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Dal 1982 fino ai giorni nostri Silvia Calamati ha vissuto in prima persona la questione irlandese. Un dramma a cui, l’autrice cerca di dare voce con Qui Belfast, aprendo una breccia in quel muro di omertà e connivenza che circonda il conflitto nord-irlandese.

Una censura il cui prezzo più alto è stato pagato da migliaia di civili innocenti, costretti a subire la violenza dello Stato, delle forze di sicurezza britanniche e della polizia, senza avere poi giustizia.

Con esperienza, partecipazione e sensibilità Silvia Calamati ha raccolto le voci della società civile, insieme a testimonianze e articoli di personalità di spicco del mondo politico, culturale e religioso, seguendo da vicino il tormentato percorso che ha portato, nell’aprile del 1998, alla firma dello storico «Accordo del Venerdì Santo» e all’inizio di un travagliato, e ancora oggi incompiuto, processo di pace. E mentre è vivo e forte, da parte di Londra, il tentativo di affievolire – insieme alle sue pesanti responsabilità – la memoria della guerra, Qui Belfast consegna al lettore pagine di indignata verità: una storia molto diversa da quella che i media più «autorevoli» tentano di contrabbandare come «ufficiale».


Qui Belfast. Storia contemporanea della guerra in Irlanda del Nord

«È per tutto questo che ho girato infinite volte le strade, per raccogliere di persona voci e testimonianze di gente comune, la cui vita forniva una versione del conflitto nord-irlandese diversa da quella presentata dai media.

A parlare sono persone come Annie Armstrong e Joe B., scampati a un tentativo di assassinio da parte dei gruppi paramilitari lealisti, Emma Groves, resa cieca da un proiettile di gomma sparatole al volto da un soldato britannico nel 1971, Peter Caraher, il cui figlio Fergal fu ucciso nel 1990 mentre usciva da un parcheggio dopo essere stato fermato dai soldati, Bernadette Devlin McAliskey, leader del Movimento per i diritti civili alla fine degli anni Sessanta, Gerard, figlio di Sands, e Paul Hill, uno dei «Quattro di Guildford», i quattro irlandesi che hanno trascorso quindici anni in carcere seppur innocenti e la cui vicenda ha ispirato il film “Nel nome del padre”, del regista Jim Sheridan».

Silvia Calamati

Si occupa della questione irlandese dal 1982. È autrice di Una colonia in Europa (Edizioni Associate, 2005), Il diario di Sands. Storia di un ragazzo irlandese (scritto assieme a Laurence McKeown e Denis O’Hearn, Castelvecchi, 2010, vincitore del Premio Tassoni 2011) e Le compagne di Bobby Sands. Le donne e la guerra (Castelvecchi, 2011), la cui precedente edizione, Figlie di Erin, è stata tradotta in inglese, spagnolo e gaelico.
Ha anche tradotto Un giorno della mia vita di Sands (Feltrinelli, 1996) e Guerra e liberazione. La chiesa del conflitto, di padre Joseph McVeigh (Edizioni della Battaglia, 1998).
Collaboratrice di RAINEWS 24, ha ricevuto a Belfast il premio internazionale TOM COX AWARD per il suo impegno di giornalista e scrittrice.

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Altre risorse interessanti

E’ stata pubblicata a Dublino la versione in lingua gaelica del libro di Silvia Calamati “Figlie di Erin, Voci di donne dell’Irlanda del Nord”, dal titolo “Scéalta Ban ó Thuaisceart na hÉireann (Editore Coiscéim, 2010).

Il libro della scrittrice, giornalista e collaboratrice di RAI NEWS 24, è stato pubblicato in lingua italiana dalle Edizioni Associate nel 2001. Ha vinto il concorso Internazionale di Narrativa “Storie di Donne” (Salerno) e il premio “Il Paese delle Donne”, promosso dalla Casa Internazionale delle Donne di Roma. Nel 2002 è stata data alle stampe la versione in lingua inglese del libro, “Women’s Stories from the North of Ireland” (Beyond the Pale, Belfast) e, nel 2006, quella spagnola, “Hijas de Erin. Voces de Mujeres de Irlanda del Norte” (Icaria, Barcellona).

