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«Il più grande romanzo mai scritto in gaelico, e uno dei migliori libri usciti dall’Irlanda nel XX secolo», lo ha definito Colm Tóibín. È il capolavoro Parole nella polvere: l’Ulisse della cultura gaelica di Máirtín Ó Cadhain, uno dei più importanti autori in lingua irlandese del XX secolo.
Rimasto a lungo inaccessibile al pubblico internazionale, Parole nella polvere è stato descritto come lo Spoon River irlandese. Appare tuttavia assai lontano dal tono dolente di Lee Masters, risultando una commedia nera concitata e paradossale.
La traduzione è stata affidata a quattro traduttori: Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano. Perché non un solo traduttore? Perché poi quattro? Lo spiega Lindau. “La scelta ha tenuto conto proprio della struttura dialogica del testo, che in effetti si è prestato facilmente a riduzioni teatrali e radiofoniche. Tanto più che i magnifici quattro che hanno affrontato l’impresa – precisa la casa editrice indipendente – erano già rodati e ben affiatati per altre esperienze di lavoro comunitario. L’idea era che ciascuno traducesse la sua parte, ma potesse rappresentare alcune voci in particolare”.
 

Il libro Parole nella polvere

Da un piccolo cimitero del Connemara, di fronte all’Atlantico, si levano voci che dicono la loro su tutto e tutti: fatti personali, tragedie recenti, leggende popolari, guerra civile, rugby. Dialogano fra loro morti che non sono morti, e che anzi intervengono come se fossero ancora nel pieno delle loro vicende quotidiane.
Sopra tutti risuona la voce di Caitríona, sanguigna vedova in perenne dissidio con nuora e consuocera, col prete, con la sorella, col mondo intero insomma.
Parole nella polvere è un brulicante viluppo di storie radicate in un mondo intimamente orale. Un’incessante conversazione che ripercorre le contraddittorie vicende di una comunità, tra accuse e contro accuse che parlano di proprietà della terra, di matrimoni più o meno d’amore, di debiti ed eredità.
 

Il lavoro di traduzione

«Le traduzioni disponibili erano tre: una del 2015, una del 2016 (dello stesso editore) e una ben più antica (del 1984) compiuta per un PhD presso la UC Berkeley. Senza farla tanto lunga è stato necessario tenere d’occhio tutte e tre, sapendo bene che la prima era più un adattamento che una vera traduzione, ma per arrivare a determinare i pesi e le misure, privi come eravamo di ogni nozione della lingua originale, abbiamo cercato pareri e sponde tra gli esperti disponibili, in Italia come in Irlanda, oltreché chiedere all’editore irlandese il testo primigenio e indicazioni più precise sulle caratteristiche delle prime due traduzioni». Per saperne di più.
 

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Seconda metà dell’Ottocento, Veracruz. John Riley, accanto all’amata Consuelo, torna con la memoria agli anni in cui si è battuto a fianco dei messicani contro l’esercito degli Stati Uniti e le milizie volontarie del Texas, i terribili ranger. In circa due anni di sanguinose battaglie, il paese a sud del Río Bravo perde, oltre al Texas, buona parte del suo territorio.

E si registra un fenomeno singolare: molti degli irlandesi arruolatisi nelle file statunitensi disertano per unirsi ai messicani.

Tra questi, anche il tenente di artiglieria John Riley che, a capo del Batallón San Patricio, diventa l’incubo degli invasori: abili artiglieri e temibili fanti d’assalto, riescono spesso a compensare l’enorme disparità di armamenti.

