla perdita di un affetto o dalla privazione della libertà, comunque dall’assurdità di un regime costruito per opprimere e schiacciare una comunità privandola dei diritti umani più fondamentali.

Talvolta alcune di loro sono trasformate da un evento tragico, spinte a impegnarsi dalla ricerca di un conforto nell’effetto terapeutico che la lotta per una causa può talvolta offrire in situazioni disperate. Le “voci” che escono dalle pagine di questo libro sono in realtà grida di dolore, ma anche testimonianze di grande dignità da parte di donne “forti ma anche dolci come le pietre delle isole Aran”, che hanno affrontato tutte le difficoltà con coraggio e a testa alta, sapendo di agire sempre e comunque nel giusto. Anche per questo si tratta di “voci” che pesano come macigni sulla coscienza di chi in tutti questi anni non ha visto o ha fatto finta di non vedere l’immane tragedia del popolo irlandese. Da non perdere.

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Bobby Sands, UN GIORNO DELLA MIA VITA con l’introduzione di Sean MacBride A cura di Silvia Calamati, Milano, Feltrinelli, 1996.

‘Sono un prigioniero politico perchè sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra’.

Queste parole sono tratte da Un giorno della mia vita, di Sands, uno dei dieci detenuti repubblicani irlandesi che nel 1981 si lasciarono morire di fame nel carcere di Long Kesh, a pochi chilometri da Belfast, per ottenere il riconoscimento dello status di prigionieri politici. Uno stillicidio di vite voluto con freddo e cinico calcolo dal governo britannico dell’allora primo ministro Margaret Thatcher, nel tentativo di minare la lotta repubblicana all’interno e all’esterno del carcere.

 

Un giorno della mia vita

Il libro, introdotto dalla prefazione di Sean MacBride, Premio Nobel per la Pace, raccoglie gran parte dei messaggi che Sands scrisse su pezzetti di carta igienica, fatti uscire clandestinamente dalla prigione. Era il periodo in cui, alla fine degli anni Settanta, assieme ad altri trecento prigionieri, stava conducendo la blanket protest: una protesta che consisteva nel rifiutarsi di indossare l’uniforme del carcere, che avrebbe equiparato a criminali comuni coloro che invece si ritenevano prigionieri politici, combattenti per la libertà del proprio paese.

Per questa ragione Sands e i suoi compagni scelsero di vivere per anni nudi, con solo delle coperte per coprirsi, in celle senza vetri e con i pavimenti ed i muri coperti di escrementi, spazzatura e rifiuti, che i secondini si rifiutavano di rimuovere. Anni di quotidiani e brutali pestaggi, brutalità e violenze, perpetrate su quelle che Sands definisce ‘carni martoriate’.

Un giorno della mia vita è una testimonianza sconvolgente, lucida e terribile di una giornata tipo nei Blocchi H. Racconta i pestaggi a sangue, le perquisizioni anali imposte con la forza, il freddo intenso sofferto dai detenuti, costretti a camminare per la cella fino ad d essere esausti. E poi l’infinita solitudine, i vermi gettati dai secondini nei pasti dei prigionieri, le nuvole nere di mosche sui mucchi di spazzatura e sugli escrementi, la gioia di riuscire a portare di nascosto in cella, dopo la visita e nonostante le dure perquisizioni, una breve lettera dei familiari. Ma soprattutto esprime, in tutta la loro intensità, il coraggio e la determinazione di chi sapeva che non ci sarebbe stata alcuna tortura in grado di ‘annientare la resistenza di un prigioniero politico repubblicano che non vuole cedere’.

La seconda parte del libro ripropone in versione integrale il Diario che Sands scrisse per 17 giorni a partire dal 1° marzo 1981, il giorno in cui iniziò lo sciopero della fame che l’avrebbe portato alla morte 66 giorni dopo, il 5 maggio 1981. Un testamento politico che lo affianca alle figure più alte della storia tragica e secolare del Movimento Repubblicano irlandese: «Credo di essere soltanto uno dei molti sventurati irlandesi usciti da una generazione insorta per un insopprimibile desiderio di libertà». Una confessione intima e sofferta, con cui egli disegna una mappa di valori irrinunciabili, un codice morale che va oltre il mero esercizio del coraggio: «Nella mia mente tormentata c’è al primo posto il pensiero che l’Irlanda non conoscerà mai pace fino a quando la presenza straniera ed oppressiva della Gran Bretagna non sarà schiacciata, permettendo a tutto il popolo irlandese di controllare, unito, i propri affari e di determinare il proprio destino come un popolo sovrano».

