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«Dubliners» festeggia cento anni e Minimum Fax presenta un’opera polifonica che lo celebra. Si chiama «Dubliners 100» ed è un’antologia di racconti che riunisce alcune delle migliori penne dell’Irlanda contemporanea da John Boyne a Pat Mc Cabe, passando per Donal Ryan, Eimear McBride e Paul Murray, fino ad arrivare a Peter Murphy.
Sono tutti giovani talenti che hanno scelto di confrontarsi con il capolavoro joyciano, una delle più importanti raccolte di racconti del Novecento europeo. Dentro quell’opera c’è tutto la paralisi, il desiderio di fuga, il profondo senso di stagnazione e la frustrazione dei “Dubliners” di Joyce proiettano la loro luce obliqua sull’odierna vicenda esistenziale del Paese e del suo popolo ferito, scosso dalla violenta perdita d’identità e da un senso di regressione e isolamento.
Dal 1 gennaio 2012, in base alle leggi sul copyright UE, sono decaduti i diritti delle opere pubblicate da James Joyce il che significa che chiunque può adattare i racconti dello scrittore irlandese. È possibile adattare in un cortometraggio sperimentale ogni racconto del libro Dubliners, si può sviluppare un gioco per computer, stile Second Life, basato su Ulisse e chiamare una band con il nome di uno dei capolavori dello scrittore: Finnegans Wake.

15 autori irlandesi si confrontano con Joyce.

Genere: letteratura internazionale
Listino: €15,00
Editore: Minimum Fax
Collana: Sotterranei
Data uscita: 13/11/2014
Pagine: 240
Formato: brossura
Lingua: Italiano
EAN: 9788875216160

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#guardianfirstbookaward è la prima edizione del premio letterario varato dal quotidiano britannico The Guardian vinta dallo scrittore irlandese Colin Barrett con Young Skins.

Colin Barrett con il suo libro «Young Skins», una raccolta di racconti sulla vita quotidiana in un piccolo centro irlandese, si è aggiudicato il premio messo in palio dal Guardian. Il giovanissimo scrittore, classe ’82, è cresciuto nella Contea di Mayo.

Il giovane ha lavorato per una società di telefonia mobile a Dublino prima di tornare al college per studiare scrittura creativa. Le sue storie iniziarono ad apparire nella rivista letteraria irlandese «The Stinging Fly» nel 2009.

 

#guardianfirstbookaward

 

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Finn’s Hotel, dieci brevi racconti di James Joyce sono stati racchiusi in un volume dalla casa editrice Ithys Press.
Lo scrittore irlandese avrebbe scritto Finn’s Hotel sei mesi dopo aver completato “Ulisse” (1882-1941). Ithys Press è riuscita a pubblicare queste opere con una prima stampa a giugno 2013 in edizione limitata.
Finn’s Hotel è una splendida collezione, serio-comico di ‘piccoli poemi epici’ che Joyce scrisse nel 1923, ma la scoperta della loro esistenza e il significato, risale soltanto a qualche decennio fa.

La Prima Edizione

La prima edizione di “Finn’s Hotel” di Joyce, con la prefazione di Danis Rose, introdotto da Seamus Deane e 11 illustrazioni di Casey Sorrow, è stata progettata e stampata da Michael Caine per Ithys Press.

Finn’s Hotel

Finn’s Hotel, comprende dieci ‘epiclets‘ come li chiamava Joyce, dieci ‘piccole epopee’. Alcuni sono solo vignette o disegni, altri invece sono favole, dove fanno qualche apparizione anche eroi ed eroine di Joyce. Sono coinvolgenti in se stessi, ma altamente leggibili.

Sinossi

Dieci racconti in puro stile joyciano per un guado meno arduo superabile con brevi, allegri e accorti balzi, tra Ulisse e Finnegans Wake. Un’opera compiuta e finora inedita. “Finn’s Hotel nasce come una serie di favole: prose brevi, concise e concentrate, su momenti formativi della storia o del mito irlandesi. Il preludio vero (e finora sconosciuto) alle voci multi-modulate di Finnegans Wake Danis Rose (curatore – Penguin Classics) “Una delle più significative scoperte letterarie del secolo” secondo il Corriere della Sera.