Il libro Quelli del San Patricio

Dopo l’ultimo scontro nei sobborghi di Città del Messico, i vincitori si accaniscono con inaudita ferocia sui pochi superstiti del San Patricio: li impiccano tutti, tranne uno, il tenente Riley, perché era passato con i messicani prima che la guerra fosse formalmente dichiarata. Ma anche per lui la punizione dev’essere esemplare: flagellazione e marchiatura a fuoco sul volto.
E dopo le battaglie torna l’onda della memoria: la povertà, la fame, la fuga dall’Irlanda e, insieme all’orrore delle stragi, il ricordo della conflittuale amicizia con il capitano Aaron Cohen, ufficiale di West Point di origini ebraiche. Cohen e Riley sono le due facce di una stessa medaglia: da una parte l’uomo che continua a credere fermamente nella possibilità di “costruire un grande paese democratico”, dall’altra il ribelle che sceglie di combattere con i perdenti – per rabbia, ma anche per dignità. Quelli del San Patricio è una grande storia epica di sangue, di sentimenti, di idee: accende la fame di giustizia, il sogno di una patria gentile, il calore dell’amicizia e della lealtà.
Strinse le labbra e scosse la testa. Mi limitai a salutarlo portando la mano sul cuore. In fin dei conti, la colpa di tutto stava proprio lì, nella parte sinistra del petto.

Pino Cacucci

Pino Cacucci è nato nel 1955 ad Alessandria, cresciuto a Chiavari (Ge), e trasferitosi a Bologna nel 1975 per frequentare il Dams. All’inizio degli anni ottanta ha trascorso lunghi periodi a Parigi e a Barcellona, a cui sono seguiti i primi viaggi in Messico e in Centroamerica, dove ha poi risieduto per alcuni anni. All’attività narrativa affianca un intenso lavoro di traduttore. Fra le sue opere ricordiamo Outland rock (Feltrinelli, 2007), Puerto Escondido (Interno Giallo, 1990; Feltrinelli, 2015), da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo, La polvere del Messico (Feltrinelli,1996; 2004), Nessuno può portarti un fiore (2012, premio Chiara), Mahahual (2014) e Quelli del San Patricio (2015)

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C’è il Connemara e la storia d’Irlanda al centro del romanzo “La fragilità della farfalla”, un libro scritto a quattro mani da Maura Maffei e dal linguista irlandese Rónán Ú. Ó Lorcáin.

Primo capitolo della trilogia “Dietro la tenda”, interamente ambientata in Irlanda nel XVIII secolo, “La fragilità della farfalla” nasce da un intenso studio sulla cultura e le origini linguistiche irlandesi, durato cinque anni, che ha permesso di arricchire il testo con parole ed espressioni in gaelico, soprattutto nei dialoghi.
Sullo sfondo maestoso del Connemara, due famiglie di antica nobiltà, legate da relazioni di amicizia e parentela prima e di odio e forte rancore poi, intrecciano ancora una volta i loro destini con il ritorno in patria di un gruppo di esuli, rimasti a lungo in Austria e tornati in Irlanda con una missione ambiziosa: combattere le Leggi Penali che permettono agli inglesi di mantenere sotto il loro giogo dominatore gli irlandesi, impedendo loro di professare la fede cattolica e perfino di guadagnare dal proprio lavoro.
 
Ma il progetto pericoloso viene ostacolato dalla nascita di un sentimento d’amore tra il coraggioso capitano Bran e la bella Labhaoise, figlia del suo più acerrimo nemico.

Maura Maffei è erborista e soprano lirico, profonda conoscitrice ed estimatrice della lingua e della cultura irlandesi. Rónán Ú. Ó Lorcáin è invece tecnologo, musicista e traduttore. Dopo molti anni vissuti in Italia, è tornato in Irlanda dove si dedica anche all’attività di linguista.
Genere: letteratura italiana
Listino:€ 12,00
Editore: Parallelo45 Edizioni
Collana:Secondo millennio
Data uscita: 05/12/2015
Pagine: 234
Formato: brossura
Lingua: Italiano
EAN: 9788898440962