Sono quindi ora quattro le lingue con cui le testimonianze di donne irlandesi, raccolte da Calamati, hanno potuto avere voce. Come scrive la giornalista, sono donne «lacerate nel profondo da una guerra che ha lasciato su di loro segni indelebili di sofferenze vissute in solitudine, incertezza e paura, ma allo stesso tempo coraggiose, tenaci, pronte a osare l’impossibile per difendere ciò che è a loro più caro: la loro dignità, la propria famiglia, la comunità a cui appartengono, il diritto di vivere in un paese libero in cui non vi sia più né guerre né occupazioni militare».

 

‘Figlie di Erin’ in gaelico

Il libro verrà presentato dall’autrice in Irlanda, nell’ambito del West Belfast Festival, il 31 luglio 2010, alle ore 13.30. La sede dell’evento sarà il Cultúrlann, una vecchia chiesa sconsacrata nel cuore di Falls Road, a Belfast, divenuta un luogo simbolo della rinascita della lingua gaelica in Irlanda del Nord.

 

Per maggiori informazioni:

http://www.feilebelfast.com

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Silvia Calamati

Giornalista e scrittrice, si occupa della questione irlandese dal 1982. Ha vissuto due anni a Dublino e trascorso lunghi periodi a Belfast. Tra il 1990 e il 1995 ha seguito il problema dell’Ulster per il settimanale Avvenimenti. Dal 1995 collabora, dall’Italia e da Belfast, con emittenti radiotelevisive nazionali ed estere, in particolare con RAI NEWS 24. Per il suo impegno di giornalista e scrittrice nel 2002 ha ricevuto a Belfast il premio internazionale TOM COX AWARD. OPERE Irlanda del Nord.
Una colonia in Europa (Edizioni Associate, 2005); Qui Belfast.

20 anni di cronache dall’Irlanda di Bobby Sands e Pat Finucane (Edizioni Associate, 2008. TRADUZIONI Un giorno della mia vita (Feltrinelli, 1996) di Bobby Sands. Guerra e liberazione in Irlanda. La Chiesa del conflitto (Edizioni della Battaglia, 1998), scritto dal sacerdote nord-irlandese Joseph McVeigh. Il diario di Bobby Sands. Storia di un ragazzo irlandese (Castelvecchi, 2010): la biografia di Bobby Sands pubblicata assieme a Laurence McKeown (ex compagno di prigionia di Sands) e Denis O’Hearn, ex giornalista di Belfast e oggi professore alla Binghamton University (USA).

 

Altre risorse interessanti

Silvia Calamati – Laurence McKeown – Denis O’Hearn. IL DIARIO DI BOBBY SANDS
Storia di un ragazzo irlandese

Castelvecchi Editore, 2010 – Collana: I Timoni – p. 288- 16,00 euro

5 MAGGIO 1981 – 5 MAGGIO 2010
29° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI BOBBY SANDS

Nato a Belfast nel marzo 1954, Robert Gerard “Bobby” Sands abbracciò la causa dell’indipendentismo irlandese a soli diciassette anni, nella convinzione di non poter fare nulla di diverso per combattere le ingiustizie che vedeva crescere intorno a lui. Arrestato più volte e più volte condannato senza prove a suo carico, trascorse gran parte della sua vita nello spietato carcere di Long Kesh – ribattezzato “The Maze” – dove, il 5 maggio del 1981, al culmine di una tragica protesta durata quattro anni, si lasciò morire di fame dopo aver rifiutato il cibo per ben 66 giorni consecutivi.

Dopo di lui, tra il maggio e l’agosto 1981,  altri nove giovani prigionieri repubblicani irlandesi, tutti al di sotto dei trent’anni, morirono a Long Kesh.
Bobby Sands è stato salutato come un eroe non soltanto dai suoi compagni ma da chiunque, in ogni parte del mondo, si ritrovi impegnato a lottare per la giustizia e la libertà.
Il diario di Bobby Sands restituisce al lettore quelli che furono la vita e i sogni di un ragazzo irlandese, riproponendo, dopo decenni di censure, i drammi di una guerra in Europa troppo spesso dimenticata, che ha causato oltre 3.700 morti.