Una «presenza oppressiva» che viene dettagliatamente documentata nella lunga cronologia presentata in appendice alla fine del libro: «1971/1981: dall’internamento agli scioperi della fame», curata da Silvia Calamati, giornalista collaboratrice di RAI NEWS 24 e autrice. Una Colonia in Europa (2005). E’ una finestra aperta su dieci anni di storia irlandese. Da essa tragicamente traspare che la morte di Sands e dei suoi nove compagni non furono altro che la punta di un iceberg, rappresentato dalla «macchina di repressione e di tortura» messa in atto nelle Sei Contee nord-irlandesi dal governo inglese fin dall’invio delle sue truppe nel 1969. Come denunciato da Amnesty International, a farne le spese furono in quegli anni (ed ancora oggi) centinaia e centinaia di civili finiti in carcere senza processo, dopo essere passati nelle mani di vere e proprie squadre di torturatori, alla stregua di quelli presentati nel film In nome del padre del regista Jim Sheridan.

Il libro di Sands, prezioso documento sulla storia nord-irlandese degli ultimi anni, è quindi un utile strumento per comprendere le ragioni per cui, nonostante la firma dell’Accordo del «Venerdì Santo» dell’aprile 1998, rappresenti ancor oggi una ferita aperta nel cuore dell’Europa.

 

Altre risorse interessanti

Chi era Joe, un rivoluzionario o un terrorista, un idealista o uno spietato calcolatore
Brendan Anderson: “Joe Cahill – Una vita in libertà” (Bompiani, pp. 206).

L’ultima intervista di Joe Cahill, uno degli esponenti piu’ importanti dell’Irish Republican Army rilasciata al giornalista Brandan Anderson, poco prima di morire, nel 2004 a 84 anni.

Ne e’ uscito un ritratto privo di abbellimenti, diretto, quasi violento nel presentare la presa di coscienza di Cahill, la necessita’ per lui di difendere i propri ideali con le armi, di venire a patti con personaggi discutibili, di contrabbandare armi, pur di realizzare il suo sogno: vedere di nuovo unito il suo Paese, secondo un personale e distorto senso di repubblicanesimo.

 

Una vita in libertà

Cahill, che parla con estrema franchezza delle cose “che ha deciso in tutta liberta’ di affrontare”, scrive Anderson, parte dalla sua infanzia a Belfast negli anni di un “crudo settarismo”; rievoca la sua entrata nell’Ira a 16 anni, con l’addestramento alle armi, i soldi risparmiati sul lavoro di esattore per contribuire alla causa, fino al sempre maggiore coinvolgimento, che nel 1942 lo porto’, dopo un’azione finita tragicamente, in prigione, condannato a morte. Una sentenza trasformata poi in carcere a vita, ridotto a una condanna di 7 anni. Cahill, una volta scarcerato, rende la tattica dell’Ira piu’ aggressiva: impara a guadagnare consensi attraverso i media, utilizza gli attentati, le bombe (sono gli anni dell’uccisione del membro della famiglia reale MOuntbatten) come cassa di risonanza; chiede finanziamenti negli Usa, contrabbanda armi con Gheddafi.

Capisce prontamente tuttavia il momento in cui bisogna cedere le armi e lasciare la parola ai trattati. Nel 1998 partecipa in prima persona con il Sinn Fein di Gerry Adams ai negoziati con il governo inglese. Ne esce il Good Friday Agreement del quale allora aveva detto: “Non e’ perfetto, ha difetti, ma e’ una base per progredire. Potrebbe e dovrebbe essere un primo passo verso una repubblica di 32 contee. Per me e’ la nuova linea strategica”. Il suo impegno per la pace lo porta nel 2000 anche all’incontro con Bill Clinton.

Un uomo complesso e sorprendente, questo Cahill, che chiude la sua conversazione con Anderson ritornando agli ideali della sua adolescenza: “Quasi tutti credono, e anche io sono tra questi, che i cambiamenti che hanno avuto luogo ci consentiranno di agire politicamente (…)- afferma-. Il nostro obiettivo e’ un’Irlanda unita e la strategia che oggi stiamo attuando mira a raggiungere per via pacifica l’unita’ dell’Irlanda”.

 

Chi è Joe Cahill

Tutte le ‘estates’ nazionaliste, i quartieri–ghetto di Short Strand, del ‘Murph e di Lower Falls, hanno issato le bandiere a mezz’asta; l’Irlanda del Nord repubblicana e cattolica e’ in lutto: e’ morto Joe Cahill.