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“Athlone, Doolin, Galway, Coral Beach, Kildare, Newgrange, Hill of Tara … sono i luoghi che Sara visiterà (alcuni in compagnia del bizzarro Liam) durante il suo viaggio in Irlanda ‘Seguendo il suono aritmico del cuore‘: il libro di Monica Gazzetta.
Sara è partita dopo aver scoperto di essere affetta da una malattia genetica: la Cardiomiopatia Aritmogena del Ventricolo Destro, la stessa che probabilmente ha ucciso sua madre. Il suo DNA è per metà irlandese e decide di partire alla volta dell’Irlanda per incontrare i suoi parenti e per avvisarli.
Scopre le sue origini e viene a conoscenza di piccoli frammenti della vita della madre, morta quando lei era una bambina. Luoghi sacri, leggende di popoli antichi e verdi paesaggi fanno da sfondo a quello che risulterà essere un viaggio alla scoperta di sé attraverso gli altri e attraverso la storia”.
Genere: Narrativa moderna e contemporanea
ISBN Libro:9788892308732
Pubblicazione: 2016
Formato: 15×23
Foliazione: 116
Copertina: morbida
Interno: bn

Alcune recensioni

È un romanzo particolare, in cui vengono fuori, prepotentemente, due cose: la descrizione di una malattia rara, con il cuore che gestisce la vita della persona (delle persone) soggetta a questa malattia ereditaria. La seconda, la grande passione per l’Irlanda, questa bellissima terra, di una natura quasi incontaminata e con i suoi castelli ed i monumenti, vecchi anche di millenni. Sembra quasi una guida ed un invito a visitarla. In questo contesto si sviluppa la storia della ragazza, protagonista di un affascinante viaggio alla ricerca del suo passato e della sua famiglia di origine irlandese, con un pizzico di suspance dovuti ai momenti in cui la malattia della protagonista mette a rischio la vita della stessa. Il romanzo è ben scritto (vi sono un paio di refusi) e la trama si incastra nelle descrizioni storiche dell’Irlanda, anche se, a volte, quasi ne prendono il sopravvento.
Maurizio Rafanelli

Sara, la protagonista, scopre di essere affetta da una malattia genetica al cuore. L’ha ereditata dalla madre, sicuramente morta per lo stesso problema. La ragazza decide di intraprendere un viaggio in Irlanda, terra natia della madre, per cercare di capire le sue origini e in un certo senso mappare i suoi familiari e vedere chi altri, oltre a lei, può essere affetto dalla stessa malattia genetica. Durante il viaggio tuttavia non scopre solo persone che possono condividere il suo stesso dramma, Sara scopre le sue origini. Ritrova il rapporto con la nonna, conosce cugini, parenti, donne, uomini e bambini che fanno parte della sua vita anche se non li aveva mai conosciuti. Il tutto è contornato da paesaggi incontaminati, luoghi sacri e leggende di popoli antichi. E poi c’è il dono. Sua madre lo possedeva e forse anche lei. È semplicemente l’essere in contatto attraverso la natura, con il popolo dell’altro mondo, fatto di folletti, gnomi e fate. Al termine del viaggio Sara non sarà più la stessa persona che era prima, è maturata, è cresciuta, ha preso consapevolezza di sé, del suo essere e del suo stare nel mondo.
Un libro intenso nella trama e nell’atmosfera che si respira pagina dopo pagina, un libro delicato, un libro da leggere assolutamente!!!
Chiara Cipolla