Estratto

“Se non riescono a distruggere il desiderio di libertà non possono stroncarti. Non mi stroncheranno perché il desiderio di libertà e la libertà del popolo irlandese sono nel mio cuore. Verrà il giorno in cui tutto il popolo irlandese avrà il desiderio di libertà. Sarà allora che vedremo sorgere la luna”. (Bobby Sands, 17 marzo 1981).

Silvia Calamati

Si occupa della questione irlandese dal 1982. Ha tradotto Un giorno della mia vita (Feltrinelli, 1996) di Bobby Sands e Guerra e liberazione in Irlanda (Edizioni della Battaglia, 1998) di Joseph McVeigh. Tra le sue pubblicazioni, i saggi Figlie di Erin. Voci di donne dell’Irlanda del Nord (Edizioni Associate, 2001, tradotto in inglese, spagnolo e gaelico), Irlanda del Nord. Una colonia in Europa (Edizioni Associate, 2005) e Qui Belfast. 20 anni di cronache dall’Irlanda di Bobby Sands e Pat Finucane (Edizioni Associate).
Collaboratrice di Rai News 24, ha ricevuto il premio internazionale Tom Cox Award per il suo impegno di giornalista e scrittrice.

Laurence McKeown

Ex compagno di prigionia di Bobby Sands , nel 1981 condusse lo sciopero della fame per 70 giorni. Divenuto oggi scrittore, ha sceneggiato  il film H3 (2001), ispirato alla tragica vicenda di Sands e dei suoi compagni di prigionia nel carcere di Long Kesh.

Denis O’Hearn

Negli anni Settanta ha lavorato a Belfast come giornalista contribuendo in maniera decisiva, grazie agli articoli pubblicati su «In These Times» e «The Guardian», a far conoscere le lotte carcerarie dei prigionieri politici irlandesi detenuti a Long Kesh. Insegna sociologia alla University of  Binghamton di New York.

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Nonostante la fine della lotta armata dell’IRA la violenza in Irlanda del Nord continua, nel completo silenzio dei media internazionali. Una Colonia in Europa documenta ciò che abbiamo appena detto. L’autrice è Silvia Calamati.

Un conflitto che è tutt’altro che una “guerra di religione” o “guerra civile”. In oltre trent’anni, per cercare di sconfiggere l’Irish Republican Army, il Governo britannico ha esercitato un controllo della popolazione che non ha eguali in Europa. Ha conferito a soldati e polizia poteri eccezionali e legalizzato la politica dello “sparare per uccidere”, così come denunciato da Amnesty International e dai più prestigiosi organismi internazionali per i diritti umani.

Ha infine messo in atto una strategia, costellata di collusioni tra servizi segreti, forze di sicurezza e gruppi paramilitari lealisti, che ha portato all’uccisione di decine e decine di civili innocenti, tra cui gli insigni avvocati Pat Finucane e Rosemary Nelson e il giornalista Martin O’Hagan.

 

Una Colonia in Europa, libro

Una Colonia in Europa, scritto da una giornalista collaboratrice di RAI NEWS 24, non mancherà di suscitare pesanti interrogativi sulle responsabilità e sul modo in cui Londra ha gestito tale secolare conflitto.

Chi è Silvia Calamati

Giornalista e scrittrice, si occupa della questione irlandese dal 1982. Ha vissuto due anni a Dublino e trascorso lunghi periodi a Belfast. Tra il 1990 e il 1995 ha seguito il problema dell’Ulster per il settimanale AVVENIMENTI. Dal 1999 collabora con RAI NEWS 24. Ha curato la traduzione di UN GIORNO DELLA MIA VITA (Feltrinelli), di Bobby Sands, il primo dei dieci giovani repubblicani irlandesi che nel 1981 si lasciarono morire di fame nel carcere di Long Kesh, a pochi chilometri da Belfast, per rivendicare lo status di prigioniero politico.
Ha tradotto e curato GUERRA E LIBERAZIONE IN IRLANDA. LA CHIESA DEL CONFLITTO (Edizioni della Battaglia, 1998), scritto dal sacerdote nord-irlandese Joseph McVeigh.
Nel 2001 ha pubblicato FIGLIE DI ERIN. VOCI DI DONNE DELL’IRLANDA DEL NORD (Edizioni Associate) e, l’anno successivo, la versione in lingua inglese, WOMEN’S STORIES FROM THE NORTH OF IRELAND (Beyond the Pale Publications).
Per la sua attività di giornalista e scrittrice nel 2002 le è stato assegnato a Belfast il Premio Internazionale TOM COX AWARD.

