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La giustizia dei Celti”, diritto e società celtica in un nuovo libro Matteo Passeri ricostruisce per l’Italia i fondamenti giuridici di una società oggi riscoperta Un percorso per conoscere, comprendere e riscoprire nel mondo contemporaneo e in Italia lo spirito della “Brehon Law”, l’antico diritto gaelico: è uscito in questi giorni il libro “La giustizia dei Celti” di Matteo Passeri, saggio storico su un tema poco approfondito in Italia, ovvero il sistema giuridico e sociale di una popolazione appartenente alla famiglia delle genti celtiche che penetrarono anche nel nostro paese.

Illustrando i valori, le fonti, il funzionamento della “Senchus Mor”, la grande tradizione su cui si basava anche il sistema della giustizia, l’autore ripercorre con il lettore tutti gli elementi che servono a capire la società dei Celti dal punto di vista del diritto e delle leggi: le norme consuetudinarie applicate per secoli e considerate “naturali”, le assemblee per interpretare le norme esistenti e affrontare questioni straordinarie, gli status sociali, le gerarchie, le figure religiose, i cultori, il clan e la famiglia, le funzioni del re, che addirittura poteva perdere il suo status se non era “giusto”.

Due ampi capitoli sono invece dedicati alle aree fondamentali del diritto gaelico, ovvero i contratti, la proprietà terriera e il diritto delle persone, che a sua volta spiega come fossero concepiti e funzionassero lo status della donna, i contratti di matrimonio, il divorzio, la ripartizione dei beni, l’adulterio i soggetti deboli e il fosterage, ovvero l’affidamento di un figlio a un’altra famiglia del clan incaricata di crescerlo ed educarlo. Addentrandosi nello studio del suo diritto, Passeri introduce quindi alla comprensione di una civiltà dai tratti molto moderni anche se antecedente al Cristianesimo, e i cui valori di responsabilità personale, libertà, solidarietà, merito oggi andrebbero rivalutati.

 

 

Il libro La giustizia dei Celti

Come scrive Silvano Danesi nella prefazione, sono le “regole di un mondo apparentemente lontano”, ma “la presenza celtica in Italia è stata significativa”.
Avvocato cassazionista del foro di Bergamo, membro della scuola dell’Accademia Bardica e Druidica O.L.N.O. Oltre la Nona Onda, l’autore porta in Italia uno spaccato sui celti dal punto di vista giuridico, utile a completare un percorso di riscoperta su questa civiltà che già sta avvenendo da alcuni decenni.

“La giustizia dei Celti – Lo spirito della Brehon Law” di Matteo Passeri, 15 euro, 132 pagine, brossura, Ean 9788891076212.

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I lombardi che fecero l’impresa, un libro di Elena Percivaldi.

I cavalieri, i fanti, le armi e i clangori. Sullo sfondo dell’Italia e dell’Europa del XII secolo. Una storia di battaglie. Sul campo, ma anche nei palazzi del potere.

Oggetto del contendere, il desiderio di libertà e autogoverno dei Comuni lombardi rispetto all’Impero, in mano ai sovrani di Germania. Presenti solo nominalmente finché a cingere la corona non è Federico di Hohenstaufen, il Barbarossa, uomo dalle idee chiare e con un concetto assoluto della dignità imperiale.

Ecco I lombardi che fecero l’impresa

Il libro ricostruisce fedelmente le vicende basandosi su documenti e cronache coeve, inquadrandole alla luce degli studi storiografici. Un racconto che in maniera vivace, con uno stile accattivante, coinvolge il lettore nell’atmosfera del tempo. Un punto di vista inedito. Protagonista infatti è proprio Federico, il «nemico», che vive in prima persona le battaglie, gli scontri, gli incontri con la realtà ignota delle città italiane, fino a rendersi conto dell’impossibilità di realizzare il suo sogno di grandezza. Pagine che si leggono d’un fiato e contribuiscono a ricostruire un tassello della nostra storia con cui ancora oggi – e le cronache politiche lo dimostrano – dobbiamo fare i conti.