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«Dubliners» festeggia cento anni e Minimum Fax presenta un’opera polifonica che lo celebra. Si chiama «Dubliners 100» ed è un’antologia di racconti che riunisce alcune delle migliori penne dell’Irlanda contemporanea da John Boyne a Pat Mc Cabe, passando per Donal Ryan, Eimear McBride e Paul Murray, fino ad arrivare a Peter Murphy.
Sono tutti giovani talenti che hanno scelto di confrontarsi con il capolavoro joyciano, una delle più importanti raccolte di racconti del Novecento europeo. Dentro quell’opera c’è tutto la paralisi, il desiderio di fuga, il profondo senso di stagnazione e la frustrazione dei “Dubliners” di Joyce proiettano la loro luce obliqua sull’odierna vicenda esistenziale del Paese e del suo popolo ferito, scosso dalla violenta perdita d’identità e da un senso di regressione e isolamento.
Dal 1 gennaio 2012, in base alle leggi sul copyright UE, sono decaduti i diritti delle opere pubblicate da James Joyce il che significa che chiunque può adattare i racconti dello scrittore irlandese. È possibile adattare in un cortometraggio sperimentale ogni racconto del libro Dubliners, si può sviluppare un gioco per computer, stile Second Life, basato su Ulisse e chiamare una band con il nome di uno dei capolavori dello scrittore: Finnegans Wake.

15 autori irlandesi si confrontano con Joyce.

Genere: letteratura internazionale
Listino: €15,00
Editore: Minimum Fax
Collana: Sotterranei
Data uscita: 13/11/2014
Pagine: 240
Formato: brossura
Lingua: Italiano
EAN: 9788875216160

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Killoyle. Una farsa irlandese è un libro di Roger Boylan.
E mentre a Killoyle il tempo scorre intorno a Spudorgan Hall, il locale albergo a guardia di una piccola comunità che divide pigramente l’esistenza tra il pub e la chiesa, in cerca del conforto di una pinta di birra o dell’assoluzione.
Ma quando il sordido Tom Maher insidia le certezze di Emmet Power, amministratore della Spudorgan Hall, la tranquilla routine di Killoyle sembra fatalmente destinata a infrangersi.
 

Killoyle

Con questo romanzo esplosivo, caustico e irriverente, Roger Boylan compendia con piglio svagato la caleidoscopica vicenda politica, culturale e religiosa irlandese, anche grazie a un controcanto di postille giocose, digressioni e commenti sarcastici. Pagine in cui si celebra la tradizione letteraria che va da Swift a Beckett, passando per il surreale virtuosismo di Flann O’Brien, e che ci regalano un’opera traboccante di humour, con una variopinta rassegna di caratteri iperbolici e burleschi.
Killoyle. Una farsa irlandese
Genere: Letteratura internazionale
Pagine: 224
Formato: Brossura
Lingua: Italiano
Codice: EAN9788865942642
 

Roger Boylan

Roger Boylan è uno scrittore nato nei dintorni di New York, ma a soli cinque anni si è trasferito in Europa, dato che il papà, era un tecnico specializzato in automatismi per le campane delle chiese. Vissuto tra l’Irlanda e la Svizzera, ha frequentato l’università a Coleraine e a Edimburgo, studiando storia d’Irlanda, filologia romanza, storia delle religioni e soprattutto, come ha dichiarato in un’intervista, interni dei pub.
Prima di festeggiare il 30esimo compleanno, Boylan è tornato in America per lavorare come barman, traduttore, insegnante, scrittore tecnico e redattore editoriale. Attualmente vive in Texas con la famiglia, è docente alla Western Connecticut State University e collabora con la Boston Review e la New York Times Book Review. Killoyle è il primo volume di una trilogia che ha ottenuto importanti riconoscimenti critici negli Stati Uniti e un notevole successo in Germania.

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Ragazze di campagna, l’esordio narrativo di Edna O’Brien, fu compiuto nel corso di tre mesi: quando l’autrice era poco più che ventenne, già sposata e con due figli.
L’editore inglese che ricevette il manoscritto lo affidò a un celebre autore suo consulente che, nel suo giudizio, tra l’altro ammise: “avrei voluto scriverlo io”.
Ragazze di campagna era un racconto vicinissimo alla realtà biografica dell’autrice, ben più di quanto pensasse allora il suo editore, e alla sua pubblicazione il libro generò uno scandalo: venne dato alle fiamme dal prete della parrocchia cittadina e la sua famiglia cadde in disgrazia.