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Altre risorse

Da decenni in Irlanda del nord vengono perpetrate gravissime violazioni dei diritti umani soprattutto a danno dei civili. Sono ormai palesi le collusioni tra le forze dell’ordine, l’esercito britannico e i gruppi paramilitari lealisti fedeli alla Corona britannica. Figlie di Erin racconta proprio questo.

Ciononostante il problema viene spesso liquidato affrettatamente come una questione di ordine pubblico interna alla Gran Bretagna o peggio come un’anacronistica guerra di religione tra cattolici e protestanti.

Figlie di Erin oltre all’edizione inglese (WOMEN’S STORIES FROM THE NORTH OF IRELAND, Belfast, Beyond the Pale), è disponibile ora anche in lingua spagnola. E’ stato infatti recentemente pubblicato a Barcellona dalla casa editrice Icaria, con il titolo HIJAS DE ERIN.

Figlie di Erin: voci di Donna

Già autrice e curatrice dei più importanti testi in italiano sul conflitto anglo-irlandese, Silvia Calamati, giornalista collaboratrice di RAI NEWS 24, aggiunge in “Figlie di Erin” un altro tassello fondamentale alla conoscenza critica di un conflitto spesso banalizzato, talvolta anche in modo fuorviante, dagli organi di stampa italiani. Il volume raccoglie oltre un decennio di interviste, testimonianze e racconti pieni di sofferenza – ma anche di orgoglio – che le donne nordirlandesi hanno rilasciato negli anni all’autrice, la quale è riuscita a trasformarle in un potente atto d’accusa nei confronti dell’autorità britannica nel nord. In questo senso Calamati conferma ancora una volta grande sensibilità e competenza in materia, e particolarmente felice appare la scelta di dare voce a un universo, quale quello femminile, la cui anima è stata letteralmente lacerata dal conflitto.

Mogli e sorelle, madri e fidanzate, storie di donne comuni in circostanze eccezionali quali quelle di una guerra a bassa intensità combattuta nel cuore dell’Europa tra l’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale e la “criminalizzazione” portata avanti con ogni mezzo dalla propaganda britannica. Per la prima volta a parlare del conflitto, in Figlie di Erin, sono donne impegnate in iniziative politiche ma anche semplici casalinghe trascinate nel dramma loro malgrado, mobilitate dalla perdita di un affetto o dalla privazione della libertà, comunque dall’assurdità di un regime costruito per opprimere e schiacciare una comunità privandola dei diritti umani più fondamentali.

Talvolta alcune di loro sono trasformate da un evento tragico, spinte a impegnarsi dalla ricerca di un conforto nell’effetto terapeutico che la lotta per una causa può talvolta offrire in situazioni disperate. Le “voci” che escono dalle pagine di questo libro sono in realtà grida di dolore, ma anche testimonianze di grande dignità da parte di donne “forti ma anche dolci come le pietre delle isole Aran”, che hanno affrontato tutte le difficoltà con coraggio e a testa alta, sapendo di agire sempre e comunque nel giusto. Anche per questo si tratta di “voci” che pesano come macigni sulla coscienza di chi in tutti questi anni non ha visto o ha fatto finta di non vedere l’immane tragedia del popolo irlandese. Da non perdere.

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Bobby Sands, UN GIORNO DELLA MIA VITA con l’introduzione di Sean MacBride A cura di Silvia Calamati, Milano, Feltrinelli, 1996.

‘Sono un prigioniero politico perchè sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra’.

Queste parole sono tratte da Un giorno della mia vita, di Sands, uno dei dieci detenuti repubblicani irlandesi che nel 1981 si lasciarono morire di fame nel carcere di Long Kesh, a pochi chilometri da Belfast, per ottenere il riconoscimento dello status di prigionieri politici. Uno stillicidio di vite voluto con freddo e cinico calcolo dal governo britannico dell’allora primo ministro Margaret Thatcher, nel tentativo di minare la lotta repubblicana all’interno e all’esterno del carcere.