 

Dati

Formato: Rilegato
Pagine: 232
Lingua: Italiano
Editore: Medievalia
Anno di pubblicazione 2009
Codice EAN: 9788851406479
Generi: Storia Medievale

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Nel 1597, il dottor Simeon Pincher, illustre predicatore e teologo calvinista, arriva a Dublino dall’Inghilterra per assumere il nuovo incarico al Trinity College da poco fondato e dedicarsi “all’opera di Dio”.

E’ convinto che non ci si possa fidare degli irlandesi cattolici. Ma quando, appena messo piede sul suolo dell’isola, viene accolto da un’accidentale quanto violenta esplosione, è proprio un cattolico a soccorrerlo, Martin Walsh.

Nella seconda parte della sua avvincente saga storica, Edvvard Rutherford riprende la narrazione dal punto in cui I’aveva lasciata ne “I Principi d’Irlanda”, alle soglie del diciassettesimo secolo. Attraverso le appassionanti vicende dei Doyle, dei Walsh, dei Tidy e degli Smith siamo guidati nel turbolento periodo della Riforma e della devastante irruzione sulla scena di Oliver Cromvvell.

 

I ribelli

Con l’assedio di Drogheda s’inaugura infatti un lungo periodo di predominio protestante, durante il quale i cattolici sono ridotti a sottoclasse e il paese finisce inesorabilmente con l’impoverirsi. Le profonde tensioni, gli odi nazionali e le ansie di libertà segneranno i successivi trecento anni della storia irlandese dalla fallita rivolta dei contadini nel 1798, ispirata dai principi della Rivoluzione francese, alle sollevazioni guidate dal leader autonomista Charles Stewart Parnell nel secondo Ottocento, fino all’insurrezione di Pasqua dell’aprile 1916 organizzata dal movimento Sinn Féin e alla proclamazione dello Stato Libero d’Irlanda poco dopo la fine della Prima guerra mondiale.

Gli intrighi di potere, la ribellione, gli amori, la natura, la pietà: il destino di una terra affascinante e tormentata rivive in questa epopea, in cui il rigore storico si fonde con il senso dell’avventura e della realtà quotidiana. Lo stile diretto e intrigante di Edward Rutherford ne ta un’opera avvincente e di largo respiro, nella quale riecheggiano le suggestioni della tradizione culturale irlandese, da Swift a Yeats e Joyce.

 

Altre risorse interessanti

Dati tecnici: Elena Percivaldi, GLI OGAM. Antico Alfabeto dei Celti, Keltia Editrice, formato 150×230
pagine 176, euro 15 Brossura, con xx tavole fuori testo in b/n – ISBN 88-7392-019-5

Presentazione

di Elena Percivaldi

«Non ritengono opportuno trascrivere i loro sacri precetti. Invece per gli altri affari sia pubblici sia privati fanno uso dell’alfabeto greco». Questo, secondo il noto resoconto di Cesare, il rapporto tra i Celti e la scrittura: praticamente inesistente. I dati archeologici concordano con quanto detto dall’autore del De Bello Gallico: relativi alla civiltà celtica nella fase antica sono giunti fino a noi pochi documenti scritti, la maggior parte dei quali sono iscrizioni su pietra, metallo, ceramica e altro materiale d’uso quotidiano. Nessun trattato religioso. Nessuna raccolta giuridica, nessuna opera letteraria o poetica. Nemmeno un manuale pratico. Perché?