Ragazze di campagna, libro

Il romanzo raccontava la storia di due ragazze: la timida e introversa Caithleen e la sua amica Baba, sfrontata e disinibita. Un giorno i genitori decidono di mandarle in un collegio di suore e loro, per tutta risposta, scappano per andare in città in cerca d’amore e di emozioni. Sarà lì che Caithleen si innamorerà dello strano signor Gentleman, un uomo più anziano di lei, sposato e triste.
Una storia comune ma che in quel 1960, alla sua apparizione, segnò il destino di una vita, e il primo irrevocabile passo nella carriera di una grande scrittrice.

Altri dettagli

Genere: Letteratura internazionale | Narrativa moderna e contemporanea
Listino €17,50
Editore: Elliot
Data uscita: 26/06/2013
Pagine: 256
Formato: brossura
Lingua: Italiano
Codice: EAN9788861923591

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Finn’s Hotel, dieci brevi racconti di James Joyce sono stati racchiusi in un volume dalla casa editrice Ithys Press.
Lo scrittore irlandese avrebbe scritto Finn’s Hotel sei mesi dopo aver completato “Ulisse” (1882-1941). Ithys Press è riuscita a pubblicare queste opere con una prima stampa a giugno 2013 in edizione limitata.
Finn’s Hotel è una splendida collezione, serio-comico di ‘piccoli poemi epici’ che Joyce scrisse nel 1923, ma la scoperta della loro esistenza e il significato, risale soltanto a qualche decennio fa.

La Prima Edizione

La prima edizione di “Finn’s Hotel” di Joyce, con la prefazione di Danis Rose, introdotto da Seamus Deane e 11 illustrazioni di Casey Sorrow, è stata progettata e stampata da Michael Caine per Ithys Press.

Finn’s Hotel

Finn’s Hotel, comprende dieci ‘epiclets‘ come li chiamava Joyce, dieci ‘piccole epopee’. Alcuni sono solo vignette o disegni, altri invece sono favole, dove fanno qualche apparizione anche eroi ed eroine di Joyce. Sono coinvolgenti in se stessi, ma altamente leggibili.

Sinossi

Dieci racconti in puro stile joyciano per un guado meno arduo superabile con brevi, allegri e accorti balzi, tra Ulisse e Finnegans Wake. Un’opera compiuta e finora inedita. “Finn’s Hotel nasce come una serie di favole: prose brevi, concise e concentrate, su momenti formativi della storia o del mito irlandesi. Il preludio vero (e finora sconosciuto) alle voci multi-modulate di Finnegans Wake Danis Rose (curatore – Penguin Classics) “Una delle più significative scoperte letterarie del secolo” secondo il Corriere della Sera.

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Si intitola Diario d’Irlanda, il nuovo romanzo di Valentina Aglio, Albatros editore (Premio Internazionale Pietro Mignosi 2012).

In Diario d’Irlanda, l’autrice messinese viaggia sulla strada dei ricordi ricca di scoperte ed emozioni, in luoghi diversi in un passato prezioso da rivalutare nella condivisione di progetti e speranze futuribili.

Si dice che spesso nella vita accade l’improbabile, ciò che non avresti mai immaginato, ma che hai sempre sognato. Quando accade veramente, poi, non riesci a dominare l’emozione che si prova e vorresti raccontare la tua storia al mondo intero.

Laura ha sempre amato partire per le vacanze studio, non avrebbe, però, mai pensato di tornare così diversa dopo questa esperienza. Si dice anche che le cose belle e indimenticabili sono quelle grandi e irraggiungibili. Invece la vita è bella e indimenticabile soprattutto nella semplicità di ogni giorno, nell’ansia di un amore, nella novità di un viaggio con degli amici speciali, nell’originalità di luoghi diversi da scoprire, nella preziosità di un passato da rivalutare, nella condivisione di speranze, delusioni, progetti.