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È un racconto noir, pervaso da un’atmosfera cupa di mistero, ambientato su una splendente isola greca dell’Egeo. Ma è anche la storia di una perdita, e di una rinascita. Di una partenza, e di quanto l’essere outsider – stranieri, differenti – crei distanze e vicinanze imprevedibili.

E’ Moving on (Percorsi Editore), il racconto che Catherine Dunne ha scritto per la seconda edizione del Festival italo-irlandese (Nogarole Rocca e Verona, 3-6 maggio 2012) cedendo gratuitamente i diritti della pubblicazione all’associazione ònoma, organizzatrice del Festival.

Il volume della scrittrice irlandese verrà presentato al pubblico sabato 5 maggio alle 20 nella Chiesa di Santa Maria in Chiavica a Verona (via Santa Maria in Chiavica 7).

In versione bilingue italiano-inglese (con traduzione di Federica Sgaggio e revisione di Ada Arduini), Moving On avrà tiratura limitata di mille copie numerate e sarà disponibile dopo la presentazione pubblica.
La copertina è stata realizzata dal grande artista italiano Domenico Paladino: pittore, scultore e incisore, tra i principali esponenti della Transavanguardia.
Nel corso dell’appuntamento veronese, intitolato “Parole e musica – Incontro con gli autori”, Catherine Dunne, insieme allo scrittore nordirlandese John Lynch e a cinque colleghi dublinesi ospiti del Festival (Anthony Glavin, Niamh MacAlister, Celia de Freine, June Caldwell, Lia Mills) incontreranno i lettori per una serata di chiacchiere, reading (con traduttore) e musica tradizionale irlandese dal vivo con “The Birkin Tree”.

Tratto da Moving On:

“Non sono affari tuoi”, disse quando gli riferii quel che avevo visto. Stava usando il pollice per stendere il colore di fondo sulla tela. Lo applicò in uno strato spesso, poi grattò via l’eccesso con la spatola. Alla fine, arretrò e si mise fermo a guardare da lontano, giudicandone l’effetto.
Mi ci ero abituata: all’attesa, al fatto che non badasse a me. “Tu e io siamo diversi, tutto qua”, disse. “Non parliamo la loro lingua”.

‘It’s not your concern,’ he said, when I told him what I’d seen. He was using his thumb to texture paint onto canvas.
He applied it thickly, then scraped away the excess with his palette knife. Finally, he stood back, judging the effect.
I had grown used to this, to waiting, to his not looking at me. ‘We’re different, that’s all, you and I – we don’t speak the same language they do.’

Il libro è edito da Percorsi Editore, cooperativa di Benevento che destinerà il ricavato all’associazione ònoma. La stampa è a cura della tipografia Auxiliatrix.

Alcuni dei suoi libri tra cui Moving On

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Edward Enfield pedala lungo la costa irlandese, incantato da costruzioni preistoriche, regioni selvagge, coste a strapiombo sul mare. E cercando di scappare da padrone di casa che insistono a volergli lavare i vestiti.

Ci accompagna una suggestiva passeggiata in bicicletta, abbuffandosi con enormi colazioni e fermandosi a chiacchierare con tagliatori di torba e pescatori, eccentrici turisti e celebri organizzatori di matrimoni.

Con il suo particolare umorismo, capacità di osservazione e senso dell’assurdo, viaggia lungo le più belle zone dell’Isola, dai laghi di Killarney fino agli idilliaci paesaggi di Joyce, dai dolmen di Clare fino ai deserti e alle rovine neolitiche di Mayo. E, come dice lui stesso, non c’è posto migliore del sellino di una bici per visitare un paese.

Brossura Editore: Ediciclo
Anno di pubblicazione: 2010
Collana: Altre terre
Lingua: Italiano
Pagine: 203
Traduttore: C. Menichella
Codice EAN: 9788888829920
Generi: Romanzi e Letterature, Letteratura di viaggio Viaggi e Turismo, Racconti di viaggio
 

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Esce il nuovo libro di Mirco e Mauro Bergamasco, Andare avanti guardando indietro, in vista del torneo di rugby più ambito d’Europa, il Sei Nazioni 2011.