E’ noto che, presso i Celti, gli unici e soli depositari della sapienza erano i druidi, cioè i membri della casta sacerdotale, separati nella società dalla classe dei cavalieri, dediti alla guerra.
Oltre ad espletare le ritualità religiose, i druidi conoscevano le erbe, gli astri e le forze della natura, e sapevano dominarle. Ricorda Cesare che essi «si interessano al culto, provvedono ai sacrifici pubblici e privati, interpretano le cose attinenti alla religione: presso di loro si raduna un gran numero di giovani ed essi sono tenuti in grande considerazione». Decidevano inoltre in quasi tutte le controversie pubbliche e private, stabilivano pene e risarcimenti ed erano responsabili dell’educazione dei giovani, a cui erano insegnate «molte questioni sugli astri e sui loro movimenti, sulla grandezza del mondo e della terra, sulla natura, sull’essenza e sul potere degli dei». A tutte queste capacità, dunque, i druidi univano – unici tra i Celti – la conoscenza dell’alfabeto e della scrittura. Ma non ne facevano uso, se non in casi eccezionali. Per quali ragioni?

I motivi di questa “idiosincrasia” sono chiariti dallo stesso Cesare: «primo, non vogliono che le norme che regolano la loro organizzazione vengano a conoscenza del volgo; secondo, perché i loro discepoli, facendo conto sugli scritti, non le studino con minore diligenza. Succede spesso infatti che, confidando nell’aiuto della scrittura, non si tenga adeguatamente in esercizio la memoria».

Mettere per iscritto un precetto religioso, una regola giuridica, una nozione qualsiasi era dunque per loro, al contrario di altri popoli come i Latini, i Greci, gli Etruschi, assolutamente sconsigliabile. Il rischio era che formule magiche, rituali o altre nozioni considerate segrete cadessero nelle mani sbagliate, con esiti forse funesti. Tuttavia, come si è accennato, testimonianze scritta prodotta dalla cultura celtica esistono. Una delle più antica di esse è un graffito su un vaso di ceramica databile al VI secolo a.C. e proveniente da una tomba di Castelletto Ticino (Varese): si tratta di un nome – XOSIOIO (“di Kosios”), con ogni probabilità l’indicazione di appartenenza del manufatto.

L’alfabeto usato era, come noto, derivato da quello etrusco di Lugano. Nel passo già citato, Cesare parla dello sporadico utilizzo, da parte dei druidi, dell’alfabeto greco, dato confermato dai ritrovamenti archeologici (monete, iscrizioni). Altri ritrovamenti, infine, dimostrano che in Gallia, almeno dal I secolo d.C., era largamente usata anche la scrittura latina, come risulta eclatante nel caso del grandioso Calendario di Coligny che, scoperto nel 1897, è un documento di eccezionale importanza, oltre che sul piano linguistico e storico, anche per la conoscenza di come i Celti computavano il tempo. E proprio il Calendario di Coligny, indirettamente, dimostra che i Celti, per quanto concerne questioni rituali o religiose, ricorrevano alla scrittura soltanto quando si sentivano minacciati nella loro identità e temevano che le nozioni da loro custodite con tanta cura potessero perdersi per sempre. Il Calendario fu messo per iscritto nel II secolo d.C., quando cioè la romanizzazione completa delle Gallie era ormai solo questione di tempo.

Diversa la questione per quanto concerne gli aspetti commerciali: in questi casi – si tratta di legende monetarie – l’uso della scrittura è invece espressione di una società urbanizzata o in via di urbanizzazione.

Etrusco, greco, latino: i Celti del continente non inventarono, per traslitterare le loro lingue, sistemi di scrittura autonomi, ma si limitarono ad adottare, con qualche variante per venire incontro a diverse esigenze fonetiche, quelli in uso presso altre culture, come avevano già fatto a suo tempo i romani e gli stessi greci.

Non così invece i Celti delle isole britanniche: qui le svariate competenze dei druidi – naturalistiche, astronomiche, religiose, esoteriche, culturali, persino filosofiche – fornirono lo sfondo per la creazione e la diffusione di un alfabeto che, sebbene sia accostabile ad altri sistemi di scrittura in vigore presso altre civiltà europee, può essere considerato un’invenzione originale: l’alfabeto ogamico.