Il veterano repubblicano si e’ spento nella notte tra venerdi’ e sabato, ad ottantaquattro  anni compiuti. Ottantaquattro anni trascorsi in parte combattendo per l’indipendenza del suo paese, ed in parte nelle prigioni Inglesi.

La sua vita puo’ essere tranquillamente paragonata alla sceneggiatura di un film, oppure ad un romanzo: Cahill e’ nato nell’enclave cattolica di Whiterock Road, West Belfast, nel 1920 ed e’ stato una delle figure chiave della storia del movimento repubblicano, sia dal punto di vista militare che politico.

Gia’ noto alle autorita’ di Sua Maesta’ dalla fine degli anni ’30, nel 1942 fu condannato a morte, insieme ad altri cinque militanti, per l’omicidio di un poliziotto, Patrick Murphy; la sua pena fu commuttata in ergastolo, pare per diretto intervento del Vaticano.

Comunque, quando nel 1951 fu rilasciato, riprese immediatamente la militanza armata nell’IRA,  partecipando a quella sanguinosa campagna sul suolo inglese definita col nome di ‘Border Campaign’, fino a diventarne dapprima Comandante della Brigata di Belfast, ed in seguito, nei primi anni ’70, Chieff of Staff dell’intero Esercito Repubblicano Irlandese.

Fu lui nel 1973 ad innalzare il livello dello scontro armato contro lo stato Britannico, volando a Tripoli, in Libia, per incontrare il Colonnello Gheddafi e per allacciare quel continuo rapporto di scambio e compravendita, che tante armi ed esplosivi, sempre piu’letali, ha porttato nelle mani dell’IRA.

Lo stesso Cahill, l’anno successivo, fu arrestato di nuovo per essere stato intercettato su una nave, proveniente dalla Libia, destinazione Irlanda, con un carico di mitragliatrici ed armi di vario genere; conclusione: altri tre anni di reclusione.

“Cahill ha trascorso la sua intera esistenza in lotta. E’ stato il leader della  Causa Repubblicana, ma ne e’ stato anche  l’ umile servitore”.

Queste sono state la parole di tributo pronunciate da Gerry Adams, presidente del Sinn Fein, braccio politico dell’IRA,  nei confronti dell’uomo che lui ha piu’ volte definito come il ‘padre’ di un’intera generazione di repubblicani.

Cahill e’ stato anche uno dei piu’ accaniti sostenitori del ‘cessate il fuoco’  dichiarato nel 1994 dall’Army Council dell’IRA; e proprio per questo motivo, trascorse parecchio tampo negli Stati Uniti per cercare il supporto degli Irlandesi d’America, prolifici finanziatori del movimento a cui lui ha dedicato tutta una vita.

In piu’, sempre Adams ha ricordato un curioso aneddoto, accaduto quattro anni orsono, durante la visita di Bill Clinton nelle sei contee. Adams, nell’atto di presentare Joe Cahill a Clinton, fu interrotto dallo stesso presidente americano, che gli disse:

“Quest’uomo non ha bisogno di presentazioni, so’ gia’ tutto di lui”.

Nel 1998, all’indomani del Good Friday Agreement, accordo di pace targato New Labour, Cahill fu eletto vice- presidente onorario a vita del Sinn Fein; nello scorso Ard Fheis (congresso nazionale) del partito la sua ultime apparizione pubblica.

In quella occasione disse: “Ricordatevi che abbiamo vinto la Guerra, adesso diamoci da fare per vincere la Pace”.

Il piu’ grosso problema da affrontare quando si parla del conflitto nordirlandese e’ sempre quello di un’oggettiva difficolta di distinguere cio’ che puo’ essere definito con l’aggettivo di ‘politico’ e cio’ che, invece, va considerato come ‘crimine’.

E tale contrasto in questo caso e’ evidente; la storia di Joe Cahill e’ la piu’ classica delle storie nordirlandesi: da una parte eletto a vero eroe, combattente per la liberta’, con le sue azioni, violente nella maggior parte dei casi, ma comunque mitizzate, mentre dall’altra parte della comunita’, quella ‘arancione’, logicamente demonizzato come un killer di professione, a capo di un’orda di terroristi.

Quello che comunque e’ doveroso dire, anzi scrivere, e’ che con la sua morte si e’realmente spenta la luce su di uno dei grandi e piu’ longevi protagonisti di questao triste dilemma dell’Europa Occidentale, storia infinita composta da divisioni, odii settari, H-Blocks e ‘Stakeknife’; ma soprattutto caratterizzata dalle vite vissute dagli abitanti di queste sei contee, e’ vero cosi’ piccole, ma ancora capaci di catturare l’attenzione del mondo intero.