Sabato 22 gennaio il libro scritto a sei mani con Matteo Rampin, psichiatra e consulente personale di atleti, verrà presentato a Milano, edito da Ponte alle Grazie (160 pagine, 14,00 euro) presso la Libreria del Viaggiatore di via Meucci.

Da qualche anno il rugby si sta conquistando un seguito sempre più numeroso e particolarmente appassionato tra il pubblico italiano, anche quello femminile. Due campioni della palla ovale come Mauro e Mirco Bergamasco, affiancati da Matteo Rampin, dimostrano in queste pagine che i motivi di tanto successo non sono affatto accidentali, ma affondano le loro radici nei regolamenti, nell’orgoglio e nell’umiltà dei giocatori, nella disciplina, nell’etica stessa del rugby. In una parola, nella sua filosofia.

 

Il libro Andare avanti guardando indietro

Tecniche, mischie e placcaggi, il celebre “terzo tempo” e i fiumi di birra che dopo ogni partita riconciliano le squadre avversarie, il proverbiale fair play dei giocatori e del pubblico, la logica fondamentale del gruppo sono tutti aspetti che agli occhi di molti potrebbero perfino sembrare paradossali, ma che indicano risvolti umani e morali insospettabili quando si assiste alla vera e propria battaglia che si combatte sul campo, fra fango, sangue e botte da orbi.

Veri e propri “eroi della porta accanto”, i fratelli Bergamasco illustrano con semplicità il significato di uno sport che, al di là degli obiettivi strettamente agonistici, riflette in profondità la lotta che anima la vita e i nostri impulsi più ancestrali, riprodotti nel microcosmo sociale che è la squadra: in virtù dei caratteri non convenzionali di questa disciplina sportiva, la “filosofia rugbistica” si propone sempre di più come una metafora efficace in campo educativo e formativo.

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Pubblicato originariamente con lo pseudonimo di Stephen Daedalus nel 1914, dopo essere stato rifiutato da molte case editrici, “Gente di Dublino” raccoglie quindici racconti scritti fra il 1904 e il 1907.

Ormai un classico senza tempo, il testo si muove attraverso molteplici e sfaccettati punti di vista. Un piccolo universo di storie di vita quotidiana che focalizza l’attenzione su temi molto cari a Joyce e comuni a tutti i racconti.

In qualche modo schiavi della loro cultura, della loro vita familiare e soprattutto della loro vita religiosa, i personaggi di “Dubliners” tentano una fuga, ma la fuga è destinata a fallire.

Sinossi

Considerati tra i capolavori della letteratura del Novecento, questi quindici racconti – terminati nel 1906 ma pubblicati soltanto nel 1914 perché per la loro audacia e realismo gli editori li rifiutarono – compongono un mosaico unitario che rappresenta le tappe fondamentali della vita umana: l’infanzia, l’adolescenza, la maturità, la vecchiaia, la morte.

Fa da cornice a queste vicende la magica capitale d’Irlanda, Dublino, con la sua aria vecchiotta, le birrerie fumose, il vento freddo che spazza le strade, i suoi bizzarri abitanti. Una città che, agli occhi e al cuore di Joyce, è in po’ il precipitato di tutte le città occidentali del nostro secolo.

 

Stile

Lo stile di Gente di Dublino è realistico: la descrizione dei paesaggi naturali è concisa ma dettagliata; è presente un’abbondanza di dettagli, anche non essenziali, che non hanno propriamente uno scopo descrittivo ma spesso un significato più profondo.

Per esempio l’accurata descrizione della casa del prete in Le sorelle è simbolo dell’incapacità sia fisica che morale di padre Flynn. Questo vuol dire che, come in Gustave Flaubert o Émile Zola, realismo e naturalismo sono combinati con tratti simbolistici, e ciò si nota non solo nel fatto che i dettagli esterni hanno spesso un doppio significato, ma anche dall’uso dell’epifania: una tecnica di Joyce in cui un insignificante particolare o un gesto, o perfino una situazione banale portano un personaggio ad una visione spirituale con cui comprende se stesso e ciò che lo circonda.