Di cosa si tratta esattamente? Di un alfabeto composto da 20 lettere divise in 5 gruppi di 4 ciascuno, incise su una superficie rigida, legno, osso e pietra. La particolarità dell’ogam rispetto ad altri alfabeti è che le lettere non hanno un aspetto, per così dire, “alfabetico”, ma sono costituite da tacche incise orizzontalmente, verticalmente e obliquamente rispetto allo spigolo, oppure sotto forma di punto. Un sistema utilizzato dal III-IV secolo d.C. fino alle soglie dell’età moderna in Irlanda, in Galles, in Cornovaglia, in Scozia e sull’Isola di Man solo per scrivere epitaffi su pietre tombali o segnalazioni di proprietà su cippi di confine. Ma chi inventò questo sistema di scrittura così poco pratico? Quando fu ideato? Perché? E con quali scopi?
E’ quello che ho cercato di spiegare in Ogam. Antico alfabeto dei Celti, pubblicato per i tipi della Keltia Editrice di Aosta.

Non esistono, in Italia, studi dettagliati né monografie complete sull’argomento, e a dire il vero anche il problema più generale delle lingue e degli alfabeti in uso presso i Celti è stato affrontato solo di recente in maniera più o meno approfondita da studiosi del nostro Paese. Le ragioni di questo ritardo rispetto, ad esempio, al mondo anglosassone, francese e tedesco, non sono facilmente individuabili. Al di là delle ricerche che però sono rimaste confinate nell’universo ristretto degli specialisti, è solo negli ultimi quindici anni, cioè dopo la grande mostra ospitata nel 1991 a Venezia nella splendida sede di Palazzo Grassi, che anche in Italia l’attenzione di un numero sempre crescente di studiosi (e del grande pubblico) è stata attirata dai Celti, popolazione a lungo (e a torto) considerata marginale nella storia della Penisola (quando non addirittura dell’Europa).
In questo lavoro ho quindi cercato di ricostruire la storia e il senso dell’Ogam, dalle sue oscure origini al suo declino, fornendo anche un quadro generale delle lingue celtiche antiche (e moderne), nel cui contesto l’Ogam si è originato e sviluppato. Per farlo mi sono basata su mie ricerche originali, ma anche su studi (sempre, purtroppo, parziali) pubblicati in passato e di recente in Francia e nelle Isole britanniche: materiale irreperibile in Italia al di fuori degli Istituti di Filologia e di Glottologia delle Università.

Ogam. Antico alfabeto dei Celti

Per prima cosa, ho cercato di fornire un quadro generale delle lingue celtiche e del contesto in cui erano utilizzate. Dopo aver passato in rassegna i vari idiomi appartenenti al cosiddetto “celtico insulare” nelle sue due diramazioni – goidelico e britannico – , largo spazio è stato dedicato alla ricostruzione del “celtico continentale” nelle sue varianti note, lepontico, gallico, galata, celtiberico e lusitano. Di ciascuno di questi idiomi si è fornita una breve storia e la descrizione delle caratteristiche linguistiche e glottologiche, fornendo anche alcuni esempi significativi. Come noto, la maggior parte delle lingue celtiche, soprattutto sul continente, sono estinte. Tuttavia da qualche tempo a questa parte si sta assistendo da più parti, grazie agli sforzi di benemerite associazioni culturali e politiche, ad una vera e propria renaissance del parlare e dello scrivere celtico. Non si è quindi ritenuto di dover trascurare la situazione del celtico “oggi”, che in vari contesti – in Scozia, Galles, Cornovaglia, Isola di Man e Bretagna – gode di una discreta diffusione (in letteratura, ma anche nei mass media: stampa, tv e radio) e in certi casi ha ottenuto addirittura il riconoscimento giuridico formale di lingua ufficiale. Oltre ad una dettagliata descrizione dello “stato di vitalità” del gaelico irlandese e scozzese, del gallese, del cornico, del manx e del bretone, ho fornito nel ricco corpo di note le indicazioni dei tantissimi siti internet che propongono corsi per imparare queste lingue, e dove reperire i relativi supporti didattici (dizionari e grammatiche in primis).