 

Un giorno della mia vita

Il libro, introdotto dalla prefazione di Sean MacBride, Premio Nobel per la Pace, raccoglie gran parte dei messaggi che Sands scrisse su pezzetti di carta igienica, fatti uscire clandestinamente dalla prigione. Era il periodo in cui, alla fine degli anni Settanta, assieme ad altri trecento prigionieri, stava conducendo la blanket protest: una protesta che consisteva nel rifiutarsi di indossare l’uniforme del carcere, che avrebbe equiparato a criminali comuni coloro che invece si ritenevano prigionieri politici, combattenti per la libertà del proprio paese.

Per questa ragione Sands e i suoi compagni scelsero di vivere per anni nudi, con solo delle coperte per coprirsi, in celle senza vetri e con i pavimenti ed i muri coperti di escrementi, spazzatura e rifiuti, che i secondini si rifiutavano di rimuovere. Anni di quotidiani e brutali pestaggi, brutalità e violenze, perpetrate su quelle che Sands definisce ‘carni martoriate’.

Un giorno della mia vita è una testimonianza sconvolgente, lucida e terribile di una giornata tipo nei Blocchi H. Racconta i pestaggi a sangue, le perquisizioni anali imposte con la forza, il freddo intenso sofferto dai detenuti, costretti a camminare per la cella fino ad d essere esausti. E poi l’infinita solitudine, i vermi gettati dai secondini nei pasti dei prigionieri, le nuvole nere di mosche sui mucchi di spazzatura e sugli escrementi, la gioia di riuscire a portare di nascosto in cella, dopo la visita e nonostante le dure perquisizioni, una breve lettera dei familiari. Ma soprattutto esprime, in tutta la loro intensità, il coraggio e la determinazione di chi sapeva che non ci sarebbe stata alcuna tortura in grado di ‘annientare la resistenza di un prigioniero politico repubblicano che non vuole cedere’.

La seconda parte del libro ripropone in versione integrale il Diario che Sands scrisse per 17 giorni a partire dal 1° marzo 1981, il giorno in cui iniziò lo sciopero della fame che l’avrebbe portato alla morte 66 giorni dopo, il 5 maggio 1981. Un testamento politico che lo affianca alle figure più alte della storia tragica e secolare del Movimento Repubblicano irlandese: «Credo di essere soltanto uno dei molti sventurati irlandesi usciti da una generazione insorta per un insopprimibile desiderio di libertà». Una confessione intima e sofferta, con cui egli disegna una mappa di valori irrinunciabili, un codice morale che va oltre il mero esercizio del coraggio: «Nella mia mente tormentata c’è al primo posto il pensiero che l’Irlanda non conoscerà mai pace fino a quando la presenza straniera ed oppressiva della Gran Bretagna non sarà schiacciata, permettendo a tutto il popolo irlandese di controllare, unito, i propri affari e di determinare il proprio destino come un popolo sovrano».

Una «presenza oppressiva» che viene dettagliatamente documentata nella lunga cronologia presentata in appendice alla fine del libro: «1971/1981: dall’internamento agli scioperi della fame», curata da Silvia Calamati, giornalista collaboratrice di RAI NEWS 24 e autrice. Una Colonia in Europa (2005). E’ una finestra aperta su dieci anni di storia irlandese. Da essa tragicamente traspare che la morte di Sands e dei suoi nove compagni non furono altro che la punta di un iceberg, rappresentato dalla «macchina di repressione e di tortura» messa in atto nelle Sei Contee nord-irlandesi dal governo inglese fin dall’invio delle sue truppe nel 1969. Come denunciato da Amnesty International, a farne le spese furono in quegli anni (ed ancora oggi) centinaia e centinaia di civili finiti in carcere senza processo, dopo essere passati nelle mani di vere e proprie squadre di torturatori, alla stregua di quelli presentati nel film In nome del padre del regista Jim Sheridan.

Il libro di Sands, prezioso documento sulla storia nord-irlandese degli ultimi anni, è quindi un utile strumento per comprendere le ragioni per cui, nonostante la firma dell’Accordo del «Venerdì Santo» dell’aprile 1998, rappresenti ancor oggi una ferita aperta nel cuore dell’Europa.

 

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