Laura sa che la vita è complicata e che si deve indovinare il tempo giusto e la corrente propizia, ma il suo sogno è troppo grande per rinunciarci. Non importa quanti le crederanno o la ascolteranno. Lei vuole solo dire quanto è meraviglioso, insostituibile e irrinunciabile lottare per qualcosa in cui si crede davvero. La vittoria non è nel traguardo raggiunto, ma nella giusta attesa del momento giusto.

 

Altre informazioni

  • Genere: Letteratura italiana
  • la Feltrinelli: Narrativa moderna e contemporanea (dopo il 1945)
  • Editore: Il Filo
  • Collana: Nuove voci
  • Pagine: 232
  • Formato: brossura
  • Lingua: Italiano
  • EAN 9788856735895

 

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«Non ritengono opportuno trascrivere i loro sacri precetti. Invece per gli altri affari sia pubblici sia privati fanno uso dell’alfabeto greco». Questo, secondo il noto resoconto di Cesare, il rapporto tra i Celti e la scrittura: praticamente inesistente.
I dati archeologici concordano con quanto detto dall’autore del De Bello Gallico: relativi alla civiltà celtica nella fase antica sono giunti fino a noi pochi documenti scritti, la maggior parte dei quali sono iscrizioni su pietra, metallo, ceramica e altro materiale d’uso quotidiano. Nessun trattato religioso. Nessuna raccolta giuridica, nessuna opera letteraria o poetica. Nemmeno un manuale pratico.
Perché? E’ quello che cercherà di chiarire la conferenza “Alfabeti celtici. Dal ‘nostro’ leponzio all’enigmatico Ogam”, che si terrà sabato 22 settembre a Busto Arsizio (Va) presso il Museo del Tessile (ore 13) nell’ambito di Bustofolk, la notissima manifestazione di musica e cultura celtica ormai giunta all’XI Edizione. Relatrice sarà la dott.ssa Elena Percivaldi, saggista, esperta di medioevo e di cultura protostorica.
E’ noto infatti che, presso i Celti, gli unici e soli depositari della sapienza erano i druidi, cioè i membri della casta sacerdotale, separati nella società dalla classe dei cavalieri, dediti alla guerra. Oltre ad espletare le ritualità religiose, i druidi conoscevano le erbe, gli astri e le forze della natura, e sapevano dominarle. Ricorda Cesare che essi «si interessano al culto, provvedono ai sacrifici pubblici e privati, interpretano le cose attinenti alla religione: presso di loro si raduna un gran numero di giovani ed essi sono tenuti in grande considerazione». Decidevano inoltre in quasi tutte le controversie pubbliche e private, stabilivano pene e risarcimenti ed erano responsabili dell’educazione dei giovani, a cui erano insegnate «molte questioni sugli astri e sui loro movimenti, sulla grandezza del mondo e della terra, sulla natura, sull’essenza e sul potere degli dei». A tutte queste capacità, dunque, i druidi univano – unici tra i Celti – la conoscenza dell’alfabeto e della scrittura.

Ma non ne facevano uso, se non in casi eccezionali. Per quali ragioni?