La seconda parte del volume ci porta finalmente in Irlanda, dove l’ogam nacque e si diffuse a partire – stando alle testimonianze scritte che ci sono giunte – a partire dal V secolo d.C. circa. L’epoca era quella del Cristianesimo, portato sull’isola verde da Palladio e Patrizio, che diffusero un monachesimo con connotazioni del tutto diverse da quelle continentali. Un intero capitolo è stato dedicato alla ricostruzione per sommi capi del monachesimo irlandese e della sua importanza culturale, oltre che religiosa, per la civiltà europea: è noto che fu grazie ai monaci irlandesi che molta parte dell’immenso patrimonio librario dell’antichità si salvò dalle ingiurie degli uomini e del tempo. Ma i monaci irlandesi fecero per l’Irlanda, se possibile, ancora di più: riuscirono a dar vita ad una prodigiosa sintesi tra cultura monastica e sapienza pagana permettendo al vastissimo corpus di leggende, miti, storie e genealogie di sopravvivere alla storia grazie alla loro opera di trascrizione. Fu anche per merito loro, come cerco di mostrare nel libro, se l’ogam si salvò.

Alle iscrizioni ogamiche è dedicata la parte centrale del saggio. Dopo aver parlato della loro diffusione e datazione, ho cercato di delinearne la funzione e gli scopi. Senza entrar troppo nei dettagli – per i quali rimando alla lettura del volume -, si può dire che in base alle iscrizioni che ci sono giunte (in tutto 369) l’ogam fu utilizzato per scopi sacrali e commemorativi e in misura minore come cippi di confine tra proprietà fondiarie. La letteratura irlandese però suggerisce anche un altro utilizzo dell’ogam, quello magico e rituale. Testi antichi come ad esempio il Táin Bó Cúailnge (“La razzia del bestiame di Cooley”), il “Libro di Leinster” o la raccolta di leggi nota come Senchus Mor, nonché innumerevoli racconti, attribuiscono all’ogam valore divinatorio quando non addirittura criptico, e per decifrarne il significato era richiesta la competenza di saggi e di druidi.

La conoscenza sacrale dell’ogam non fu comunque confinata all’alto Medioevo. Una testimonianza preziosa del suo uso e della sua importanza è data dall’Auraicept na n-Éces, un vero e proprio manuale del fili (“sapiente”). Di questo celebre testo si dà in appendice, per la prima volta, la traduzione italiana.
La valenza criptica dell’ogam lo ha fatto accostare, in passato, alle rune, spingendo alcuni studiosi a farlo derivare proprio dall’antico alfabeto germanico col quale in effetti condivide qualche altra particolarità come la suddivisione delle lettere in gruppi. La spinosa questione delle origini dell’ogam e dei suoi rapporti con altri alfabeti e con i numeri è stata affrontata in un capitolo a sé stante, e attraverso l’esame delle fonti antiche e degli studi moderni (Macalister, Vendryes, Macneil, ecc.) si è giunti alla conclusione che se mai un’influenza esterna ci fu, essa va ascritta per varie ragioni all’alfabeto latino.
Non anticipo le altre considerazioni finali, ma mi limito ad accennare che ho cercato di formulare un’ipotesi sul perché e in che modo sarebbe stato inventato e si sarebbe evoluto in una forma di alfabeto che forse non è esagerato definire, per l’Irlanda medievale, “nazionale”.
Questo saggio si propone dunque come il primo tentativo di sintesi originale sull’ogam in lingua italiana ed è stato pensato per essere accessibile non solo agli “addetti ai lavori” (che comunque troveranno nel vasto corpus di note e nella bibliografia i riferimenti per verificare le informazioni e i raffronti e per risalire alle fonti), ma anche ad un pubblico più vasto. Nostra speranza è che questo lavoro sull’ogam, sulla sua storia e sui suoi “misteri” possa fornire un ulteriore, piccolo contributo alla diffusione della conoscenza della civiltà celtica e alla scoperta (o riscoperta) della corposa eredità che essa ha lasciato nella civiltà europea.

 

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