Una lunga strada tra pace e guerra ha un taglio giornalistico azzeccato e rappresenta un valido contributo alla conoscenza della questione irlandese nel nostro paese: le sue pagine ci conducono attraverso i luoghi del conflitto, a percorrere quella che il titolo giustamente definisce “una lunga strada”. Purtroppo questa strada appare lungi dall’essere giunta al termine. Spesso infatti nel nostro paese si è portati a credere che con l’Accordo siglato due anni e mezzo fa il problema sia stato definitivamente risolto.

A oltre due anni da quell’Accordo appare dunque assai opportuna l’uscita di un libro come quello di Cerulli che, oltre a presentare un approccio analitico convincente, pone in primo piano la ricerca di una corretta interpretazione del conflitto. A questo scopo, la cura nei particolari con cui il tema è trattato – del tutto necessaria, essendo il problema ancora di tragica attualità – appare utile sia per chi non conosce affatto la questione che per chi la segue da anni.

Il volume si compone di quattro parti: “il regime unionista”, “le truppe inglesi”, “resistenza”, “il processo di pace”, attraverso una suddivisione apparentemente rigida; in realtà la lettura scorre attraverso un percorso geografico-narrativo che testimonia un’indubbia conoscenza dei luoghi e della materia da parte dell’autore, particolare certo non comune ai giornalisti del nostro paese. Ogni capitolo porta il nome di un luogo, di un paese o di un quartiere di quell’entità geopolitica artificiale nota al mondo col nome di Irlanda del Nord: l’insieme delle storie di questi luoghi, abilmente coordinate dall’autore, costituiscono un resoconto fedele di questi ultimi trent’anni di conflitto.

Conoscere Una lunga strada tra pace e guerra

Molte volte in passato ci siamo soffermati sulla difficoltà di trattare il conflitto irlandese inquadrandolo nella sua problematicità senza cadere in approssimazioni o trarre conclusioni affrettate. Se il libro di Cerulli appare sostanzialmente riuscito laddove altri lavori in passato avevano fallito o poco erano riusciti ad aggiungere all’approfondimento del problema all’interno del nostro paese, ciò significa innanzitutto due cose. In primo luogo, che un tema come quello del conflitto irlandese, pesantemente condizionato dalla macchina propagandistica britannica e da sterili strumentalizzazioni ideologiche è più facile analizzarlo da un punto di vista giornalistico che in chiave storica.

A riprova di questo la pressoché totale assenza di valide opere di storia dell’Irlanda in italiano. Secondariamente, ciò significa anche che per operare un’analisi scrupolosa come quella di Cerulli è necessario approfondire tali situazioni sul campo, rendendosi conto personalmente dei fatti, non dando ascolto a fonti scarsamente attendibili o filtrate da organi di informazione con sede a Londra. L’autore preferisce infatti nella maggior parte dei casi dare spazio a interviste raccolte tra la gente di Belfast, Portadown e Derry: politici, giornalisti, membri della Chiesa o di comunità di vario genere, ma soprattutto gente comune che ha vissuto il conflitto sulla propria pelle.

L’approccio adottato appare dunque convincente perché l’autore si pone completamente al servizio della gente del Nord Irlanda, dando spazio ai racconti, ai ricordi e alle confessioni, e queste costituiscono in buona sostanza le fonti del libro. Il giornalista di “Liberazione” si limita spesso esclusivamente – ma è senza dubbio abile nel farlo – a coordinare un’insieme di voci e a confezionare, di conseguenza, un resoconto organico ed esauriente senza indulgere in giudizi affrettati o in considerazioni mutuate da pareri altrui.

Completa degnamente l’opera una bella rassegna fotografica di Frankie Quinn dal titolo “le sei contee occupate”. Da rilevare infine che i proventi ricavati dalle vendite del volume e spettanti all’autore saranno devoluti a padre Des Wilson per la sua comunità di Springhill a Ballymurphy (Belfast).

Silvio Cerulli

Silvio Cerulli vive da alcuni anni a Belfast e dal 1997 è corrispondente dall’Irlanda per il quotidiano “Liberazione”. Essendo da tempo un testimone diretto degli sviluppi del conflitto nelle Sei Contee e del processo di pace in corso, Cerulli è riuscito a inquadrare il problema nella sua corretta dimensione.

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