I motivi di questa “idiosincrasia” sono chiariti dallo stesso Cesare: «primo, non vogliono che le norme che regolano la loro organizzazione vengano a conoscenza del volgo; secondo, perché i loro discepoli, facendo conto sugli scritti, non le studino con minore diligenza. Succede spesso infatti che, confidando nell’aiuto della scrittura, non si tenga adeguatamente in esercizio la memoria».
Mettere per iscritto un precetto religioso, una regola giuridica, una nozione qualsiasi era dunque per loro, al contrario di altri popoli come i Latini, i Greci, gli Etruschi, assolutamente sconsigliabile. Il rischio era che formule magiche, rituali o altre nozioni considerate segrete cadessero nelle mani sbagliate, con esiti forse funesti.
Tuttavia, come si è accennato, testimonianze scritta prodotta dalla cultura celtica esistono. Una delle più antica di esse è un graffito su un vaso di ceramica databile al VI secolo a.C. e proveniente da una tomba di Castelletto Ticino (Varese): si tratta di un nome – XOSIOIO (“di Kosios”), con ogni probabilità l’indicazione di appartenenza del manufatto. L’alfabeto usato era, come noto, derivato da quello etrusco di Lugano. Nel passo già citato, Cesare parla dello sporadico utilizzo, da parte dei druidi, dell’alfabeto greco, dato confermato dai ritrovamenti archeologici (monete, iscrizioni). Altri ritrovamenti, infine, dimostrano che in Gallia, almeno dal I secolo d.C., era largamente usata anche la scrittura latina, come risulta eclatante nel caso del grandioso Calendario di Coligny che, scoperto nel 1897, è un documento di eccezionale importanza, oltre che sul piano linguistico e storico, anche per la conoscenza di come i Celti computavano il tempo. E proprio il Calendario di Coligny, indirettamente, dimostra che i Celti, per quanto concerne questioni rituali o religiose, ricorrevano alla scrittura soltanto quando si sentivano minacciati nella loro identità e temevano che le nozioni da loro custodite con tanta cura potessero perdersi per sempre. Il Calendario fu messo per iscritto nel II secolo d.C., quando cioè la romanizzazione completa delle Gallie era ormai solo questione di tempo.

Aspetti commerciali

Diversa la questione per quanto concerne gli aspetti commerciali: in questi casi – si tratta di legende monetarie – l’uso della scrittura è invece espressione di una società urbanizzata o in via di urbanizzazione. Etrusco, greco, latino: i Celti del continente non inventarono, per traslitterare le loro lingue, sistemi di scrittura autonomi, ma si limitarono ad adottare, con qualche variante per venire incontro a diverse esigenze fonetiche, quelli in uso presso altre culture, come avevano già fatto a suo tempo i romani e gli stessi greci.
Non così invece i Celti delle isole britanniche: qui le svariate competenze dei druidi – naturalistiche, astronomiche, religiose, esoteriche, culturali, persino filosofiche – fornirono lo sfondo per la creazione e la diffusione di un alfabeto che, sebbene sia accostabile ad altri sistemi di scrittura in vigore presso altre civiltà europee, può essere considerato un’invenzione originale: l’alfabeto ogamico. Un alfabeto composto da 20 lettere divise in 4 gruppi di 5 segni ciascuno, incisi su una superficie rigida, legno, osso e pietra. La particolarità dell’ogam rispetto ad altri alfabeti è che le lettere non hanno un aspetto, per così dire, “alfabetico”, ma sono costituite da tacche incise orizzontalmente, verticalmente e obliquamente rispetto allo spigolo, oppure sotto forma di punto. Un sistema utilizzato dal III-IV secolo d.C. fino alle soglie dell’età moderna in Irlanda, in Galles, in Cornovaglia, in Scozia e sull’Isola di Man solo per scrivere epitaffi su pietre tombali o segnalazioni di proprietà su cippi di confine.
Ma chi inventò questo sistema di scrittura così poco pratico? Quando fu ideato? Perché? E con quali scopi? Lo sentirete alla conferenza, dove sarà possibile acquistare anche copie del volume Ogam. Antico alfabeto dei Celti, pubblicato da Elena Percivaldi per i tipi della Keltia Editrice di Aosta: primo tentativo di sintesi originale sull’ogam in lingua italiana, pensato per essere accessibile non solo agli “addetti ai lavori” (che comunque troveranno nel vasto corpus di note e nella bibliografia i riferimenti per verificare le informazioni e i raffronti e per risalire alle fonti), ma anche ad un pubblico più vasto.
 

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