Joyce pensava che la sua funzione come scrittore fosse quella di portare il lettore oltre i soliti aspetti della vita, e mostrarne il loro significato profondo, quindi spesso l’epifania è la chiave della storia stessa: alcuni episodi descritti, apparentemente non influenti o importanti, sono essenziali nella vita del protagonista e sono un emblema del loro contesto sociale e storico.

Joyce abbandona la tecnica del narratore onnisciente e non usa mai un singolo punto di vista: ce ne sono tanti quanti sono i personaggi. Inoltre usa spesso il “discorso diretto” anche per i pensieri dei personaggi, in questo modo, presentandoli senza l’interferenza del narratore, permette al lettore una conoscenza diretta del personaggio.

 

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The Dead Republic è un libro di Doyle. Alla fine di ‘Oh, Play That Thing’, il secondo volume della trilogia di Roddy Doyle su Henry Smart, Henry si è ferito ad una gamba, in un incidente con un vagone e si trascina nel deserto dello Utah per andare a morire.

Lì incontra John Ford impegnato a girare il suo ultimo Western. Ford riconosce un compagno ribelle irlandese e decide di girare la storia di Henry, un ragazzo volontario al GPO (General Post Office) nel 1916, un assassino per Michael Collins una legenda repubblicana.

Ford nominerà Henry nel film ‘The Quiet Man’, il consulente dell’Ira. Scopri The Dead Republic.

 

The Dead Republic di Doyle

The Dead republic inizia nel 1951. Henry sta tornando in Irlanda per la prima volta da quando fuggì nel 1922. Con lui ci sono le star del film di Ford, John Wayne e Maureen O’Hara e il famoso regista ‘Pappy’ che in una serie di incontri, intensi e pieni di significato ha provato ad impossessarsi dell’anima di Henry e trasformarla in un successo di Hollywood. Dieci anni più tardi Henry è a Dublino e lavora, come bidello, in una scuola a Ratheen.

È soprannominato dai ragazzi ‘Henry lo zoppo’ per via della sua gamba di legno. Si era ritrovato nei panni dell’eroe: il veterano dell’Ira che aveva perso la sua gamba dopo l’esplosione di una bomba dell’UVF (Ulster Volunteer Force). Henry in seguito si ritroverà ad avere altri ruoli durante il processo di pace iniziato in gran segreto. In tre brillanti novelle, ‘A Star Called Henry’, Oh, Play That Thing e ‘The Dead Republic’, Roddy Doyle ha raccontato tutta la storia d’Irlanda nel XX secolo e con il suo eroe ha creato uno dei più grandi personaggi della fiction moderna.
 

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The Dead Republic è acquistabile in rete.

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Celtic Forever è una cavalcata tra la miriade di successi e i tanti personaggi che hanno fatto grande il club cattolico di Glasgow, nato nel 1887 su intuizione di un prete, Fratello Walfrid, per finanziare la mensa dove trovavano un aiuto e del cibo caldo i poveri di origine irlandese della città.

Dai primi Old Firm con i Rangers, ai Lisbon Lions che nel 1967 conquistarono una storica Coppa dei Campioni contro l’Inter di Herrera, fino ad arrivare ai giorni nostri, la splendida maglia a strisce bianco-verde del Celtic è divenuta un’icona, il simbolo di un’intera comunità, quella irlandese, sparsa per tutto il mondo.

Una comunità che si riconosce in tutto e per tutto in un club ormai tra i più famosi del Pianeta. Non a caso anche i supporter del Celtic al Parkhead hanno adottato come loro inno il celebre “You’ll never walk alone” di liverpudliana memoria.

Celtic forever

Il libro Celtic Forever

Perché i Bhoys non cammineranno mai soli e non scorderanno mai le loro origini e la loro storia, che vale certamente la pena di essere raccontata.

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